Le confessioni di Sotomayor: "Spero che Tamberi batta il mio record"
Enrico Sisti , di ENRICO SISTIParla il cubano primatista del mondo nel salto in alto. "Gianmarco deve crederci: la vera guarigione è nella testa. A Cuba Dio esiste per dargli la colpa delle cose che non funzionano. Castro ha fatto credere si potesse vivere di niente. Era Gesù col sigaro".
È ancora magrissimo ed elegante, con un guardaroba alla American Gigolò e con quel suo strabismo in cerca di qualcosa che nessuno ha mai capito bene cosa fosse: "Sì, una corsetta ogni tanto per non mettere su pancia". Si tocca l'addome piatto sul quale ancora abitano muscoli elettrici e sorseggia compiaciuto un limoncello nelle sede delle Fiamme Gialle: "Me lo fecero assaggiare a Rieti dopo una gara! Ma non fidatevi del mio aspetto: l'atletica è dei giovani".
Javier Sotomayor ha 50 anni, quasi 51 per la verità e non è che la cosa non lo disturbi più di tanto: ha progetti grandiosi ed entusiasmo sufficiente per portarli a termine: "La vita è come il salto in alto, vinci soprattutto quando capisci perché hai sbagliato. Per me anche la nuova decade sarà piena di record". Allude al suo lavoro di segretario federale, dedicato al risveglio dell'atletica cubana, allude alle future…
Javier Sotomayor ha 50 anni, quasi 51 per la verità e non è che la cosa non lo disturbi più di tanto: ha progetti grandiosi ed entusiasmo sufficiente per portarli a termine: "La vita è come il salto in alto, vinci soprattutto quando capisci perché hai sbagliato. Per me anche la nuova decade sarà piena di record". Allude al suo lavoro di segretario federale, dedicato al risveglio dell'atletica cubana, allude alle future…
È ancora magrissimo ed elegante, con un guardaroba alla American Gigolò e con quel suo strabismo in cerca di qualcosa che nessuno ha mai capito bene cosa fosse: "Sì, una corsetta ogni tanto per non mettere su pancia". Si tocca l'addome piatto sul quale ancora abitano muscoli elettrici e sorseggia compiaciuto un limoncello nelle sede delle Fiamme Gialle: "Me lo fecero assaggiare a Rieti dopo una gara! Ma non fidatevi del mio aspetto: l'atletica è dei giovani".
Javier Sotomayor ha 50 anni, quasi 51 per la verità e non è che la cosa non lo disturbi più di tanto: ha progetti grandiosi ed entusiasmo sufficiente per portarli a termine: "La vita è come il salto in alto, vinci soprattutto quando capisci perché hai sbagliato. Per me anche la nuova decade sarà piena di record". Allude al suo lavoro di segretario federale, dedicato al risveglio dell'atletica cubana, allude alle future conquiste dei più freschi atleti della sua terra, uno dei quali, altista come lui, è con lui nel gruppo di cubani gestiti da Salvio Di Guida, figlio d'arte di quell'Alfonso che correva i 400 proprio ai tempi di Juantorena. A 16 anni Javier già saltava 2,33: "La gente mi guardava e diceva: ma cos'è?". Trent'anni fa salì sul tetto del mondo: "E la fatica vera fu restarci". Saltò 2,43 a Salamanca pochi giorni prima dell'inizio dei Giochi di Seul, cui non partecipò per via del boicottaggio. Sempre a Salamanca, nel '93, arrivò a 2,45: "Mai come in questi ultimi due anni ho "sperato" che qualcuno mi togliesse il record, ero certo che prima o poi Barshim, Bondarenko e magari Tamberi (che domani tornerà a saltare sulla pedana di Montecarlo dove nel 2016 si ruppe il legamento deltoideo della caviglia sinistra, ndr) sarebbero riusciti a scalzarmi dalla vetta. Ma non è successo. Credo dipenda da applicazione e convinzione associate. Hanno i mezzi, non la capacità di sintesi delle proprie qualità. Quanto a Gianmarco, beh, credetemi, uscire da un infortunio come quello è una sfida pazzesca. Quando torni a caricare sul piede di stacco, la testa in qualche modo ti diventa nemica. E la vera guarigione non riguarda il piede, la caviglia o il tendine lesionati: ma tocca qui, tocca la testa. Gianmarco deve crederci, altrimenti non uscirà dall'impasse, deve sapere di poter tornare a scaricare 700 chili su quell'articolazione".
Javier ha un sorriso contagioso, come quello di uno scrittore per l'infanzia al quale la vita ha riservato un posto privilegiato: poter raccontare la propria esperienza agli altri, soprattutto a chi comincia, a chi non sa, a chi vuole conoscere di più: "Una delle magie dell'atletica è il messaggio che filtra, è l'emozione che passa tra le righe della tecnica e della fatica". Non allena ma è come se allenasse, qualunque cosa fa rende: "Cuba ha sempre problemi di stanziamenti, adesso stiamo migliorando nei servizi e nelle strutture, ma ce ne vuole. I soldi girano altrove e comunque noi ne abbiamo sempre pochi. Penso alla "santeria": ho un padrino che fa lo stregone, gira con macchine da sogno fatte piovere direttamente dalla Florida. Da noi la superstizione e il mercato dell'invisibile rimangono l'affare più vantaggioso, oggi come sessant'anni fa. Se soltanto arrivasse all'atletica la metà del fatturato dei "brujos", Cuba avrebbe la potenza tecnica e prestativa degli Stati Uniti". Javier è cresciuto in una famiglia cattolica non praticante, né ricca né povera: "A casa mia succedeva quello che succede in tutte le case dei cubani per bene: credevamo in Dio ma ognuno a modo suo. Diciamo meglio. A Cuba Dio esiste solo per dare a lui la colpa delle cose che non funzionano. Ti ammali? Ti licenziano? L'autobus non passa? Tranquilli, è colpa sua". I suoi miti erano Teofilo Stevenson e Alberto Juantorena, quelli che fecero mettere a Cuba il naso fuori dalla porta. Quando lo squalificarono per cocaina non fece una smorfia: "Non la farei neppure adesso". Certo qualcosa dentro si ruppe. "Ero deluso dal mondo intero. Ma il vero inferno fu quando il mio allenatore, José Godoy, morì. L'atletica è un consesso di volontà e la massima espressione dei risultati ottenuti da un gruppo, mai da una persona sola. Con José sarei andato oltre i 2,50, ne sono sicuro". Cuba, esito ideologico del popolo che la rappresenta: "Castro amava lo sport, chiedeva cose tecniche. Ero suo amico ma per me non ha fatto molto. Per la gente sì. Gli ha fatto credere di poter vivere di niente, di musica, di raggi del sole. Per molti era Gesù col sigaro".
Javier Sotomayor ha 50 anni, quasi 51 per la verità e non è che la cosa non lo disturbi più di tanto: ha progetti grandiosi ed entusiasmo sufficiente per portarli a termine: "La vita è come il salto in alto, vinci soprattutto quando capisci perché hai sbagliato. Per me anche la nuova decade sarà piena di record". Allude al suo lavoro di segretario federale, dedicato al risveglio dell'atletica cubana, allude alle future conquiste dei più freschi atleti della sua terra, uno dei quali, altista come lui, è con lui nel gruppo di cubani gestiti da Salvio Di Guida, figlio d'arte di quell'Alfonso che correva i 400 proprio ai tempi di Juantorena. A 16 anni Javier già saltava 2,33: "La gente mi guardava e diceva: ma cos'è?". Trent'anni fa salì sul tetto del mondo: "E la fatica vera fu restarci". Saltò 2,43 a Salamanca pochi giorni prima dell'inizio dei Giochi di Seul, cui non partecipò per via del boicottaggio. Sempre a Salamanca, nel '93, arrivò a 2,45: "Mai come in questi ultimi due anni ho "sperato" che qualcuno mi togliesse il record, ero certo che prima o poi Barshim, Bondarenko e magari Tamberi (che domani tornerà a saltare sulla pedana di Montecarlo dove nel 2016 si ruppe il legamento deltoideo della caviglia sinistra, ndr) sarebbero riusciti a scalzarmi dalla vetta. Ma non è successo. Credo dipenda da applicazione e convinzione associate. Hanno i mezzi, non la capacità di sintesi delle proprie qualità. Quanto a Gianmarco, beh, credetemi, uscire da un infortunio come quello è una sfida pazzesca. Quando torni a caricare sul piede di stacco, la testa in qualche modo ti diventa nemica. E la vera guarigione non riguarda il piede, la caviglia o il tendine lesionati: ma tocca qui, tocca la testa. Gianmarco deve crederci, altrimenti non uscirà dall'impasse, deve sapere di poter tornare a scaricare 700 chili su quell'articolazione".
Javier ha un sorriso contagioso, come quello di uno scrittore per l'infanzia al quale la vita ha riservato un posto privilegiato: poter raccontare la propria esperienza agli altri, soprattutto a chi comincia, a chi non sa, a chi vuole conoscere di più: "Una delle magie dell'atletica è il messaggio che filtra, è l'emozione che passa tra le righe della tecnica e della fatica". Non allena ma è come se allenasse, qualunque cosa fa rende: "Cuba ha sempre problemi di stanziamenti, adesso stiamo migliorando nei servizi e nelle strutture, ma ce ne vuole. I soldi girano altrove e comunque noi ne abbiamo sempre pochi. Penso alla "santeria": ho un padrino che fa lo stregone, gira con macchine da sogno fatte piovere direttamente dalla Florida. Da noi la superstizione e il mercato dell'invisibile rimangono l'affare più vantaggioso, oggi come sessant'anni fa. Se soltanto arrivasse all'atletica la metà del fatturato dei "brujos", Cuba avrebbe la potenza tecnica e prestativa degli Stati Uniti". Javier è cresciuto in una famiglia cattolica non praticante, né ricca né povera: "A casa mia succedeva quello che succede in tutte le case dei cubani per bene: credevamo in Dio ma ognuno a modo suo. Diciamo meglio. A Cuba Dio esiste solo per dare a lui la colpa delle cose che non funzionano. Ti ammali? Ti licenziano? L'autobus non passa? Tranquilli, è colpa sua". I suoi miti erano Teofilo Stevenson e Alberto Juantorena, quelli che fecero mettere a Cuba il naso fuori dalla porta. Quando lo squalificarono per cocaina non fece una smorfia: "Non la farei neppure adesso". Certo qualcosa dentro si ruppe. "Ero deluso dal mondo intero. Ma il vero inferno fu quando il mio allenatore, José Godoy, morì. L'atletica è un consesso di volontà e la massima espressione dei risultati ottenuti da un gruppo, mai da una persona sola. Con José sarei andato oltre i 2,50, ne sono sicuro". Cuba, esito ideologico del popolo che la rappresenta: "Castro amava lo sport, chiedeva cose tecniche. Ero suo amico ma per me non ha fatto molto. Per la gente sì. Gli ha fatto credere di poter vivere di niente, di musica, di raggi del sole. Per molti era Gesù col sigaro".