Nazionale, il commento di Gianni Mura: "La crescita a centrocampo con Barella e Verratti"
Gianni Mura , di GIANNI MURA
Che bellezza, ma quanta sofferenza prima che Cristiano Biraghi, un terzino nato a Cernusco sul Naviglio, il paese dei liberi (Scirea, Tricella e Galbiati) mettesse dentro il pallone dell'1-0. Si era al 2' di recupero e quel pallone ha il potere di trasformare un'ultima o penultima spiaggia in una rampa di lancio. Il mare si calma e il cielo è sempre più blu. Un'Italia così bella non si vedeva da un anno. Rispetto all'amichevole con l'Ucraina Mancini non ha cambiato nessuno. Era il segnale, fin dall'inizio, che credeva in quei giocatori, in quella squadra, in quel modo di giocare a calcio, con tre elementi tecnici in attacco e nessuna punta centrale. E fin dall'inizio si è capito che l'Italia faceva sul serio: traversa di Jorginho dopo nemmeno 1' a Szczesny battuto. E questo era un altro segnale, non meno importante: anche la squadra ci credeva.
Bellezza è nella mentalità di una squadra, la nostra, che n…
Bellezza è nella mentalità di una squadra, la nostra, che n…
Che bellezza, ma quanta sofferenza prima che Cristiano Biraghi, un terzino nato a Cernusco sul Naviglio, il paese dei liberi (Scirea, Tricella e Galbiati) mettesse dentro il pallone dell'1-0. Si era al 2' di recupero e quel pallone ha il potere di trasformare un'ultima o penultima spiaggia in una rampa di lancio. Il mare si calma e il cielo è sempre più blu. Un'Italia così bella non si vedeva da un anno. Rispetto all'amichevole con l'Ucraina Mancini non ha cambiato nessuno. Era il segnale, fin dall'inizio, che credeva in quei giocatori, in quella squadra, in quel modo di giocare a calcio, con tre elementi tecnici in attacco e nessuna punta centrale. E fin dall'inizio si è capito che l'Italia faceva sul serio: traversa di Jorginho dopo nemmeno 1' a Szczesny battuto. E questo era un altro segnale, non meno importante: anche la squadra ci credeva.
Bellezza è nella mentalità di una squadra, la nostra, che non si spaventa, non traballa, non cincischia, ma si esalta davanti a un ostacolo duro, serio. Mancini aveva cercato di sdrammatizzare, nei giorni di vigilia: anche dovessimo essere eliminati, tutto continuerà come prima. Per lui, il vero esame saranno gli Europei. E non escludo che questa mossa abbia sgravato le teste dei giocatori. La sofferenza è arrivare agli ultimi secondi sullo
0-0 dopo avere dominato la partita, dopo aver preso a pallate la Polonia in casa sua, e qui siamo al solito discorso della difficoltà a segnare. Ma stavolta, creando un sacco di palle-gol. Due traverse nel primo tempo (oltre a Jorginho, Insigne) e almeno altre tre grandi parate di Szczesny, signor portiere, ma non lo scopriamo oggi, ma anche errori di mira (Bernardeschi in primis, poi Insigne) hanno contribuito a tenere vivo uno 0-0 che andava contro l'evidenza dei fatti e il riconoscimento dei meriti. La Polonia ha fatto troppo poco, alla fine è stata fischiata dal suo pubblico. L'Italia ha fatto tantissimo. Ha risollevato la testa. Un'Italia così può anche battere il Portogallo a Milano.
Merito di Mancini: la coerenza. Ha chiesto ai suoi di osare dando l'esempio: vedi l'ingresso di Lasagna, l'ultimo arrivato, invece di Immobile, che chissà come ci sarà restato. Decisiva sul gol di Biraghi la deviazione di testa proprio dell'attaccante dell'Udinese.
Nella festa collettiva, tutti hanno meriti, anche Donnarumma che ha bloccato un contropiede polacco. Note positive soprattutto dal centrocampo. Jorginho ha ispirato la manovra, concedendosi a volte un raggio d'azione più avanzato del solito. Al suo fianco, un Verratti in crescita, non ancora a postissimo dopo la lunga sosta, ma lucido nel lavoro di raccordo. Molto bravo anche Barella: ha il pregio di parlare parecchio in campo, corre per due, ma non è un medianaccio poco tecnico. È un centrocampista da combattimento: adesso no, ma tra quattro anni vorrei paragonarlo a Matthäus. Paradosso apprezzabile: fino al gol Biraghi non era stato tra i migliori, anzi. L'importante, a questo punto, è non lasciarsi sommergere dagli elogi e pensare che il più sia fatto. Perché il più è ancora da fare.
Bellezza è nella mentalità di una squadra, la nostra, che non si spaventa, non traballa, non cincischia, ma si esalta davanti a un ostacolo duro, serio. Mancini aveva cercato di sdrammatizzare, nei giorni di vigilia: anche dovessimo essere eliminati, tutto continuerà come prima. Per lui, il vero esame saranno gli Europei. E non escludo che questa mossa abbia sgravato le teste dei giocatori. La sofferenza è arrivare agli ultimi secondi sullo
0-0 dopo avere dominato la partita, dopo aver preso a pallate la Polonia in casa sua, e qui siamo al solito discorso della difficoltà a segnare. Ma stavolta, creando un sacco di palle-gol. Due traverse nel primo tempo (oltre a Jorginho, Insigne) e almeno altre tre grandi parate di Szczesny, signor portiere, ma non lo scopriamo oggi, ma anche errori di mira (Bernardeschi in primis, poi Insigne) hanno contribuito a tenere vivo uno 0-0 che andava contro l'evidenza dei fatti e il riconoscimento dei meriti. La Polonia ha fatto troppo poco, alla fine è stata fischiata dal suo pubblico. L'Italia ha fatto tantissimo. Ha risollevato la testa. Un'Italia così può anche battere il Portogallo a Milano.
Merito di Mancini: la coerenza. Ha chiesto ai suoi di osare dando l'esempio: vedi l'ingresso di Lasagna, l'ultimo arrivato, invece di Immobile, che chissà come ci sarà restato. Decisiva sul gol di Biraghi la deviazione di testa proprio dell'attaccante dell'Udinese.
Nella festa collettiva, tutti hanno meriti, anche Donnarumma che ha bloccato un contropiede polacco. Note positive soprattutto dal centrocampo. Jorginho ha ispirato la manovra, concedendosi a volte un raggio d'azione più avanzato del solito. Al suo fianco, un Verratti in crescita, non ancora a postissimo dopo la lunga sosta, ma lucido nel lavoro di raccordo. Molto bravo anche Barella: ha il pregio di parlare parecchio in campo, corre per due, ma non è un medianaccio poco tecnico. È un centrocampista da combattimento: adesso no, ma tra quattro anni vorrei paragonarlo a Matthäus. Paradosso apprezzabile: fino al gol Biraghi non era stato tra i migliori, anzi. L'importante, a questo punto, è non lasciarsi sommergere dagli elogi e pensare che il più sia fatto. Perché il più è ancora da fare.