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Centri per l'impiego flop: 2 milioni di richieste, 37 mila posti trovati

Sono 556 con 8 mila dipendenti senza collegamenti tra di loro e senza coordinamento. E non sono pronti per il reddito di cittadinanza 
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ROMA. “Mi faccia sapere se c’è qualche annuncio di lavoro adatto per lei”. La gentile manifestazione di interesse rivolta alla signora Gabriella dal suo centro per l’impiego di Milano, non voleva essere una battuta, anche se il suo effetto è tristemente comico. Che la struttura pubblica che dovrebbe trovarti un lavoro ti augura di trovarlo da solo, non è più ritenuto un paradosso, è solo la naturale conseguenza di un dato di fatto: e cioè che in Italia, tranne rare eccezioni, i centri per l’impiego non servono a guidare i propri iscritti verso un impiego. Nell’episodio accaduto alla signora, poi, siamo di fronte a una delle strutture meno disastrate d’Italia. Al Sud, dove la disoccupazione è tre volte quella lombarda, lo sfacelo si tocca con mano, anche se non si può dimenticare che nel Mezzogiorno a mancare è proprio la materia prima, ossia l’offerta di lavoro, il che preclu…
ROMA. “Mi faccia sapere se c’è qualche annuncio di lavoro adatto per lei”. La gentile manifestazione di interesse rivolta alla signora Gabriella dal suo centro per l’impiego di Milano, non voleva essere una battuta, anche se il suo effetto è tristemente comico. Che la struttura pubblica che dovrebbe trovarti un lavoro ti augura di trovarlo da solo, non è più ritenuto un paradosso, è solo la naturale conseguenza di un dato di fatto: e cioè che in Italia, tranne rare eccezioni, i centri per l’impiego non servono a guidare i propri iscritti verso un impiego. Nell’episodio accaduto alla signora, poi, siamo di fronte a una delle strutture meno disastrate d’Italia. Al Sud, dove la disoccupazione è tre volte quella lombarda, lo sfacelo si tocca con mano, anche se non si può dimenticare che nel Mezzogiorno a mancare è proprio la materia prima, ossia l’offerta di lavoro, il che preclude spesso ogni possibile incrocio con la domanda.

Sono 556 sparsi in tutta Italia, i centri per l’impiego. Con i loro 8 mila dipendenti si prendono carico ogni anno di quasi due milioni di persone, ma alla fine trovano lavoro ad appena 37 mila. Certo, da quando non si chiamano più “uffici di collocamento”, i loro compiti si sono allargati: devono informare i disoccupati sulle agevolazioni a cui hanno diritto (e a questo si limitano molti di essi) devono profilarli, accompagnarli verso corsi di formazione, gestire situazioni di mobilità e di crisi. Ma negli ultimi tempi, la politica ha riassegnato loro funzioni di ricerca vera e propria di lavoro: prima con l’assegno di ricollocazione e il reddito di inclusione, ora con la proposta di un impiego ai 6,5 milioni di beneficiari del reddito di cittadinanza.

Obiettivo, questo, che con la loro attuale struttura quei centri non potranno mai raggiungere. Organici insufficienti, capacità tecniche e professionali inadeguate, governance confusa, banche dati che non si parlano: tutti nodi strutturali che certamente non saranno sciolti entro aprile, quando probabilmente partirà il reddito di cittadinanza. Difficile allineare i tempi della riforma dei centri annunciata dal governo, con l’avvio della misura su cui i Cinquestelle e l’intero esecutivo si giocano tutta la loro credibilità. C’è da aspettarsi anzi che molti centri per l’impiego, soprattutto al Sud, andranno letteralmente in tilt dovendo rispondere non più agli attuali 1,7 milioni di senza lavoro (il 42% dei disoccupati e il 22% degli inattivi disposti a lavorare), ma a 6,5 milioni di poveri e pensionati al minimo. Come dire che ciascuno dei dipendenti dovrà prendersi in carico 812 persone. Scenario al di là di ogni buon senso se pensiamo che già ora quei dipendenti non reggono il flusso crescente dei disoccupati.

A Bari sono dovute intervenire un mese fa le forze dell’ordine per sedare più di una rissa e calmare i 250 cittadini in fila davanti a quattro sportellisti: oltre alla “dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro”, che certifica il loro stato di disoccupazione, chiedevano (come è nel loro diritto) la firma del patto di servizio con il quale vengono presi in carica. Ma non è solo una questione di sovraffollamento. Sempre a Bari un signore scopre che al database del suo centro non risultano le esperienze di lavoro fatte fuori dalla Puglia, mentre al sito dell’Anpal (l’agenzia nazionale del lavoro) non risultano quelle fatte in Puglia.

La spiegazione è semplice: quasi dappertutto in Italia i centri per l’impiego non dialogano né tra di loro né con l’Agenzia che dovrebbe coordinarli, rimasta senza poteri dopo la bocciatura della riforma costituzionale. Né scambiano i loro dati con l’Inps. In altre parole, non solo i centri non parlano con il loro coordinatore, ma chi eroga i sussidi (l’Inps) non dialoga neppure con chi dovrebbe trovare un lavoro per porre fine a quei sussidi (gli stessi centri). Chi garantisce a questo punto che l’istituto erogatore verrà informato che il beneficiario ha magari rifiutato il lavoro per tre volte e non ha più diritto al sussidio?

Se poi alla mancanza totale di una strategia comune, si accompagna soprattutto al Sud una giostra di sprechi, furbizie e privilegi, il quadro è definitivamente compromesso. I dipendenti dei centri per l’impiego siciliani sono 1.737 su 8.000, il 22%. La Lombardia ne ha la metà e smaltisce il doppio delle pratiche. Il 30% lavora lontano dagli sportelli, dietro una scrivania, contro il 17 della media nazionale. Tutto lascia pensare che il carrozzone siciliano risponda più all’esigenza di un’auto-ricerca di lavoro che a quella altrui, e sia diventato a tutti gli effetti un ufficio di collocamento autoreferenziale, che per giunta non riesce neppure a evitare file di centinaia di disoccupati al giorno. Gli esempi positivi, paradossalmente proprio lì dove il lavoro si trova più facilmente - da Trento alle province venete come Treviso – ci sono ma scarseggiano. Nella maggior parte dei casi – dice l’ultimo rapporto dell’Anpal – la carenza di personale (che pesa per il 50% di tutte le criticità) si accompagna alla inadeguatezza di strumentazioni informatiche e di software (26%), all’assenza di banche dati (7,7), alla scarsezza di spazi (5,9%). Ma c’è anche una strutturale carenza di professionalità (10%): mancano orientatori e psicologi, esperti in consulenza aziendale e mediatori culturali.

Dunque non è solo una questione di assunzioni da fare. E se è vero che la Germania ha dieci volte i nostri addetti, è altrettanto vero che i centri tedeschi gestiscono anche i sussidi, cosa che da noi fa l’Inps. E poi molte funzioni, come nel caso della Lombardia, possono essere demandate alle agenzie private. Ma il rafforzamento dell’organico non basta: deve accompagnarsi a un potenziamento delle strutture, a un miglioramento professionale, a un vero coordinamento: cosa per nulla facile se consideriamo che le Regioni (dalle quali i centri per l’impiego dipendono) hanno conservato la loro competenza legislativa e sono gelose delle proprie politiche locali. Cambiare questo stato di cose è indispensabile se si vuole solo immaginare che a ciascuno dei 6,5 milioni di poveri e pensionati al minimo (e non agli attuali 37 mila disoccupati l’anno che trovano un impiego grazie ai centri) possano essere proposti addirittura tre lavori di seguito. In caso contrario, si può scommettere che il reddito di cittadinanza sarà solo un gigantesco sistema di assistenza permanente, del tutto slegato dal lavoro.