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Gianmarco Tamberi, 26 anni, nella finale del salto in alto agli Europei di Berlino (afp)

Eddy Ottoz: “Farsi da parte il privilegio del padre coach”

Dopo i podi mancati da Tortu e Tamberi parla il bronzo olimpico che allenò i figli
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BERLINO - Nel nome del padre. Le due stelle dell’atletica azzurra, Filippo Tortu, sprinter, 20 anni, e Gianmarco Tamberi, saltatore in alto, 26, sono allenate dai genitori, Salvino e Marco, entrambi ex atleti, ma non di alto livello. Nessuno dei due ragazzi agli europei ha brillato, né ha conquistato il podio. Il primo ora va in vacanza, il secondo continua a gareggiare. Funziona il rapporto padre-figlio nello sport, quando l’atleta non è più maggiorenne? Eddy Ottoz, campione dei 110 ostacoli, bronzo ai Giochi del Messico ’68, padre di tre figli che si sono impegnati nello sport (Laurent, Patrick, Pilar) dà la sua versione di papà-coach, con Laurent che detiene ancora la seconda miglior prestazione italiana di sempre sui 400 hs.

Ottoz, i talenti vanno lasciati ai padri?
«Nello sport il vero fenomeno non è allenabile. E il padre se è bravo lo è perché fa il minor danno possibile. Io mi sono sempre r…
BERLINO - Nel nome del padre. Le due stelle dell’atletica azzurra, Filippo Tortu, sprinter, 20 anni, e Gianmarco Tamberi, saltatore in alto, 26, sono allenate dai genitori, Salvino e Marco, entrambi ex atleti, ma non di alto livello. Nessuno dei due ragazzi agli europei ha brillato, né ha conquistato il podio. Il primo ora va in vacanza, il secondo continua a gareggiare. Funziona il rapporto padre-figlio nello sport, quando l’atleta non è più maggiorenne? Eddy Ottoz, campione dei 110 ostacoli, bronzo ai Giochi del Messico ’68, padre di tre figli che si sono impegnati nello sport (Laurent, Patrick, Pilar) dà la sua versione di papà-coach, con Laurent che detiene ancora la seconda miglior prestazione italiana di sempre sui 400 hs.

Ottoz, i talenti vanno lasciati ai padri?
«Nello sport il vero fenomeno non è allenabile. E il padre se è bravo lo è perché fa il minor danno possibile. Io mi sono sempre rifiutato di seguire i miei figli, ma mia moglie Liana continuava a lamentarsi: al campo vengono tutti i padri, ma non tu, che potresti far qualcosa per i nostri ragazzi che si sentono figli di nessuno. Così a forza di sensi di colpa ho dovuto cambiare idea. E di famiglia non sono viziato, nel senso che mio padre l’ho visto alle mie gare solo una volta, agli europei di Atene, ma c’era venuto per visitare la città. Il rischio resta: è quello di fare l’allenatore a casa e il padre al campo».

Quindi di essere troppo protettivi?
«Non solo. Il prof Vittori smise di allenare il figlio perché diceva: “non voglio fargli male”. Il legame di sangue viene prima di quello sportivo. E poi c’è il fatto che in un rapporto chiuso padre-figlio, la federazione dovrebbe poter dire la sua: su scelte e programmi. All’estero non usa, ma da noi a volte questa scelta domestica è una necessità: nel senso che in America ad un certo punto il ragazzo va a vivere e cresce nei college, si distacca dalla famiglia e dal suo padre tecnico. In Italia no e allora il genitore supplisce ad una carenza. Solo che poi il suo ruolo deborda e tende a prendersi i meriti del figlio. Anche se non lo fa, arriva sempre il punto di rottura, perché il giovane leone per affermarsi deve costringere il vecchio a farsi da parte. È una questione di ormoni».

Separarsi diventa necessario?
«Confesso: allenare il proprio figlio è un privilegio che arricchisce e dà molto. Perché nel momento in cui a 25 anni vedi che gli altri ragazzi si allontano dai genitori, tu continui ad avere un dialogo, un rapporto, un filo diretto con il tuo. Ci parli, non lo perdi, mentre raccogli gli sfoghi degli altri padri che si lamentano del gelo o dell’incomunicabilità. Ma prima o poi tra allenatore padre e atleta figlio arriva il taglio. Troppe cose devono andare bene perché il rapporto continui a funzionare e a dare i risultati. L’atleta vive in un sistema tolemaico, non copernicano, il centro dell’attenzione deve essere sempre lui. Dal coach richiede uno scudo protettivo, devi annullare problemi, stress, paure. Ma il conflitto arriva: può essere freddo o caldo, può implodere o esplodere, puoi tenerlo aperto o sotterraneo, farà sempre danni. E sempre nella certezza che la tua competenza tecnica sia sufficiente. Per questo dico ai padri, anche eccellenti, che farsi da parte è più salutare».

Lei ci è riuscito?
«Un po’ sì e un po’ no. Ad un certo punto Laurent è andato negli Usa, sentiva di potersi gestire da sé, poi l’ho ripreso, quando con 13”42 nel ’94 ha battuto il mio record italiano, fermo da 26 anni, mi sono detto: finalmente. Si era tolto la scimmia dalle spalle».