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Gianlorenzo Blengini, ct dell'Italia del volley (ansa)

Soluzione Blengini, il ct della semplicità né filosofo né guru

I Mondiali di pallavolo. Allievo di Velasco e Berruto, ha ricucito una Nazionale stanca: alla seconda fase con 5 vittorie su 5
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Da Julio Velasco, il suo primo maestro, ha imparato che in campo i giocatori devono essere liberi di muoversi per conto loro. Quando la partita comincia, l’allenatore ha un unico compito: soffrire in silenzio, fuori dalla scena, dissimulare la paura, guardare e non toccare. Quello che doveva fare l’ha fatto prima, vittoria o sconfitta non sono più nè nelle sue mani nè nella sua testa. Durante le partite Lorenzo Blengini si muove avanti e indietro per il campo, non sta mai fermo, non ci riesce. Applaude a ogni punto dei suoi giocatori, li cerca con lo sguardo, fa sentire la sua presenza e non la impone mai. Non è un filosofo e non è uno stratega, non è psicologo e non è veggente. Allena la Nazionale ed è convinto che un allenatore come lui debba parlare di pallavolo e di nient’altro. A sentire lui sembra tutto molto semplice: il volley ha bisogno di una rete, di un pallone e di un palazzetto sopra la testa. L&rsq…
Da Julio Velasco, il suo primo maestro, ha imparato che in campo i giocatori devono essere liberi di muoversi per conto loro. Quando la partita comincia, l’allenatore ha un unico compito: soffrire in silenzio, fuori dalla scena, dissimulare la paura, guardare e non toccare. Quello che doveva fare l’ha fatto prima, vittoria o sconfitta non sono più nè nelle sue mani nè nella sua testa. Durante le partite Lorenzo Blengini si muove avanti e indietro per il campo, non sta mai fermo, non ci riesce. Applaude a ogni punto dei suoi giocatori, li cerca con lo sguardo, fa sentire la sua presenza e non la impone mai. Non è un filosofo e non è uno stratega, non è psicologo e non è veggente. Allena la Nazionale ed è convinto che un allenatore come lui debba parlare di pallavolo e di nient’altro. A sentire lui sembra tutto molto semplice: il volley ha bisogno di una rete, di un pallone e di un palazzetto sopra la testa. L’enciclopedia Treccani non conierà un neologismo in suo onore e va bene così. «Per quanto mi riguarda cerco di parlare il meno possibile».

Da ragazzino sognava il calcio e il Torino, la squadra della sua città. La pallavolo è arrivata dopo. È stato un ricevitore, bravino, niente di più. Lui, molto autocritico, si è sempre definito mediocre. Un infortunio lo ha costretto a fermarsi prima del tempo, senza particolari rimpianti. Nei mesi in cui cercava di riabilitarsi, si allenava in palestra insieme ai suoi compagni: è li che ha imparato la giusta distanza. Loro giocavano, lui guardava e imparava: nello sport le parole non bastano, la palla serve per giocare, non per costruirci sopra teorie. È diventato allenatore nel 2000, prima come assistente di Mauro Berruto a Torino, poi di Velasco a Piacenza e Modena. Nel 2014 Berruto lo porta con sè in Nazionale; un anno dopo quando l’ex ct lascia l’incarico Blengini, a trentatré anni, smette finalmente di essere l’ombra dei suoi venerati maestri e diventa commissario tecnico di una squadra a pezzi.

Eredita un gruppo disunito, giovane ma già stanco, di presenze agli allenamenti controvoglia e ritiri non rispettati, di fenomeni individuali senza spirito di gruppo. Lui, con voce e profilo bassissimo e tutto il rispetto di cui era capace ha fatto capire che il passato era un capitolo chiuso. Si è ripreso in squadra il figliol prodigo Ivan Zaytsev e ha dato fiducia alle giovani promesse. Un anno dopo il suo arrivo, a Rio, l’Italia dopo dodici anni è tornata a giocare una finale olimpica, perdendo soltanto contro il Brasile. Martedì sera gli azzurri hanno completato la prima fase dei Mondiali di Italia Bulgaria senza perdere nemmeno un incontro: 5 partite e 5 vittorie, compresa quella contro l’Argentina di Velasco. Blengini le ha affrontate come al solito. Subito dopo il match point si è allontanato dalla linea di fondo campo, ha abbassato lo sguardo e finalmente ha tirato un sospiro di sollievo. Poteva smettere di guardarli, poteva smettere di far finta di non avere paura. Prima di unirsi, ha lasciato che i giocatori rimanessero da soli in campo a prendersi gli applausi del pubblico. Vince chi schiaccia e chi riceve, la gloria è tutta nelle loro mani. Blengini lo sa, per questo si unisce soltanto quando la festa è finita. Non vuole che nessuno se lo prenda sulle spalle e lo porti il trionfo. Gli Special One li lascia al calcio, i sarrismi e i tecnicismi anche. Per lui allenare è un privilegio, non una lezione da impartire. Alla fine di ogni partita va dai suoi ragazzi, li applaude, sorride insieme a loro e poi li lascia andare. Non ruba la scena, vince e fa vincere alla giusta distanza.