A Doha i Mondiali di ginnastica con il ritorno di Simone Biles, due anni dopo 4 ori a Rio: il mondo è ancora ai suoi piedi
Giorgia Mecca , di GIORGIA MECCA
Sorridendo come al solito, aveva detto: "Non posso reggere sulle mie spalle il peso di tutta la ginnastica artistica". E invece è quello che ha fatto. Simone Biles quando si è presentata al mondo aveva diciannove anni, era alta 142 centimetri e pesava meno di 50 chili. Sembrava una bambina: alle Olimpiadi di Rio de Janeiro vinse 4 medaglie d'oro, nel concorso a squadre, nell'all-around individuale, nel volteggio e nel corpo libero. L'8 agosto 2016 eseguì un nuovo esercizio che venne chiamato con il suo cognome: The Biles, doppio teso con mezzo avvitamento. Era la sua firma su quei Giochi, la rivale Aliya Mustafina rimase a guardare: nessuno ebbe il coraggio di imitarla.
Dopo il Brasile Simone Biles non ne poteva più. L'Arena Olimpica era stata il suo palcoscenico, l'applauso e gli inchini del pubblico erano stati grandi e convinti, gli Stati Uniti avevano scelto lei come portabandiera per chiudere la cerimonia. Poteva bastare. …
Dopo il Brasile Simone Biles non ne poteva più. L'Arena Olimpica era stata il suo palcoscenico, l'applauso e gli inchini del pubblico erano stati grandi e convinti, gli Stati Uniti avevano scelto lei come portabandiera per chiudere la cerimonia. Poteva bastare. …
Sorridendo come al solito, aveva detto: "Non posso reggere sulle mie spalle il peso di tutta la ginnastica artistica". E invece è quello che ha fatto. Simone Biles quando si è presentata al mondo aveva diciannove anni, era alta 142 centimetri e pesava meno di 50 chili. Sembrava una bambina: alle Olimpiadi di Rio de Janeiro vinse 4 medaglie d'oro, nel concorso a squadre, nell'all-around individuale, nel volteggio e nel corpo libero. L'8 agosto 2016 eseguì un nuovo esercizio che venne chiamato con il suo cognome: The Biles, doppio teso con mezzo avvitamento. Era la sua firma su quei Giochi, la rivale Aliya Mustafina rimase a guardare: nessuno ebbe il coraggio di imitarla.
Dopo il Brasile Simone Biles non ne poteva più. L'Arena Olimpica era stata il suo palcoscenico, l'applauso e gli inchini del pubblico erano stati grandi e convinti, gli Stati Uniti avevano scelto lei come portabandiera per chiudere la cerimonia. Poteva bastare. Le carriere delle ginnaste sono brevi e feroci: gareggi a un'Olimpiade e sei giovane e forte, quattro anni dopo sei già troppo vecchia, lenta, irriconoscibile. La sua, di carriera, non è cominciata a Rio: dietro e prima del sipario e degli occhi del mondo per la statunitense c'erano stati 13 anni di allenamenti massacranti, l'adolescenza chiusa a chiave dentro a uno spogliatoio, muscoli che non si scolpiscono da soli, dita dei piedi rotte e mai completamente guarite, il corpo che procede come un carro armato e prima o poi si spezza. Ci sono stati una mamma alcolizzata, una casa che somigliava a una capanna, una palestra che a lei era sembrata un rifugio. E poi Larry Nassar, il medico della squadra americana condannato a 60 anni di carcere per avere stuprato 130 atlete, tra cui quattro delle cinque campionesse olimpiche. Simone Biles il 15 gennaio di quest'anno ha confessato: #metoo. Per molti anni il sudore ha lavato ogni dispiacere, l'ha fatto scivolare via.
"Smetto quando voglio", aveva dichiarato Biles con 19 medaglie ancora al collo, "non devo dimostrare niente a nessuno, non più". Voleva conoscere il mondo, lo ha visto, si è divertita. Ha sfilato sul red carpet e partecipato all'edizione statunitense del programma "Ballando con le stelle". Dopo 700 giorni però ha capito che il suo posto era ancora in palestra. I Campionati del Mondo di Doha che cominciano oggi - le donne in gara da sabato - sono la sua prima competizione internazionale dopo più di due anni di ritiro volontario. A Doha c'è lei e poi ci sono tutte le altre: la russa Aliya Mustafina, tornata a gareggiare dopo la maternità, la millennial statunitense Morgan Hurd che difende il titolo vinto l'anno scorso nel concorso individuale, la ventiduenne giapponese Mai Murakami e l'italiana Lara Mori, 20 anni. I suoi compagni uomini si sono lamentati, vogliono parità di genere, anche loro sono capaci di movimenti eccezionali, "ma ormai o sei Simone oppure non sei nessuno". La Biles cattura tutta l'attenzione su di sé. Non era quello che voleva, non ha avuto scelta. In Qatar, a 21 anni, non più bambina ma donna, veterana, come lei stessa si è definita, scenderà in campo per vincere il quarto mondiale (e l'oro anche nelle parallele asimmetriche, l'unica specialità che le manca) e per qualificare il suo Paese a Tokyo 2020 con due anni di anticipo. Non vuole caricarsi la ginnastica artistica sulle spalle, lo ha detto e lo ha ripetuto: "Mi accontenterei di portare allo sport un po' di felicità".
Dopo il Brasile Simone Biles non ne poteva più. L'Arena Olimpica era stata il suo palcoscenico, l'applauso e gli inchini del pubblico erano stati grandi e convinti, gli Stati Uniti avevano scelto lei come portabandiera per chiudere la cerimonia. Poteva bastare. Le carriere delle ginnaste sono brevi e feroci: gareggi a un'Olimpiade e sei giovane e forte, quattro anni dopo sei già troppo vecchia, lenta, irriconoscibile. La sua, di carriera, non è cominciata a Rio: dietro e prima del sipario e degli occhi del mondo per la statunitense c'erano stati 13 anni di allenamenti massacranti, l'adolescenza chiusa a chiave dentro a uno spogliatoio, muscoli che non si scolpiscono da soli, dita dei piedi rotte e mai completamente guarite, il corpo che procede come un carro armato e prima o poi si spezza. Ci sono stati una mamma alcolizzata, una casa che somigliava a una capanna, una palestra che a lei era sembrata un rifugio. E poi Larry Nassar, il medico della squadra americana condannato a 60 anni di carcere per avere stuprato 130 atlete, tra cui quattro delle cinque campionesse olimpiche. Simone Biles il 15 gennaio di quest'anno ha confessato: #metoo. Per molti anni il sudore ha lavato ogni dispiacere, l'ha fatto scivolare via.
"Smetto quando voglio", aveva dichiarato Biles con 19 medaglie ancora al collo, "non devo dimostrare niente a nessuno, non più". Voleva conoscere il mondo, lo ha visto, si è divertita. Ha sfilato sul red carpet e partecipato all'edizione statunitense del programma "Ballando con le stelle". Dopo 700 giorni però ha capito che il suo posto era ancora in palestra. I Campionati del Mondo di Doha che cominciano oggi - le donne in gara da sabato - sono la sua prima competizione internazionale dopo più di due anni di ritiro volontario. A Doha c'è lei e poi ci sono tutte le altre: la russa Aliya Mustafina, tornata a gareggiare dopo la maternità, la millennial statunitense Morgan Hurd che difende il titolo vinto l'anno scorso nel concorso individuale, la ventiduenne giapponese Mai Murakami e l'italiana Lara Mori, 20 anni. I suoi compagni uomini si sono lamentati, vogliono parità di genere, anche loro sono capaci di movimenti eccezionali, "ma ormai o sei Simone oppure non sei nessuno". La Biles cattura tutta l'attenzione su di sé. Non era quello che voleva, non ha avuto scelta. In Qatar, a 21 anni, non più bambina ma donna, veterana, come lei stessa si è definita, scenderà in campo per vincere il quarto mondiale (e l'oro anche nelle parallele asimmetriche, l'unica specialità che le manca) e per qualificare il suo Paese a Tokyo 2020 con due anni di anticipo. Non vuole caricarsi la ginnastica artistica sulle spalle, lo ha detto e lo ha ripetuto: "Mi accontenterei di portare allo sport un po' di felicità".