✕
Bebe Vio con le compagne dell'oro europeo, Loredana Trigilia e Andreea Mogos (al centro) 

Alla nuova Bebe Vio vincere da sola non basta più

Dopo 20 titoli individuali, punta all’oro a squadre olimpico. “In gara fino al 2028”
2 minuti di lettura
Bebe Vio non si ferma. Vince sempre, vuole vincere ancora. L’ultima medaglia l’ha conquistata sabato scorso a Terni, agli Europei di scherma paralimpica, nella gara di fioretto a squadre, insieme a Loredana Trigilia e Andreea Ionela Mogos. Sono loro la sua nuova priorità. A 21 anni e dopo più di venti titoli individuali, salire da sola sul podio non le basta più, adesso si allena per condividere i successi con le sue compagne. Nel 2016 a Rio il terzetto Vio, Trigilia e Mogos aveva conquistato il bronzo. A Tokyo le ragazze vogliono l’oro. «Mia figlia è stata una botta di vita per tutto il movimento paralimpico italiano» afferma Ruggero Vio al ritorno da Terni. «Adesso è giusto che il suo sorriso illumini anche tutto ciò che le sta intorno». Le qualificazioni per le Paralimpiadi cominciano a novembre in Georgia, un cammino di due anni e dodici gare per cercare di ottenere un posto tra i dodici gruppi mig…
Bebe Vio non si ferma. Vince sempre, vuole vincere ancora. L’ultima medaglia l’ha conquistata sabato scorso a Terni, agli Europei di scherma paralimpica, nella gara di fioretto a squadre, insieme a Loredana Trigilia e Andreea Ionela Mogos. Sono loro la sua nuova priorità. A 21 anni e dopo più di venti titoli individuali, salire da sola sul podio non le basta più, adesso si allena per condividere i successi con le sue compagne. Nel 2016 a Rio il terzetto Vio, Trigilia e Mogos aveva conquistato il bronzo. A Tokyo le ragazze vogliono l’oro. «Mia figlia è stata una botta di vita per tutto il movimento paralimpico italiano» afferma Ruggero Vio al ritorno da Terni. «Adesso è giusto che il suo sorriso illumini anche tutto ciò che le sta intorno». Le qualificazioni per le Paralimpiadi cominciano a novembre in Georgia, un cammino di due anni e dodici gare per cercare di ottenere un posto tra i dodici gruppi migliori al mondo.

“La competizione a squadre è stato il momento più bello della mia vita”, ha scritto Bebe Vio sulla sua pagina Instagram pochi giorni fa. Meglio di tutti gli ori solitari, la cena e i selfie con Obama, le campagne di sensibilizzazione, le dediche di Jovanotti, le foto in posa per Anne Geddes e la sua autobiografia che è una promessa che le si legge negli occhi ogni volta che parla: “Se sembra impossibile allora si può fare”. Si farà anche la squadra, si è già fatta. «Bebe è stata la campionessa di cui la scherma aveva bisogno. Ma il suo successo mediatico non deve più coprire i silenziosi risultati di un movimento in crescita. La Federazione ha inglobato nel sistema anche l’attività paralimpica, oggi gli atleti in carrozzina sono più seguiti, hanno più strutture in cui crescere e allenarsi».

I risultati si vedono, a Terni l’Italia ha conquistato quattordici medaglie, un record. C’è Bebe Vio ma ci sono anche tutti gli altri. A cominciare dalle sue compagne. Loredana Trigilia, classe 1976 e un figlio di nome Tommaso, si allena tutti i giorni almeno tre ore al giorno. I Giochi di Rio sono stati i quinti nella sua carriera, dal mese prossimo lotterà per partecipare ai sesti. Andreea Ionela Mogos, trent’anni appena compiuti, ha cominciato a gareggiare nel 2013, tre anni dopo, ha esordito alle Olimpiadi conquistando subito un bronzo. Tra gli uomini Alberto Pellegrini, Edoardo Giordan, Marco Cima ed Edoardo Paolucci, anche loro medaglie d’oro nella sciabola. Bebe Vio è la più piccola del gruppo. Due anni fa, alla vigilia della sua prima olimpiade, l’atleta veneziana si era data come obiettivo finale della carriera le Olimpiadi di Roma del 2024, poi la candidatura italiana è tramontata, lei prima ha pianto di rabbia e di delusione, poi ha deciso di posticipare il ritiro. «Tra le nuove priorità di mia figlia c’è un’altra Olimpiade: dopo Tokyo, gli obiettivi sono Parigi 2024 e una novità: Los Angeles 2028. Bebe avrà appena compiuto trentuno anni, sarà ancora giovanissima, è giusto che continui a gareggiare, se è ancora quello che vuole».

Quando aveva dieci anni Bebe stava cominciando a disinnamorarsi della scherma, non le piaceva più. Poi nel 2008 la meningite le ha fatto scoppiare le vene del corpo e l’ha quasi uccisa: “Sono un mezzo cadavere, mi manca quasi tutto”, ripete sempre e sempre con il sorriso. Senza braccia e senza gambe si è accorta di non poter vivere senza la scherma, per questo si è rotta venticinque protesi in nove anni, per continuare a gareggiare. Prima da sola, da adesso in poi insieme alle sue compagne. E quando dirà addio alla pedana continuerà a non fermarsi, per sé stessa e per tutti gli altri. Suo padre conferma: «Vuole diventare presidente del Coni».