Finalmente il pavé anti-noia: a Roubaix il setaccio del Tour
Gianni Mura , di GIANNI MURAGroenewegen si conferma ad Amiens, dopo giorni di corsa monotona. Nibali quasi spavaldo verso la tappa più attesa: 22 km di pietre non ci sono mai stati
Ho rimpianto il passato. E che ce ne importa, direte. Giusto. Mi spiego: una volta, anche dal Tour, o dal mondiale in Uruguay, gli inviati spedivano in redazione telegrammi molto succinti, con le notizie essenziali, limando al massimo per via dei costi. Me la sarei cavata così: “Festa nazionale. Dylan-bis. Greipel e Gaviria scorrettezze punite. Tappa ultramoscia. Cade Dan Martin (meno 1’16”). Domani 22 km pavé. Nibali fiducioso. Stop”. Due righe invece di 80. Ma qualcosa da dire c’è. Il disegnatore del percorso lombricoso non lo inviterei nemmeno a bere un calice di Muscadet, il bianco francese più a buon mercato. Un po’ tutti, anche l’Équipe, tutti tranne le squadre dei velocisti si stanno accorgendo che è difficile appassionarsi a una corsa così catenacciata, in cui si recita un solo copione, e che non è facile fare picchi d’ascolto quando per ore sul teleschermo si vede una fuga …
Ho rimpianto il passato. E che ce ne importa, direte. Giusto. Mi spiego: una volta, anche dal Tour, o dal mondiale in Uruguay, gli inviati spedivano in redazione telegrammi molto succinti, con le notizie essenziali, limando al massimo per via dei costi. Me la sarei cavata così: “Festa nazionale. Dylan-bis. Greipel e Gaviria scorrettezze punite. Tappa ultramoscia. Cade Dan Martin (meno 1’16”). Domani 22 km pavé. Nibali fiducioso. Stop”. Due righe invece di 80. Ma qualcosa da dire c’è. Il disegnatore del percorso lombricoso non lo inviterei nemmeno a bere un calice di Muscadet, il bianco francese più a buon mercato. Un po’ tutti, anche l’Équipe, tutti tranne le squadre dei velocisti si stanno accorgendo che è difficile appassionarsi a una corsa così catenacciata, in cui si recita un solo copione, e che non è facile fare picchi d’ascolto quando per ore sul teleschermo si vede una fuga di Offredo o, ieri, di Grellier, ripreso a 6 km al traguardo. Con tutto il rispetto per costoro, sia chiaro. E neanche si pretende che i capitani si scannino ogni dì. Ma c’è modo e modo di correre. Aperto il dibattito: molti danno la colpa all’eccessiva lunghezza delle tappe, io credo dipenda da quello che i ds ficcano in zucca ai loro corridori e lascio la risposta a Dan Martin: «Credo sia giusto che le grandi corse a tappe propongano tappe lunghe, medie, corte. Il vincitore deve dimostrare di essere forte su tutti i terreni». Lui cerca di dimostrarlo, sul muro ha fatto un bel numero. Ma poi, poveraccio, a recuperare morale e tempo non gli basterà una citazione del collega Cicerone (si occupava più di giudiziaria che di sport, pur essendo un notevole trombone): O fallacem hominum spem fragilemque fortunam. Cade una ventina di corridori nella seconda metà del gruppo a 15 km dal traguardo. Tra questi Dan Martin (gomito sinistro ferito, trauma dorsale). Durasek e Atapuma gli danno una mano, ma becca 1’16” dagli altri. Giornata nera per gli omonimi: cade anche l’altro Martin, Tony, che nel 2015 aveva vinto la tappa del pavé a Cambrai. Frattura di una vertebra, oggi non potrà ripartire.
Se il Tour è la festa di luglio, il 14 luglio è la festa nazionale e i corridori francesi ci tengono a vincere in questo giorno. Démare, attesissimo, quinto: un pugno di mosche. Ieri un 14 luglio speciale, perché s’arrivava nella città dove sono nati Emmanuel Macron e sua moglie Brigitte Trogneux, figlia del più famoso mâitre pâtissier della città. Specialità dal 1872 il macaron d’Amiens, che si dice introdotto in Francia da Caterina de’ Medici. Base mandorle e miele.
Grave, tappa ultramoscia di 14 luglio e perdipiù ad Amiens. Ma altre volte la sacralità del 14 luglio a pedali è stata mortificata dal giorno di riposo. Nel dopoguerra è successo nel ’48 (giorno dell’attentato a Togliatti), nel ’56 e nell’84. Altre volte di 14 luglio si è chiuso il Tour, per esempio quando trionfò Felice Gimondi (1965) con il numero 123 sulla schiena. Flash sulla volata: Sagan parte lungo, Greipel lo affianca sulla sinistra, Gaviria cerca spazio alle transenne e c’è contatto con Greipel: gomiti galeotti e deviazione dalla linea di corsa. La giuria li retrocede agli ultimi due posti del gruppo. E comunque nessuno dei due avrebbe vinto, perché la rimonta a centrostrada di Groenewegen è ancora più potente del giorno prima. «Ho trovato la gamba giusta», dice «e poi queste tappe tranquille permettono di arrivare molto freschi al finale».
Da oggi il Tour dovrebbe cambiare musica: 22 km di pavé in una sola tappa non ci sono mai stati e il percorso, più corto di 91 km, non è paragonabile a quello della Parigi-Roubaix. Il pavé inizia prima, al km 47. Sul libro del Tour i 15 tratti di pavé sono stampati in nero. Sono di lunghezza variabile, dai 500 ai 2700 metri. I più rognosi sono i 1.800 di Camphin-en-Pévèle. Vincenzo nostro li conosce tutti memoria, è venuto a provarli in aprile con Pellizotti (che, non specialista, cercava l’erba, ai bordi). Nibali quasi spavaldo sui pietroni sconnessi. Ieri ha provato, con ruote normali, un nuovo telaio creato ad hoc. Le previsioni del tempo non sono a suo favore, dovrebbe esserci il sole, mentre è con la pioggia che il pavé diventa un vero inferno e che nel ’14 Vincenzo costruì le fondamenta del Tour vittorioso. E l’Équipe non vedrebbe l’ora di titolare in prima “Dantesque!”, solo che domani la Francia si gioca la Coppa del mondo e il Tour fa un passo indietro, o anche due. Contro Nibali anche l’ordine di marcia delle ammiraglie. Prima la Bmc, poi la Sky, Bahrain decima. Senza forza e senza fortuna non si vince, sul pavé. Basta che ti cada un corridore davanti, basta bucare una gomma, basta il minimo guasto meccanico e si perdono minuti come in una tappa alpina.
Dalla parte di Nibali l’esperienza, la sicurezza di guida, la voglia. L’ho visto parlare fitto e sorridendo con Peter Sagan. Sono amici dai tempi della Liquigas e pure Sagan sul pavé ci sa andare, l’ultima Roubaix l’ha vinta lui. Sarebbe un’alleanza non santa ma molto interessante.
Se il Tour è la festa di luglio, il 14 luglio è la festa nazionale e i corridori francesi ci tengono a vincere in questo giorno. Démare, attesissimo, quinto: un pugno di mosche. Ieri un 14 luglio speciale, perché s’arrivava nella città dove sono nati Emmanuel Macron e sua moglie Brigitte Trogneux, figlia del più famoso mâitre pâtissier della città. Specialità dal 1872 il macaron d’Amiens, che si dice introdotto in Francia da Caterina de’ Medici. Base mandorle e miele.
Grave, tappa ultramoscia di 14 luglio e perdipiù ad Amiens. Ma altre volte la sacralità del 14 luglio a pedali è stata mortificata dal giorno di riposo. Nel dopoguerra è successo nel ’48 (giorno dell’attentato a Togliatti), nel ’56 e nell’84. Altre volte di 14 luglio si è chiuso il Tour, per esempio quando trionfò Felice Gimondi (1965) con il numero 123 sulla schiena. Flash sulla volata: Sagan parte lungo, Greipel lo affianca sulla sinistra, Gaviria cerca spazio alle transenne e c’è contatto con Greipel: gomiti galeotti e deviazione dalla linea di corsa. La giuria li retrocede agli ultimi due posti del gruppo. E comunque nessuno dei due avrebbe vinto, perché la rimonta a centrostrada di Groenewegen è ancora più potente del giorno prima. «Ho trovato la gamba giusta», dice «e poi queste tappe tranquille permettono di arrivare molto freschi al finale».
Da oggi il Tour dovrebbe cambiare musica: 22 km di pavé in una sola tappa non ci sono mai stati e il percorso, più corto di 91 km, non è paragonabile a quello della Parigi-Roubaix. Il pavé inizia prima, al km 47. Sul libro del Tour i 15 tratti di pavé sono stampati in nero. Sono di lunghezza variabile, dai 500 ai 2700 metri. I più rognosi sono i 1.800 di Camphin-en-Pévèle. Vincenzo nostro li conosce tutti memoria, è venuto a provarli in aprile con Pellizotti (che, non specialista, cercava l’erba, ai bordi). Nibali quasi spavaldo sui pietroni sconnessi. Ieri ha provato, con ruote normali, un nuovo telaio creato ad hoc. Le previsioni del tempo non sono a suo favore, dovrebbe esserci il sole, mentre è con la pioggia che il pavé diventa un vero inferno e che nel ’14 Vincenzo costruì le fondamenta del Tour vittorioso. E l’Équipe non vedrebbe l’ora di titolare in prima “Dantesque!”, solo che domani la Francia si gioca la Coppa del mondo e il Tour fa un passo indietro, o anche due. Contro Nibali anche l’ordine di marcia delle ammiraglie. Prima la Bmc, poi la Sky, Bahrain decima. Senza forza e senza fortuna non si vince, sul pavé. Basta che ti cada un corridore davanti, basta bucare una gomma, basta il minimo guasto meccanico e si perdono minuti come in una tappa alpina.
Dalla parte di Nibali l’esperienza, la sicurezza di guida, la voglia. L’ho visto parlare fitto e sorridendo con Peter Sagan. Sono amici dai tempi della Liquigas e pure Sagan sul pavé ci sa andare, l’ultima Roubaix l’ha vinta lui. Sarebbe un’alleanza non santa ma molto interessante.