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Giacomo Bonaventura, 29 anni (ansa)

L'Italia senza qualità, la strada per rialzarsi è riscoprire la tecnica

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L'inchiesta. La crisi della Nazionale, il centrocampo sparito, la dispersione dei giovani, il mercato folle degli under e gli studi della Figc per cambiare i vivai
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Ogni giorno in Italia si disputano quasi 1600 partite ufficiali di calcio. Ogni 48 ore gioca una rappresentativa azzurra. Ogni weekend, su un pianeta di 13mila campi, sotto lo sguardo di 24mila allenatori, indossano le scarpette 838mila ragazzi, che sognano la maglia della Nazionale. Sul territorio ci sono 7mila scuole calcio, e famiglie che arrivano a spendere anche 900 euro di retta. Senza contare gli 8mila oratori, di cui l’83% svolge attività sportiva, secondo un’indagine Ipsos del 2017. Da questa sconfinata miniera, l’Italia non è riuscita a cavare 11 giocatori in grado di segnare un golletto alla Svezia per andare al Mondiale e, adesso, di vincere qualcosa in più di una morbida amichevole con l’Arabia Saudita. 

I primi passi della ricostruzione affidata a Roberto Mancini confermano una verità amara: è sparita la tecnica dalla scuola italiana, o almeno non gode di ottima salute. Lo dimostra la povertà del cen…
Ogni giorno in Italia si disputano quasi 1600 partite ufficiali di calcio. Ogni 48 ore gioca una rappresentativa azzurra. Ogni weekend, su un pianeta di 13mila campi, sotto lo sguardo di 24mila allenatori, indossano le scarpette 838mila ragazzi, che sognano la maglia della Nazionale. Sul territorio ci sono 7mila scuole calcio, e famiglie che arrivano a spendere anche 900 euro di retta. Senza contare gli 8mila oratori, di cui l’83% svolge attività sportiva, secondo un’indagine Ipsos del 2017. Da questa sconfinata miniera, l’Italia non è riuscita a cavare 11 giocatori in grado di segnare un golletto alla Svezia per andare al Mondiale e, adesso, di vincere qualcosa in più di una morbida amichevole con l’Arabia Saudita. 

I primi passi della ricostruzione affidata a Roberto Mancini confermano una verità amara: è sparita la tecnica dalla scuola italiana, o almeno non gode di ottima salute. Lo dimostra la povertà del centrocampo azzurro, il reparto che più degli altri ravvisa la crisi nel confronto con le altre scuole europee, e che oggi si affida all’oriundo Jorginho. L’involuzione del gioco e la difficoltà a far gol ne sono la logica conseguenza. Esiste, certo, la questione dello scarso minutaggio in campionato e dell’esperienza ridotta o inesistente di molti italiani sul piano internazionale. Ma è innegabile l’impoverimento tecnico del bacino azzurro. 

Il contatto con il pallone

Solo una questione generazionale? O abbiamo smesso di insegnare calcio? Maurizio Costanzi, talent scout dell’Atalanta, introduce il concetto di “somministrazione del pallone”. Spiega che all’estero la differenza la fanno le ore di gioco: «In Croazia, Paese finalista al Mondiale, ma anche in Svezia, la nazionale che ci ha eliminato, i bambini sostengono anche sette, otto sedute di allenamento con la palla a settimana. La scuola assorbe la disciplina sportiva, durante le ore di educazione fisica s’insegna la tecnica. In Italia un bambino della stessa età arriva a tre sedute settimanali, più spesso si ferma a due. Così, un Paese di 334mila abitanti come l’Islanda va al Mondiale, e noi, con 60 milioni, restiamo a casa». 

Il format delle partite

Il Belgio, per curare i fondamentali, ha vietato le partite 11 contro 11 a tutto campo fino ai 12 anni: il numero di giocatori in squadra (2, poi 5, poi 8) cresce progressivamente. Alla stessa età, Spagna, Portogallo, Germania, Norvegia, Scozia, Danimarca, Svezia e Svizzera giocano in 7 contro 7. E anche l’Afc, la confederazione asiatica, ha sposato tale filosofia. Uno studio sul tavolo del Settore giovanile e scolastico della Figc, nell’ambito del programma Uefa Grassroots, ha analizzato le partite dei ragazzi di 11 anni, calcolando quantità, ampiezza e intensità degli spostamenti in campo, con il Gps, numero e qualità delle giocate, frequenza cardiaca. E ha concluso che a quella età la sfida 11 contro 11 sollecita il fisico e scoraggia la partecipazione al gioco senza palla, mentre i modelli 9 vs 9 e 5 vs 5 favoriscono la crescita tecnica, perché spingono il bambino a prendere decisioni e a cercare la giocata. Da una stagione, anche in Italia gli Esordienti, 11 anni, giocano a campo ridotto e in squadre da 9. In più, sono stati introdotti gli shootout prima di ogni tempo, che incidono sul punteggio finale: sono i rigori in movimento per incentivare il dribbling, nell’uno contro uno con il portiere. Attitudini che una volta si sviluppavano nel gioco di strada, in spazi ristretti e in condizioni di gioco complicate. L’Italia si è mossa bene ma in ritardo, e a livello locale non sempre le nuove indicazioni vengono rispettate. 

La dispersione

Dove vanno a finire gli 800mila ragazzi dei vivai? Un’indagine della Figc ne fotografa la parabola. Nel 2005 c’erano 171mila bambini al primo tesseramento. Di questi, 83mila, quasi la metà, si erano già stufati dopo un anno e avevano cambiato hobby. Nel 2016-17, erano rimasti in 26mila. E ancora: solo lo 0,5% dei giovani tesserati nel 2007 giocava ancora per lo stesso club dieci anni dopo. In sostanza, l’idea che una società prenda un bimbo e lo conduca per mano fino alla prima squadra, è un miraggio. Eppure, ogni categoria ha le sue regole per valorizzare i vivai. In A ci sono le liste bloccate, con un tetto di 25 giocatori “over 22”, di cui 4 formati nel vivaio interno. Ebbene: nessuna delle 20 squadre riesce a iscrivere in rosa quattro calciatori “fatti in casa”, tutte lasciano caselle vuote. Fra i dilettanti, l’obbligo è addirittura più severo: gli under (4 in Serie D, 2 in Eccellenza e in Promozione) devono essere sempre in campo. Il protezionismo, però, produce effetti aberranti. «Perché un ragazzino di media bravura diventa una gallina dalle uova d’oro, c’è un mercato parallelo in cui l’età conta più della qualità tecnica», racconta un procuratore pentito. «Fra i dilettanti, ci sono società disposte a pagare anche duemila euro al mese a un under. Così, è molto facile convincere il giocatore, la famiglia, il club, a lasciare in anticipo le giovanili per tentare l’avventura in un campionato senior, con la garanzia di giocare. Dai 18 ai 20 anni ti illudi di avercela fatta, guadagni sempre di più e pensi che arriverai in A. Poi esci dalla fascia protetta, diventi “vecchio” per quella stessa regola che ti tutelava, e dietro di te c’è già un nuovo diciottenne pronto a prendere il tuo posto. Nel reclutamento, si guarda al fisico più che alla tecnica, e si cercano di più gli esterni, ruolo dove si ritiene che un giovane, se proprio deve giocare, possa far meno danni. Questa è la mentalità». La fuga di questa classe media dai vivai impoverisce il campionato Primavera, considerato unanimemente poco competitivo nella transizione delicata verso la prima squadra: lo giocano quei pochi bravi davvero che i club blindano e quelli senza futuro che non hanno neppure ricevuto un’offerta dalle categorie minori. 

I modelli

Le scuole calcio Élite riconosciute dalla Figc sono solo il 6%: per ogni categoria hanno allenatori qualificati e sviluppano progetti. Ci sono 37 centri federali territoriali, altri 13 apriranno a ottobre, ma funzionano in media una volta a settimana. Esistono oasi virtuose come la Real Casarea, società di Casalnuovo di Napoli nata nel 2006 e premiata con un riconoscimento Uefa per il miglior settore giovanile nel 2018. «Ai nostri tecnici, tutti con patentino, formati a Coverciano, imponiamo una regola: niente indicazioni tattiche durante la partita. I ragazzi devono poter seguire l’istinto e ricercare la giocata di qualità, il dribbling», spiega il presidente Antonio Tanucci. E i ragazzi tesserati frequentano tre classi sperimentali a indirizzo calcistico dell’Istituto superiore “Archimede” di Ponticelli: più lavoro in classe e niente compiti a casa. Un sistema ispirato ai college Usa.