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Francesca Schiavone con il Roland Garros vinto nel 2010 (reuters)

La gratitudine e i rimpianti per Leonessa Schiavone

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Mi telefona un amico dalla Rai. “Guarda che non sono a Flushing Meadows”, gli dico. “Sono costretto a seguirlo in televisione”. “Eri a Parigi otto anni fa” insiste lui. “Perché?”. “Non ti ricordi della Schiavone?” “È già passato tanto tempo?” domando, e mi viene in mente una ragazza sdraiata in mezzo al Roland Garros, le labbra ricoperte di terra rossa, dopo aver averla baciata. “Cosa vuoi sapere?” chiedo. “Se ti ricordi qualcosa?”. Mi si confondono le idee, per l’emozione, ma non posso non rispondere.

“Rivedo una ragazzina che già avevo visto giocare come un maschietto al Tennis Club Alberto Bonacossa, il mio club milanese. La ricordo giocare con Daniela Porzio, che mi diceva che prima o poi sarebbe arrivata lontano. Veniva da Brescia, e da allora, nei tornei presi a chiamarla Leonessa, memore del Carducci, che aveva chiamato in quel modo quella cit…
Mi telefona un amico dalla Rai. “Guarda che non sono a Flushing Meadows”, gli dico. “Sono costretto a seguirlo in televisione”. “Eri a Parigi otto anni fa” insiste lui. “Perché?”. “Non ti ricordi della Schiavone?” “È già passato tanto tempo?” domando, e mi viene in mente una ragazza sdraiata in mezzo al Roland Garros, le labbra ricoperte di terra rossa, dopo aver averla baciata. “Cosa vuoi sapere?” chiedo. “Se ti ricordi qualcosa?”. Mi si confondono le idee, per l’emozione, ma non posso non rispondere.

“Rivedo una ragazzina che già avevo visto giocare come un maschietto al Tennis Club Alberto Bonacossa, il mio club milanese. La ricordo giocare con Daniela Porzio, che mi diceva che prima o poi sarebbe arrivata lontano. Veniva da Brescia, e da allora, nei tornei presi a chiamarla Leonessa, memore del Carducci, che aveva chiamato in quel modo quella città dopo l’insurrezione del ‘49 contro gli austriaci. Venni poi a sapere, per il suo rispetto delle righe che mi parevano somiglianti ai binari, di un papà tranviere, e da buon lombardo mi dissi che anche la fenomenale Carla Fracci aveva un papà tranviere.

Cominciai a seguirla, con viva simpatia, sino a quel giorno in finale, contro la Stosur, la campionessa d’Australia. Non andò a rete meno della sua avversaria, che più spesso passò. Poi, su quel Central Court che aveva baciato, ritornò l’anno seguente, per essere battuta dall’arbitra. Si chiamava, l’arbitra, se ben ricordo Engzell, e, mentre Francesca tentava di trascinare al terzo la cinese Li-na, le tolse la palla buona per l’accesso al terzo. Vidi, e tutti videro, quella pallina maledetta rimbalzare all’incrocio delle righe a sinistra di Francesca, in televisione, ma l’arbitra volle aver ragione, e insistette nel suo No.

Con ogni probabilità la sua testardaggine impedì a Francesca la seconda vittoria al Roland Garros, riuscita sinora al solo Nicola Pietrangeli. Ora ha deciso, a 38 anni, di smettere le gare, di voler diventare maestra, forse professionista. Non posso non augurarglielo, anche se le due professioni sono diverse. Voglio ringraziarla di cuore per quanto ha fatto, per un Roland Garros riuscito, e l’altro, quello mancato, a causa di un’arbitra testarda.

Più che testardo, ma in modo diverso, mi è parso Millman, che avevo sottovalutato nella sua vittoria su Federer. Contro Djokovic, ritornato – credo – il miglior Djoko, sostenuto dalla moglie Jelena, dal coach Vajda e dall’esperto Dodo Artaldi, non ha sbagliato un solo rovescio, tenendolo anche lungo. La vittoria di Nole si è quindi basata sul maggiore talento, e su una maggiore insistenza sul diritto avverso, che qualche volta quel mirabile regolarista erra. Mi perdonino i lettori se non ho orientato il pezzo su Osaka e Nishikori, per la prima volta nella storia del Giappone entrambi in semifinale. Storico.