Meo Sacchetti: “L'azzurro bisogna sentirlo, andremo al Mondiale anche senza Gallinari”
Cosimo Cito , di COSIMO CITOIl ct della nazionale: "Non potevo mettermi in ginocchio o chiamare la forza pubblica contro la volontà del giocatore e il potere Nba. Spero che escano 4-5 nomi nuovi"
Premette che è l’ultima volta che ne parlerà, «da questo momento ragionerò solo sui presenti», ma le assenze su cui il ct azzurro Meo Sacchetti inizierà da oggi a tacere sono macigni. L’Italia del basket che inizia a giocarsi a settembre il suo ritorno al Mondiale dopo 13 anni di assenza dovrà fare a meno di Belinelli, Hackett e, un po’ a sorpresa, anche di Danilo Gallinari, che dopo un’estate di polemiche si è di nuovo chiamato fuori: «Non vedevo l’ora di giocare, ma dopo un consulto con lo staff medico dei Clippers ho deciso di restare negli Usa». Il ct, che ieri ha diramato la lista dei quindici (c’è anche il figlio Brian), l’ha saputo due giorni fa.
Come l’ha saputo, Sacchetti?
«Mi ha chiamato lui, stavolta, la sostanza non cambia, ho preso atto, non potevo né mettermi in ginocchio, né ora posso chiamare la forza pubblica. Ne faremo a meno&r…
Come l’ha saputo, Sacchetti?
«Mi ha chiamato lui, stavolta, la sostanza non cambia, ho preso atto, non potevo né mettermi in ginocchio, né ora posso chiamare la forza pubblica. Ne faremo a meno&r…
Premette che è l’ultima volta che ne parlerà, «da questo momento ragionerò solo sui presenti», ma le assenze su cui il ct azzurro Meo Sacchetti inizierà da oggi a tacere sono macigni. L’Italia del basket che inizia a giocarsi a settembre il suo ritorno al Mondiale dopo 13 anni di assenza dovrà fare a meno di Belinelli, Hackett e, un po’ a sorpresa, anche di Danilo Gallinari, che dopo un’estate di polemiche si è di nuovo chiamato fuori: «Non vedevo l’ora di giocare, ma dopo un consulto con lo staff medico dei Clippers ho deciso di restare negli Usa». Il ct, che ieri ha diramato la lista dei quindici (c’è anche il figlio Brian), l’ha saputo due giorni fa.
Come l’ha saputo, Sacchetti?
«Mi ha chiamato lui, stavolta, la sostanza non cambia, ho preso atto, non potevo né mettermi in ginocchio, né ora posso chiamare la forza pubblica. Ne faremo a meno».
Non è esattamente un rinuncia a cuor leggero.
«L’assenza di Gallinari è grave, come quella di Belinelli. Marco mi ha detto che il prossimo campionato Nba, con gli Spurs, sarà molto importante per lui e che preferiva tirarsi fuori. Altri hanno subito risposto presente (Datome ha twittato “L’Italia chiamò”). L’azzurro bisogna sentirselo addosso, non a parole ma con i fatti».
Ne ha parlato col presidente federale Petrucci?
«Sì, ma non si poteva fare nulla. Il potere dell’Nba e la mancata volontà del giocatore non sono ostacoli superabili. Speravo solo che trattandosi di due partite (contro la Polonia a Bologna il 14 settembre e contro l’Ungheria a Debrecen, tre giorni dopo) collocate prima dell’inizio della stagione americana fosse più semplice. Tiriamo una riga e non pensiamoci più».
Se l’Italia dovesse qualificarsi per il Mondiale, in Cina ci sarebbe spazio per gli assenti?
«Prima qualifichiamoci. Poi ci chiuderemo in una stanza, io, Petrucci e il team director azzurro Brunamonti e valuteremo. Ora, come premesso, ragioniamo sui presenti».
Immaginava, quando ha accettato l’incarico azzurro, di aver a che fare più spesso di questioni extracampo che di altro?
«Immaginavo che non sarebbe stato facile, non cado dalle nuvole».
Si andrà a cercare il Mondiale con una squadra più operaia.
«Uno dei simboli di questa nazionale è Michele Vitali, che con Brescia è esploso in questa stagione e ci ha dato una grande mano nel primo girone di qualificazione. Lì, a parte la brutta sconfitta con l’Olanda, abbiamo fatto bene, mostrato una buona attitudine di squadra. Queste sono le armi che abbiamo. Da sabato a Pinzolo lavoreremo durissimo. Alle difficoltà si risponde col lavoro, sempre».
Che idea ha delle nuove regole protezionistiche imposte dalla Federazione in Serie A?
«È un lavoro di prospettiva, spero da ct azzurro che nel giro di un anno vengano fuori quattro, cinque nomi nuovi. E spero che i club siamo incentivati a puntare sui giovani, ad allargare il proprio bacino di italiani. Che tra un americano mediocre e un buon italiano scelgano quest’ultimo».
Lei ha i piedi da una parte e dall’altra della barricata: ct azzurro e allenatore di club a Cremona. Quale dei due ruoli considera più suo?
«Considero la nazionale la sfida più alta della mia carriera, ma anche a Cremona mi trovo benissimo e abbiamo creato un bel gruppo. Entrambi i ruoli si compenetrano, l’uno dà linfa all’altro».
Coach Larry Brown può diventare quel che Cristiano Ronaldo è per la Serie A di calcio?
«È un’operazione per certi versi simile, uno così lo vedevamo in tv e ne sentivamo parlare da lontano, ora è qui e richiamerà molto interesse, in più porterà a Torino i suoi concetti, il suo metodo, può fare scuola, sarà un valore aggiunto».
Milano resta lontana dalle altre?
«Sulla carta sì, ma il basket non è una scienza esatta».
Crescerà ulteriormente la classe media dietro l’Olimpia?
«Sarebbe importante, anche per la nazionale».
Il suo contratto con la federazione scade a fine 2019, a Mondiale finito: dopo cosa farà?
«Non faccio il dirigente e poi so come vanno le cose: l’anno dopo aver centrato il Triplete con Sassari sono stato esonerato. Le cose vanno così in questo mondo. Ora penso con tutte le forze al Mondiale, il nostro movimento ne ha un enorme bisogno».
Come l’ha saputo, Sacchetti?
«Mi ha chiamato lui, stavolta, la sostanza non cambia, ho preso atto, non potevo né mettermi in ginocchio, né ora posso chiamare la forza pubblica. Ne faremo a meno».
Non è esattamente un rinuncia a cuor leggero.
«L’assenza di Gallinari è grave, come quella di Belinelli. Marco mi ha detto che il prossimo campionato Nba, con gli Spurs, sarà molto importante per lui e che preferiva tirarsi fuori. Altri hanno subito risposto presente (Datome ha twittato “L’Italia chiamò”). L’azzurro bisogna sentirselo addosso, non a parole ma con i fatti».
Ne ha parlato col presidente federale Petrucci?
«Sì, ma non si poteva fare nulla. Il potere dell’Nba e la mancata volontà del giocatore non sono ostacoli superabili. Speravo solo che trattandosi di due partite (contro la Polonia a Bologna il 14 settembre e contro l’Ungheria a Debrecen, tre giorni dopo) collocate prima dell’inizio della stagione americana fosse più semplice. Tiriamo una riga e non pensiamoci più».
Se l’Italia dovesse qualificarsi per il Mondiale, in Cina ci sarebbe spazio per gli assenti?
«Prima qualifichiamoci. Poi ci chiuderemo in una stanza, io, Petrucci e il team director azzurro Brunamonti e valuteremo. Ora, come premesso, ragioniamo sui presenti».
Immaginava, quando ha accettato l’incarico azzurro, di aver a che fare più spesso di questioni extracampo che di altro?
«Immaginavo che non sarebbe stato facile, non cado dalle nuvole».
Si andrà a cercare il Mondiale con una squadra più operaia.
«Uno dei simboli di questa nazionale è Michele Vitali, che con Brescia è esploso in questa stagione e ci ha dato una grande mano nel primo girone di qualificazione. Lì, a parte la brutta sconfitta con l’Olanda, abbiamo fatto bene, mostrato una buona attitudine di squadra. Queste sono le armi che abbiamo. Da sabato a Pinzolo lavoreremo durissimo. Alle difficoltà si risponde col lavoro, sempre».
Che idea ha delle nuove regole protezionistiche imposte dalla Federazione in Serie A?
«È un lavoro di prospettiva, spero da ct azzurro che nel giro di un anno vengano fuori quattro, cinque nomi nuovi. E spero che i club siamo incentivati a puntare sui giovani, ad allargare il proprio bacino di italiani. Che tra un americano mediocre e un buon italiano scelgano quest’ultimo».
Lei ha i piedi da una parte e dall’altra della barricata: ct azzurro e allenatore di club a Cremona. Quale dei due ruoli considera più suo?
«Considero la nazionale la sfida più alta della mia carriera, ma anche a Cremona mi trovo benissimo e abbiamo creato un bel gruppo. Entrambi i ruoli si compenetrano, l’uno dà linfa all’altro».
Coach Larry Brown può diventare quel che Cristiano Ronaldo è per la Serie A di calcio?
«È un’operazione per certi versi simile, uno così lo vedevamo in tv e ne sentivamo parlare da lontano, ora è qui e richiamerà molto interesse, in più porterà a Torino i suoi concetti, il suo metodo, può fare scuola, sarà un valore aggiunto».
Milano resta lontana dalle altre?
«Sulla carta sì, ma il basket non è una scienza esatta».
Crescerà ulteriormente la classe media dietro l’Olimpia?
«Sarebbe importante, anche per la nazionale».
Il suo contratto con la federazione scade a fine 2019, a Mondiale finito: dopo cosa farà?
«Non faccio il dirigente e poi so come vanno le cose: l’anno dopo aver centrato il Triplete con Sassari sono stato esonerato. Le cose vanno così in questo mondo. Ora penso con tutte le forze al Mondiale, il nostro movimento ne ha un enorme bisogno».