✕

Usa a caccia del Mondiale. Nel nome dei padri fondatori

Ascolta l'audio

È l'unica nazionale ancora imbattuta. Gli statunitensi hanno inventato il volley, lo hanno esportato, ma non hanno un torneo nazionale. Ora vogliono dimenticare il ko con l'Italia ai Giochi. "Siamo più esperti"
2 minuti di lettura
Il baseball e i primi "montgomery" a Nettuno e ad Anzio nel Secondo Dopoguerra, la pallavolo, le palle e le reti per giocare sul bagnasciuga a Marina di Ravenna e a Porto Corsini durante la Prima Guerra Mondiale. Gli americani non sbarcano mai a mani vuote. Forse i nove giocatori americani presenti in Superlega sentono aria di casa, qui da noi. E forse la sentono anche per quei loro antenati dell'unica unità operativa dell'Aviazione della Marina degli Stati Uniti in Italia nel 1918, che esattamente cent'anni fa aiutarono l'Italia a vincere una guerra sanguinosa mai veramente vinta arrivando dalla Francia con un treno carico di bombe, cannoni e materiale per giocare a pallavolo in brache durante le pause. C'è qualcosa, forse questo profumo lontano, forse qualche vecchia foto, forse la fascinosa avventura che hanno vissuto e raccontato successivamente Velasco, Lollo Bernardi, Maurizia Cacciatori (a ottobre esce il suo Senza rete), più a…
Il baseball e i primi "montgomery" a Nettuno e ad Anzio nel Secondo Dopoguerra, la pallavolo, le palle e le reti per giocare sul bagnasciuga a Marina di Ravenna e a Porto Corsini durante la Prima Guerra Mondiale. Gli americani non sbarcano mai a mani vuote. Forse i nove giocatori americani presenti in Superlega sentono aria di casa, qui da noi. E forse la sentono anche per quei loro antenati dell'unica unità operativa dell'Aviazione della Marina degli Stati Uniti in Italia nel 1918, che esattamente cent'anni fa aiutarono l'Italia a vincere una guerra sanguinosa mai veramente vinta arrivando dalla Francia con un treno carico di bombe, cannoni e materiale per giocare a pallavolo in brache durante le pause. C'è qualcosa, forse questo profumo lontano, forse qualche vecchia foto, forse la fascinosa avventura che hanno vissuto e raccontato successivamente Velasco, Lollo Bernardi, Maurizia Cacciatori (a ottobre esce il suo Senza rete), più altri venti che hanno fatto storia smuovendo la geografia (del nostro volley), forse la qualità del gioco attuale, che attrae i ragazzi di California cresciuti a beach volley sulla spiagga di Capistrano, dove negli anni Venti arrivavano i primi treni da Los Angeles, i piccoli fenomeni dei college, i campioni nati alle Hawaii: qualcosa che li ammalia come una bella sirena che entra ed esce dalle palestre delle emozioni fra Modena, Latina, Milano e Trento.

"Perché l'Italia?", spiega Max Holt, uno dei battitori più forti del mondo e uno dei muri più invalicabili di questi Mondiali che il prossimo anno sarà raggiunto a Modena (dove allena Velasco) dal suo compagno palleggiatore Micah Christenson, hawaiiano come i fratelli Shoji, anche loro transitati in Italia, "perché è il posto dove si gioca meglio dopo i nostri college". I college. Un mito e se vogliamo un limite. Nel paese "culturalmente e finanziariamente occupato dai quattro sport dominanti", football, basket, baseball e hockey, la nazionale di volley degli Stati Uniti, l'unica ancora imbattuta tra le partecipanti alle Final Six, otto su otto, è una potenza conclamata, può vincere questi Mondiali eppure negli Stati Uniti non esiste un vero e proprio campionato: ci sono soltanto università e ripartizioni regionali (40 federazioni locali) che organizzano eventi misti (raduni, selezioni e tornei), più un campionato nordamericano che però si disputa fra nazionali: "Troppa distanza, pochi soldi ancora", spiega il ct John Speraw, 47 anni il 18 ottobre, personaggio carismatico e multiforme, una laurea in microbiologia e genetica molecolare, la fantasia di entrare in politica durata troppo poco per diventare realtà, almeno tre libri nel cassetto, "ma non usciranno mai".

Per essere i padri fondatori del volley, inventato da William G. Morgan all'YMCA del Massachussetts nelle stesse ore in cui nascevano il cinema, i fumetti e le Olimpiadi moderne, gli Stati Uniti del volley maschile hanno vinto meno di quanto ti aspetteresti. Però sempre tre Olimpiadi e un Mondiale se li sono portati a casa. E sempre con il marchio, diretto o indiretto, del più grande di tutti: Karch Kiraly (ora ct della nazionale femminile). Adesso, come ripete Speraw, "abbiamo l'arma che ci mancava a Rio quando abbiamo perso in semifinale proprio contro l'Italia in una partita che è stata drammaticamente epica anche per noi: l'esperienza". Gli servì già lo scorso anno per rifarsi in World League (perdemmo 3-0). Chissà cosa potrebbe succedere adesso, in semifinale o in finale, con i Blengini Boys a palla e con gli americani d'Italia, più Anderson (leader di quei mostri dello Zenit) e Sandler al top delle classifiche in ogni ruolo o quasi. Nessuno è più un ragazzino, i leader hanno 30/31 anni. Quindi l'esperienza di cui parla il ct è l'altra esperienza: "Quella della tenuta nervosa e del clima gara quando la gara conta". Queste contano. E le hanno vinte tutte. Qualcosa sarà cambiato.