Vincenzo Iaquinta, l’urlo del campione: “La mia sola colpa è essere calabrese”
Maurizio Crosetti
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di MAURIZIO CROSETTI
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
Due pistole, due ombrelloni e la gloria si frantuma come vetro. "Siete ridicoli, io soffro come un cane da quattro anni, non è più vita questa! Soltanto perché sono calabrese? Perché sono di Cutro?". Urla e quasi piange davanti al tribunale, il ciclopico Vincenzo che tutti gli allenatori adoravano per come occupava gli spazi in campo, per come sapeva diventare padrone di quel piccolo cielo chiamato colpo di testa. Alla fine giocava sempre lui, anche meglio di tanti campioni. Mica diventi re dei mondiali mentre stai all'Udinese, se non sei uno così.
(agf)
Piange e urla e sbranerebbe il mondo, Iaquinta Vincenzo, figlio di Giuseppe (questo è il problema) ma anche padre di un altro Giuseppe, di Edoardo, di Carlotta e di Ginevra che è la più piccina e ha solo tre anni e mezzo. Sono belli i nomi dei figli dei calciatori, quasi sempre. "…!-->!-->
Due pistole, due ombrelloni e la gloria si frantuma come vetro. "Siete ridicoli, io soffro come un cane da quattro anni, non è più vita questa! Soltanto perché sono calabrese? Perché sono di Cutro?". Urla e quasi piange davanti al tribunale, il ciclopico Vincenzo che tutti gli allenatori adoravano per come occupava gli spazi in campo, per come sapeva diventare padrone di quel piccolo cielo chiamato colpo di testa. Alla fine giocava sempre lui, anche meglio di tanti campioni. Mica diventi re dei mondiali mentre stai all'Udinese, se non sei uno così.
(agf)
Piange e urla e sbranerebbe il mondo, Iaquinta Vincenzo, figlio di Giuseppe (questo è il problema) ma anche padre di un altro Giuseppe, di Edoardo, di Carlotta e di Ginevra che è la più piccina e ha solo tre anni e mezzo. Sono belli i nomi dei figli dei calciatori, quasi sempre. "I miei bambini, cosa gli dico adesso? Qui mi hanno rovinato e non ho fatto niente! La 'ndrangheta nella nostra famiglia non sappiamo neanche cos'è! Ma com'è possibile, per due ombrelloni...".
Accadde un giorno, anzi una notte, che proprio due ombrelloni sparissero da uno spicchio di sabbia sulla spiaggia di Cutro, e quegli ombrelloni erano di papà Giuseppe. Ma papà Giuseppe, invece di fottersene o di denunciare il furto andò da qualcuno che contava in paese, e poteva aiutarlo. Gli ombrelloni infatti tornarono, perché Giuseppe l'aveva chiesto con il dovuto rispetto a certi amici suoi. Sembrerebbe una storia da Totò e Peppino se non ci fossero di mezzo pure le due pistole, quelle che Vincenzo possedeva regolarmente ma un po' meno regolarmente aveva dato al padre, che per il giudice non poteva tenere in casa neanche una fionda. "Le avevo comprate per difendere la mia famiglia", disse il campione a chi gli domandava che c'entrassero un paio di pistole con lui. Una volta chiusa la carriera, argomentò Vincenzo, il calciatore è un bersaglio sensibile, può essere derubato (accade in realtà molto spesso, con la canna di un pistolone puntata in faccia) e i suoi figli possono essere rapiti. E Vincenzo Iaquinta è uno che bada a sé senza chiedere il permesso. Anche in campo era così. Una volta si menò di brutto con Chiellini, un'altra se la prese con gli ex tifosi friulani che gli avevano insolentito la mamma, poi domandò scusa. Ma il sangue nelle vene gli è sempre girato veloce, e scuro. Come quell'ombra perenne nello sguardo quando si sussurrava che le tante assenze dal campo non dipendessero solo dagli infortuni (muscoli, ginocchia, non è stato fortunato Vincenzo che era grosso però fragile) ma dalla necessità di sfuggire all'antidoping. Voci di sniffate e notti difficili. "Tutte calunnie, la gente è cattiva, invidiosa".
Ha quasi quarant'anni ormai, col calcio smise presto, fu costretto. Urla e sbraita fino alle lacrime Vincenzo con addosso una barba grigia di due o tre giorni, e i jeans alla moda strappati. Lo è di più il cuore. "Sarà fatta giustizia!". Ma un istante dopo già non ci crede: "Legge uguale per tutti un ca...". Rivede la gloria di ieri dentro il buio di adesso: "Sono campione del mondo, io, e sono fiero di esserlo". Lo diventò nel 2006 a Berlino, anche Lippi lo voleva sempre in campo perché Vincenzo dava equilibrio e peso, dava sicurezza. Era un contropiedista e questo nella vita serve, in qualche modo bisogna sempre ripartire. E ogni tanto segnava gol pesanti come putrelle, tipo nella gara d'esordio contro il Ghana, quel 2-0 che fu il primo pezzo della Coppa d'oro. Cinque presenze, alla fine, un campione del mondo a pieno titolo, mica un rincalzo, e nel 2010 in Sudafrica farà in tempo a perderlo di brutto quell'altro mondiale, però sempre in prima persona. Eppure tutto dura pochissimo, dura niente. Ci vuole un attimo per cadere, per scivolare fuori dalla Juve e poi dall'azzurro e infine dal calcio e da sé stessi. È terribile quando lo stadio si svuota e si rimane soli. Due ombrelloni, due pistole. Ma la tristezza di più.