Demetrio Albertini: “Il calcio italiano è instabile come la Prima Repubblica”
Francesco Saverio Intorcia , di FRANCESCO SAVERIO INTORCIAL'ex vicepresidente federale, oggi imprenditore, sul voto del 22 ottobre che eleggerà Gravina. “Malagò aveva in mano gli strumenti per cambiare, ma qualcosa si è inceppato. I centri federali? Mi ricordano il reddito di cittadinanza”
Demetrio Albertini, lunedì la Figc torna alle urne per la quinta volta in 5 anni.
«Un’instabilità degna dei governi della Prima Repubblica. E Gabriele Gravina, che sarà eletto con un consenso che mi auguro il più ampio possibile, avrà un mandato di due anni. È impossibile fare riforme in tempi così stretti, in un sistema in cui prevalgono i veti e mai le proposte».
Come giudica l’operato del commissario Fabbricini?
«Pensavo che ci fosse l’occasione per fare l’impossibile, essendo commissariata anche la Lega di A. Malagò aveva in mano tutti gli strumenti per le riforme. Dev’essersi inceppato qualcosa, non lo so. Ma un commissariamento è giusto che sia breve, le riforme spettano a un presidente eletto».
Da dove riparte il calcio?
«L’urgenza di Gravina è un progetto sportivo che non sia più settoriale ma globale. Serve una visione che trasformi…
«Un’instabilità degna dei governi della Prima Repubblica. E Gabriele Gravina, che sarà eletto con un consenso che mi auguro il più ampio possibile, avrà un mandato di due anni. È impossibile fare riforme in tempi così stretti, in un sistema in cui prevalgono i veti e mai le proposte».
Come giudica l’operato del commissario Fabbricini?
«Pensavo che ci fosse l’occasione per fare l’impossibile, essendo commissariata anche la Lega di A. Malagò aveva in mano tutti gli strumenti per le riforme. Dev’essersi inceppato qualcosa, non lo so. Ma un commissariamento è giusto che sia breve, le riforme spettano a un presidente eletto».
Da dove riparte il calcio?
«L’urgenza di Gravina è un progetto sportivo che non sia più settoriale ma globale. Serve una visione che trasformi…
Demetrio Albertini, lunedì la Figc torna alle urne per la quinta volta in 5 anni.
«Un’instabilità degna dei governi della Prima Repubblica. E Gabriele Gravina, che sarà eletto con un consenso che mi auguro il più ampio possibile, avrà un mandato di due anni. È impossibile fare riforme in tempi così stretti, in un sistema in cui prevalgono i veti e mai le proposte».
Come giudica l’operato del commissario Fabbricini?
«Pensavo che ci fosse l’occasione per fare l’impossibile, essendo commissariata anche la Lega di A. Malagò aveva in mano tutti gli strumenti per le riforme. Dev’essersi inceppato qualcosa, non lo so. Ma un commissariamento è giusto che sia breve, le riforme spettano a un presidente eletto».
Da dove riparte il calcio?
«L’urgenza di Gravina è un progetto sportivo che non sia più settoriale ma globale. Serve una visione che trasformi gli interessi da contrapposti in complementari. Le anime della Figc hanno differenti competenze: la A vende diritti tv per un miliardo e ha club quotati in borsa, i Dilettanti svolgono una funzione fondamentale di base. Io nel mio programma proposi di attribuire un peso diverso alle leghe in base ai temi su cui si decide».
Nel 2014 lei fu battuto da Carlo Tavecchio, che si è dimesso dopo il Mondiale mancato.
«A livello internazionale Tavecchio ha fatto scelte premianti e garantito credibilità politica all’Italia. La cosa anomala è che non si è lavorato altrettanto bene in casa. Di solito un’istituzione dev’essere forte al suo interno per mietere successi fuori confine. Una riflessione però bisognava farla quando è stato rieletto a marzo del 2017 con una maggioranza del tutto diversa dalla prima: vuol dire che molte promesse già non erano state mantenute».
Lei propose l’introduzione delle squadre B. La convince il progetto partito quest’anno? Ha aderito solo la Juventus.
«La riforma andrà giudicata nel lungo periodo ma sarei stupito se non ci fossero altre adesioni: non so se sia mancato il tempo o la volontà. C’è ancora chi preferisce avere un secondo club di proprietà: e qui bisogna capire se la finalità economica, la possibilità di scambiare giocatori e lucrare plusvalenze, prevale su quella tecnica di far crescere i giovani».
Sono stati aperti 50 centri federali, l’obiettivo è 200. Per ora funzionano un giorno alla settimana per un paio d’ore.
«Sono uno spot elettorale. Davvero un Paese come il nostro ha bisogno di aprirne 200? Sono contenitori, a me interessa il contenuto. Il calcio è come un sistema scolastico: i centri sono il liceo, le squadre B le università, i club il mercato del lavoro . Non ha senso investire solo su un anello della catena ignorando le fasi successive. È come il reddito di cittadinanza che dà solo un sostentamento alla base: ma se non investi nel lavoro non hai speranza e non hai futuro».
Lei è stato presidente del Club Italia, Gravina offrirà questo ruolo a Marotta.
«È un’idea giusta puntare sui manager. Dirò anche una cosa impopolare: io in otto anni in Figc non ho preso un euro di stipendio, ma il presidente, per la responsabilità che assume, non può guadagnare 36mila euro lordi annui. Questo limita la scelta».
Perché in molte piazze il calcio è diventato insostenibile?
«Serve uno scatto culturale basato sul concetto di valore, invece di parlare solo di plusvalenze e minusvalenze. Se investi in uno stadio nuovo, inizialmente avrai un segno meno a bilancio, ma intanto crei valore: per il club e per l’intero sistema. Un caso che mi colpisce è quello del Chievo, che qualche anno fa era diventata addirittura la squadra più vecchia d’Europa. Ai miei tempi una società di provincia produceva talenti enormi e creava valore per l’intero sistema. Oggi il Chievo difende la sua linea di business che è restare in Serie A, puntando su giocatori esperti. Sia chiaro, è una scelta legittima. Ma nel sistema di produzione di valore è un’anomalia».
Serve l’Europeo 2028 per avviare un piano stadi in Italia?
«Non necessariamente. Può essere una spinta finanziaria, questo sì. Ma la Spagna non ospita un grande evento dal 1982, noi dal 1990, e guardate la differenza fra i loro stadi e i nostri. Da noi, oltre alla Juve, ci sono realtà come Udinese, Atalanta, Cagliari, Frosinone che non sono le più ricche ma sono state le più lungimiranti e hanno creato ricchezza per il club».
L’Aic non appoggia Gravina. E per gli ex calciatori anche stavolta non c’è posto al governo del calcio. Perché?
«Perché se sei stato calciatore, in questo sistema paradossalmente ti porti un’etichetta scomoda. Io ho seguito un percorso federale lungo otto anni, ma sono sempre stato giudicato, con superficialità, solo come l’ex centrocampista del Milan. La cosa che mi ha fatto più piacere in quest’esperienza, forse in molti non lo sanno, è stata coinvolgere Paolo Sorrentino con una lettera d’apertura nella candidatura dell’Italia a Euro 2020. Da dirigente ho vinto un Mondiale, un argento europeo e un bronzo alla Confederations. Diciamo che sono stato fortunato».
«Un’instabilità degna dei governi della Prima Repubblica. E Gabriele Gravina, che sarà eletto con un consenso che mi auguro il più ampio possibile, avrà un mandato di due anni. È impossibile fare riforme in tempi così stretti, in un sistema in cui prevalgono i veti e mai le proposte».
Come giudica l’operato del commissario Fabbricini?
«Pensavo che ci fosse l’occasione per fare l’impossibile, essendo commissariata anche la Lega di A. Malagò aveva in mano tutti gli strumenti per le riforme. Dev’essersi inceppato qualcosa, non lo so. Ma un commissariamento è giusto che sia breve, le riforme spettano a un presidente eletto».
Da dove riparte il calcio?
«L’urgenza di Gravina è un progetto sportivo che non sia più settoriale ma globale. Serve una visione che trasformi gli interessi da contrapposti in complementari. Le anime della Figc hanno differenti competenze: la A vende diritti tv per un miliardo e ha club quotati in borsa, i Dilettanti svolgono una funzione fondamentale di base. Io nel mio programma proposi di attribuire un peso diverso alle leghe in base ai temi su cui si decide».
Nel 2014 lei fu battuto da Carlo Tavecchio, che si è dimesso dopo il Mondiale mancato.
«A livello internazionale Tavecchio ha fatto scelte premianti e garantito credibilità politica all’Italia. La cosa anomala è che non si è lavorato altrettanto bene in casa. Di solito un’istituzione dev’essere forte al suo interno per mietere successi fuori confine. Una riflessione però bisognava farla quando è stato rieletto a marzo del 2017 con una maggioranza del tutto diversa dalla prima: vuol dire che molte promesse già non erano state mantenute».
Lei propose l’introduzione delle squadre B. La convince il progetto partito quest’anno? Ha aderito solo la Juventus.
«La riforma andrà giudicata nel lungo periodo ma sarei stupito se non ci fossero altre adesioni: non so se sia mancato il tempo o la volontà. C’è ancora chi preferisce avere un secondo club di proprietà: e qui bisogna capire se la finalità economica, la possibilità di scambiare giocatori e lucrare plusvalenze, prevale su quella tecnica di far crescere i giovani».
Sono stati aperti 50 centri federali, l’obiettivo è 200. Per ora funzionano un giorno alla settimana per un paio d’ore.
«Sono uno spot elettorale. Davvero un Paese come il nostro ha bisogno di aprirne 200? Sono contenitori, a me interessa il contenuto. Il calcio è come un sistema scolastico: i centri sono il liceo, le squadre B le università, i club il mercato del lavoro . Non ha senso investire solo su un anello della catena ignorando le fasi successive. È come il reddito di cittadinanza che dà solo un sostentamento alla base: ma se non investi nel lavoro non hai speranza e non hai futuro».
Lei è stato presidente del Club Italia, Gravina offrirà questo ruolo a Marotta.
«È un’idea giusta puntare sui manager. Dirò anche una cosa impopolare: io in otto anni in Figc non ho preso un euro di stipendio, ma il presidente, per la responsabilità che assume, non può guadagnare 36mila euro lordi annui. Questo limita la scelta».
Perché in molte piazze il calcio è diventato insostenibile?
«Serve uno scatto culturale basato sul concetto di valore, invece di parlare solo di plusvalenze e minusvalenze. Se investi in uno stadio nuovo, inizialmente avrai un segno meno a bilancio, ma intanto crei valore: per il club e per l’intero sistema. Un caso che mi colpisce è quello del Chievo, che qualche anno fa era diventata addirittura la squadra più vecchia d’Europa. Ai miei tempi una società di provincia produceva talenti enormi e creava valore per l’intero sistema. Oggi il Chievo difende la sua linea di business che è restare in Serie A, puntando su giocatori esperti. Sia chiaro, è una scelta legittima. Ma nel sistema di produzione di valore è un’anomalia».
Serve l’Europeo 2028 per avviare un piano stadi in Italia?
«Non necessariamente. Può essere una spinta finanziaria, questo sì. Ma la Spagna non ospita un grande evento dal 1982, noi dal 1990, e guardate la differenza fra i loro stadi e i nostri. Da noi, oltre alla Juve, ci sono realtà come Udinese, Atalanta, Cagliari, Frosinone che non sono le più ricche ma sono state le più lungimiranti e hanno creato ricchezza per il club».
L’Aic non appoggia Gravina. E per gli ex calciatori anche stavolta non c’è posto al governo del calcio. Perché?
«Perché se sei stato calciatore, in questo sistema paradossalmente ti porti un’etichetta scomoda. Io ho seguito un percorso federale lungo otto anni, ma sono sempre stato giudicato, con superficialità, solo come l’ex centrocampista del Milan. La cosa che mi ha fatto più piacere in quest’esperienza, forse in molti non lo sanno, è stata coinvolgere Paolo Sorrentino con una lettera d’apertura nella candidatura dell’Italia a Euro 2020. Da dirigente ho vinto un Mondiale, un argento europeo e un bronzo alla Confederations. Diciamo che sono stato fortunato».