Chelsea in vendita, così Abramovich vuole vendicarsi
Enrico Sisti , di ENRICO SISTIIl magnate amico di Putin annuncia, poi smentisce. Il problema dei rapporti con la Russia. Sarri vince ed è in testa
Abramovich non ha nulla da rimproverarsi. Ha fatto circolare la notizia di aver dato mandato al Raine Group di cercare compratori per il suo Chelsea. Forse non è vero, ma l’importante è che eventuali interessati venissero a conoscenza di certe sue intenzioni. Poi ha ritrattato: «Non vendo». Forse non è vero neppure questo, ma l’importante era avviare una trattativa a più voci fatta di impercettibili movimenti della testa, di barlumi d’intesa e all’occorrenza di smentite. Il Chelsea che ieri ha vinto 2-1 in casa del Newcastle ed è 1° in classifica è o non è sul mercato per una cifra simile a quella rifiutata dai proprietari del Liverpool, ossia due miliardi di sterline? Sì e no. Abramovich lo vuole così: un affare potenzialmente esplosivo ma cosparso di mistero, una spy story o una vendetta in cui i protagonisti sono il pallone inglese, uno dei più controversi oligarchi russi i…
Abramovich non ha nulla da rimproverarsi. Ha fatto circolare la notizia di aver dato mandato al Raine Group di cercare compratori per il suo Chelsea. Forse non è vero, ma l’importante è che eventuali interessati venissero a conoscenza di certe sue intenzioni. Poi ha ritrattato: «Non vendo». Forse non è vero neppure questo, ma l’importante era avviare una trattativa a più voci fatta di impercettibili movimenti della testa, di barlumi d’intesa e all’occorrenza di smentite. Il Chelsea che ieri ha vinto 2-1 in casa del Newcastle ed è 1° in classifica è o non è sul mercato per una cifra simile a quella rifiutata dai proprietari del Liverpool, ossia due miliardi di sterline? Sì e no. Abramovich lo vuole così: un affare potenzialmente esplosivo ma cosparso di mistero, una spy story o una vendetta in cui i protagonisti sono il pallone inglese, uno dei più controversi oligarchi russi in esso coinvolti, più altri.
Il proprietario dei Blues aveva rigettato l’offerta di Jim Ratcliffe (2 mld), il 65enne imprenditore della chimica e del petrolio che corre le maratone e le finisce pure, che comanda e finanzia spedizioni al Polo Nord, sostenitore della Brexit, che adesso si è traferito a Montecarlo per evitare di pagare le tasse con un patrimonio stimato di 21 miliardi di sterline è l’inglese più ricco del mondo. Eppure un mese fa, stando alle indiscrezioni di Stamford Bridge, pare che Abramovich abbia ripreso i contatti con lo sportivissimo industriale, inglese al cento per cento: «Non abbiamo chiuso la porta». Anche per questo Abramovich, che nel 2003 acquistò il Chelsea per una cifra che paragonata a quelle di oggi sembra lo scontrino di una gita domenicale al centro commerciale (140 mln di sterline), non può che rallegrarsi. Ha gettato acqua e olio sullo stesso fuoco. Il suo vero problema non è il Chelsea, bensì i rapporti fra Mosca e Londra. E diventato ricco con Eltsin ma se ne è accorto con Putin, che gli ha costaantemente garantito la sua lontana, ma non troppo, protezione personale ed economica. Solo che adesso, dopo il tentato avvelenamento dell’ex-spia russa Srkipal, l’Inghilterra ha avvolto anche Abramovich con i misteri del gas nervino. E la conseguenza di questa nebbia diplomatica è che il governo di Theresa May non gli ha più rinnovato il visto permanente. Abramovich non era in Inghilterra quando il Chelsea vinse la Fa Cup. Non è stato più presente a Londra per diversi mesi. Dov’era? In Israele per farsi rilasciare un permesso di soggiorno, viste le sue origini ebraiche, che gli permettesse di spostarsi liberamente anche in Inghilterra, con la quale vive ormai un inedito rapporto di amore e odio. Vorrebbe che tutto tornasse com’era prima e al tempo stesso congela la costruzione del nuovo stadio da 60 mila posti, quasi per dispetto verso quel mondo irriconoscente.
A Londra dicono che i soldi per rilevare il Chelsea non saranno mai “inglesi”. Insomma non sarà Ratcliffe a prendere il posto di Abramovich: «Saranno arabi, americani o cinesi». Ma, prima di cedere, Abramovich ci penserà bene. Deve assicurarsi che poi non avrà nulla di cui rimproverarsi, che è, a quanto pare, la sua ossessione: la paura di non poter tornare indietro dopo una decisione presa. Per il suo Chelsea di sicuro ha fatto il massimo. In 15 anni ha speso 1,2 miliardi di sterline, è finito in passivo una decina di volte. Però ha vinto campionati, Champions, ha visto giocare a casa sua i più forti del mondo, a parte Messi e Ronaldo, e lavorare i migliori allenatori, che ha amato, idolatrato e poi scacciato dal suo castello avito.
Il proprietario dei Blues aveva rigettato l’offerta di Jim Ratcliffe (2 mld), il 65enne imprenditore della chimica e del petrolio che corre le maratone e le finisce pure, che comanda e finanzia spedizioni al Polo Nord, sostenitore della Brexit, che adesso si è traferito a Montecarlo per evitare di pagare le tasse con un patrimonio stimato di 21 miliardi di sterline è l’inglese più ricco del mondo. Eppure un mese fa, stando alle indiscrezioni di Stamford Bridge, pare che Abramovich abbia ripreso i contatti con lo sportivissimo industriale, inglese al cento per cento: «Non abbiamo chiuso la porta». Anche per questo Abramovich, che nel 2003 acquistò il Chelsea per una cifra che paragonata a quelle di oggi sembra lo scontrino di una gita domenicale al centro commerciale (140 mln di sterline), non può che rallegrarsi. Ha gettato acqua e olio sullo stesso fuoco. Il suo vero problema non è il Chelsea, bensì i rapporti fra Mosca e Londra. E diventato ricco con Eltsin ma se ne è accorto con Putin, che gli ha costaantemente garantito la sua lontana, ma non troppo, protezione personale ed economica. Solo che adesso, dopo il tentato avvelenamento dell’ex-spia russa Srkipal, l’Inghilterra ha avvolto anche Abramovich con i misteri del gas nervino. E la conseguenza di questa nebbia diplomatica è che il governo di Theresa May non gli ha più rinnovato il visto permanente. Abramovich non era in Inghilterra quando il Chelsea vinse la Fa Cup. Non è stato più presente a Londra per diversi mesi. Dov’era? In Israele per farsi rilasciare un permesso di soggiorno, viste le sue origini ebraiche, che gli permettesse di spostarsi liberamente anche in Inghilterra, con la quale vive ormai un inedito rapporto di amore e odio. Vorrebbe che tutto tornasse com’era prima e al tempo stesso congela la costruzione del nuovo stadio da 60 mila posti, quasi per dispetto verso quel mondo irriconoscente.
A Londra dicono che i soldi per rilevare il Chelsea non saranno mai “inglesi”. Insomma non sarà Ratcliffe a prendere il posto di Abramovich: «Saranno arabi, americani o cinesi». Ma, prima di cedere, Abramovich ci penserà bene. Deve assicurarsi che poi non avrà nulla di cui rimproverarsi, che è, a quanto pare, la sua ossessione: la paura di non poter tornare indietro dopo una decisione presa. Per il suo Chelsea di sicuro ha fatto il massimo. In 15 anni ha speso 1,2 miliardi di sterline, è finito in passivo una decina di volte. Però ha vinto campionati, Champions, ha visto giocare a casa sua i più forti del mondo, a parte Messi e Ronaldo, e lavorare i migliori allenatori, che ha amato, idolatrato e poi scacciato dal suo castello avito.