✕
(agf)

La corsa di Mick Schumacher per sentirsi vicino a suo padre

2 minuti di lettura
Per lui correre significa tenerlo ancora in vita. Averlo vicino al volante, condividere sorpassi, sentire il rombo della sua voce. Nel nome del padre, del figlio e della F1. Da Michael e Mick. Un altro Schumacher vince in pista (F3). Mick è il figlio di. Erano insieme a sciare a Meribel nel dicembre 2013 nel giorno dell'incidente: Michael aveva 45 anni, Mick 14. "Lesioni cerebrali sparse" furono le poche parole dei neurochirurghi. Da allora il grande Schumacher sopravvive a se stesso, senza più guidare la sua vita, mentre il giovane si fa largo, sboccia e diventa campione di F3. È la sua prima volta. Due vite, una svolta: 14 gare senza un successo, 8 nelle ultime 15.

"Non so esattamente cosa mi sia scattato dentro, prima non riuscivo a mettere insieme i pezzi e a ottenere risultati". Tutti a dire: il cognome pesantissimo è un'arma a doppio taglio. Tutti ad insinuare: è un raccomandato speciale, viaggia su circuiti di casa…
Per lui correre significa tenerlo ancora in vita. Averlo vicino al volante, condividere sorpassi, sentire il rombo della sua voce. Nel nome del padre, del figlio e della F1. Da Michael e Mick. Un altro Schumacher vince in pista (F3). Mick è il figlio di. Erano insieme a sciare a Meribel nel dicembre 2013 nel giorno dell'incidente: Michael aveva 45 anni, Mick 14. "Lesioni cerebrali sparse" furono le poche parole dei neurochirurghi. Da allora il grande Schumacher sopravvive a se stesso, senza più guidare la sua vita, mentre il giovane si fa largo, sboccia e diventa campione di F3. È la sua prima volta. Due vite, una svolta: 14 gare senza un successo, 8 nelle ultime 15.

"Non so esattamente cosa mi sia scattato dentro, prima non riuscivo a mettere insieme i pezzi e a ottenere risultati". Tutti a dire: il cognome pesantissimo è un'arma a doppio taglio. Tutti ad insinuare: è un raccomandato speciale, viaggia su circuiti di casa. Tutti a criticare: vive nell'ombra ingombrante che presto farà buio. Mick sembrava spacciato, come i coatti del destino, sopraffatti dal non potere evitare il confronto della successione. Ma i motori vivono nel mondo del patronimico: Damon Hill, figlio di Graham, Jacques Villeneuve di Gilles, Nico Rosberg figlio di Keke, Max Verstappen di Jos. C'è sempre stata voglia di dinastia: Ascari, Stuck, Piquet, Prost, Alesi. Guardate gli album di famiglia: la prima cosa che fanno i padri-piloti è mettere i figli al volante della monoposto. E ora tutti ad applaudire, ma anche a sottolineare che la corsa è ancora lunga, che Michael era un'altra cosa. Certo che lo era: aveva iniziato a correre da bimbo perché papà Rolf gestiva la pista di go-kart di Kerpen. E quei giri in tondo erano il suo dopo-scuola. La famiglia Schumacher allora non aveva soldi per sostenere la carriera del figlio, tanto che Michael, dopo le gare nazionali, andava a raccattare catene e gomme che i suoi avversari più ricchi buttavano.

È cosi che è diventato Schumi, con la fame e il talento. Per Mick il discorso è diverso, ma altrettanto complicato e doloroso. Ha avuto la disponibilità economica che al padre era mancata, i mezzi e i team migliori, oltre alla stessa manager-portavoce (Sabine Kehm). Il punto, per Mick, non è stato il confronto con il papà ma la sua assenza. Cinque anni senza parlarsi, senza capirsi. E la scoperta che correre era un modo per tenere i contatti, in modo che il nome Schumacher uscisse dalla sua immobilità, che tornasse a vivere dove più contava, se non come padre, almeno come pilota. E infatti Mick, che ha compiuto un salto di qualità, non ha paura di dire "I consigli di papà sono sempre con me". Jacques Villeneuve aveva 11 anni quando Gilles morì nell'82. "Piansi per due settimane, poi mi dissi: basta, devo andare avanti. Quando mi misi a correre non era per confrontarmi con lui o per terminare la sua opera, poi nel '97 ho battuto Schumacher e ho vinto il titolo mondiale. Rivendicavo la mia identità, nonostante il cognome ingombrante. Nel 2012 a 30 anni esatti dalla disgrazia di Zolder, una telefonata di Montezemolo mi invita a Fiorano: Jacques, qui c'è la vettura di tuo padre, ti piacerebbe farci un giro? Ho accettato, e una volta seduto sulla sua Ferrari ho pensato: "Papà, sono qua, nel tuo posto. Sono qua, papà, e un cerchio si chiude. È stato bellissimo, la fine di un percorso".
Sedersi, dopo anni di rifiuti emotivi, fare pace dopo tensioni e risentimenti. Ma anche ricominciare a vivere, perché le porte che sbattono nella notte non fanno dormire. Chissà se Mick che ha capelli biondi e occhi chiari (ha preso dalla madre), si metterà al posto di Michael, ma intanto ha trovato un modo per stargli accanto. Non si guida in due in F1.