Il re del Toro più bello che innovò il calcio prima di Sacchi
Gianni Mura , di GIANNI MURAGigi Radice è morto a 83 anni. Onesto, ruvido, non amava i compromessi. Organizzò corsi di inglese e allestì una biblioteca per i suoi calciatori
Lo chiamavano il tedesco. Biondo, occhi azzurri, giocatore del Milan. Al paese le ragazze lo mangiavano con gli occhi. Tre scudetti in rossonero. giocava (bene) da mediano interditore o da terzino sinistro. "Ero riserva e non vedevo l'ora di prendere il posto di quello svedese anzianotto, ma era di ferro, non si rompeva mai. Un giorno si fracassò la testa e io passai tutta la settimana sognando di rimpiazzarlo. Ma la domenica giocò con la testa bendata. Liedholm aveva 36 anni, io 23".
Con i primi guadagni Gigi Radice si era comprato una 600 bianca e scendeva dal Villaggio Snia di Cesano Maderno, il padre era operaio, e si fermava a Cusano Milanino per dare uno strappo al più giovane Trapattoni sulla via di Milanello. Radice era più sicuro di sé, quasi spavaldo. Il Trap, quasi timido. Gigi era a Wembley quando il Milan vinse la prima Coppa dei Campioni, ma non giocò. Da calciatore ebbe poca fortuna. Era arrivato in Nazionale, in …
Con i primi guadagni Gigi Radice si era comprato una 600 bianca e scendeva dal Villaggio Snia di Cesano Maderno, il padre era operaio, e si fermava a Cusano Milanino per dare uno strappo al più giovane Trapattoni sulla via di Milanello. Radice era più sicuro di sé, quasi spavaldo. Il Trap, quasi timido. Gigi era a Wembley quando il Milan vinse la prima Coppa dei Campioni, ma non giocò. Da calciatore ebbe poca fortuna. Era arrivato in Nazionale, in …
Lo chiamavano il tedesco. Biondo, occhi azzurri, giocatore del Milan. Al paese le ragazze lo mangiavano con gli occhi. Tre scudetti in rossonero. giocava (bene) da mediano interditore o da terzino sinistro. "Ero riserva e non vedevo l'ora di prendere il posto di quello svedese anzianotto, ma era di ferro, non si rompeva mai. Un giorno si fracassò la testa e io passai tutta la settimana sognando di rimpiazzarlo. Ma la domenica giocò con la testa bendata. Liedholm aveva 36 anni, io 23".
Con i primi guadagni Gigi Radice si era comprato una 600 bianca e scendeva dal Villaggio Snia di Cesano Maderno, il padre era operaio, e si fermava a Cusano Milanino per dare uno strappo al più giovane Trapattoni sulla via di Milanello. Radice era più sicuro di sé, quasi spavaldo. Il Trap, quasi timido. Gigi era a Wembley quando il Milan vinse la prima Coppa dei Campioni, ma non giocò. Da calciatore ebbe poca fortuna. Era arrivato in Nazionale, in Cile nel '62, e fu uno dei pochi imbattuti: nella mattanza col Cile non c'era, nel pareggio con i tedeschi e nella vittoria sugli svizzeri sì. Non aveva ancora 30 anni e fu costretto ad abbandonare il calcio giocato: legamenti del ginocchio, oggi si può intervenire, allora no.
Da allenatore comincia vicino a casa, portando in B il Monza. E a Monza finisce nel '98: lo riporta in B e viene esonerato l'anno dopo alla quinta di campionato. In mezzo, Fiorentina, Cagliari, Torino, Bologna (settimo, superando 5 punti di penalizzazione per il calcioscommesse), mezzo campionato al Milan, retrocesso in B, e ancora Bari, Inter, Torino, Roma, Cagliari, Fiorentina (squadra al 6° posto, esonerato da Vittorio Cecchi Gori in diretta tv al Processo di Biscardi), Cagliari, Genoa. Era un sopravvissuto: nel '79, in un incidente sull'autostrada dei Fiori, lui si salvò ma morirono Paolo Barison e un comune amico. Gigi era un uomo tutto d'un pezzo, niente compromessi. Onesto ma di carattere ruvido, capitava abbastanza spesso che litigasse con dirigenti che non rispettavano i ruoli: "Che calcio è questo dove chi ha più soldi crede di potersi permettere tutto?".
Il suo capolavoro è lo scudetto del Torino nel 1976, primo e unico dopo Superga. Arrivato da Cagliari, al presidente Pianelli aveva chiesto solo due acquisti: un difensore e un centrocampista. Dal Bologna arrivarono Caporale e Pecci. Del calcio olandese Radice aveva preso quello che gli sembrava essenziale: il pressing e la difesa alta. "Ma Pulici e Graziani andavano a pressare quelli coi piedi meno buoni, Morini e Gentile per dire. Se il pallone l'aveva Scirea - dice Pecci - niente pressing. Non era una zona pura, Caporale giocava staccato, ma più avanti degli altri liberi. Squadra corta e determinata nelle ripartenze, si direbbe oggi. Ma con quei due diavoli là davanti e i cross di Claudio Sala era facile giocare. Eravamo molto legati tra noi, e Gigi sapeva come farci dare il massimo". Anche fuori campo: aveva organizzato corsi di inglese e allestito una piccola biblioteca ad uso dei giocatori. Chi volesse leggere l'Antologia di Spoon River o Se questo è un uomo, li trovava.
Lo scudetto non poterono goderselo sul campo tre colonne granata: Cereser, Ferrini e Agroppi. Ma fu festa per tutti, quello scudetto. L'anno successivo, sommando 5 punti in più (50) la grande delusione: uno meno della Juve. Qualche frase di Radice, per farlo conoscere meglio: "Se il calcio non è anche scuola di vita, non è niente". "Non mi vergogno a dire che sono di sinistra, tra socialista e comunista: e con ciò? Proprio per questo ho elaborato una visione del calcio e della società". "Falcao è stato un po' troppo mitizzato. Sento dire in tv che i giocatori della Roma sono tutti portati per mano da Falcao. Balle. È uno come gli altri e io tra Falcao e Di Bartolomei mi prendo il nostro".
In un'intervista al Giornale, tre anni fa, suo figlio Ruggero rese pubblica una triste notizia, che nel giro sapevamo da tempo: un Alzheimer molto aggressivo si stava divorando suo padre. Non potevano più tenerlo in casa, da tempo era ricoverato in una clinica di Monza. Ai giocatori di quel Toro più assidui nell'andarlo a visitare la famiglia aveva detto che era inutile, ormai non riconosceva più nessuno. Quinto Chionetti, patriarca del Dolcetto di Dogliani, nei suoi ultimi giorni diceva: "La gente non ci giudicherà da quel che abbiamo raccolto, ma da quel che abbiamo seminato". Nel calcio forse un po' meno, ma va pur detto che, un po' prima di Sacchi, Gigi Radice aveva cambiato qualcosa nel calcio italiano, e non sono tanti ad averlo fatto. Gli sia lieve la terra.
Con i primi guadagni Gigi Radice si era comprato una 600 bianca e scendeva dal Villaggio Snia di Cesano Maderno, il padre era operaio, e si fermava a Cusano Milanino per dare uno strappo al più giovane Trapattoni sulla via di Milanello. Radice era più sicuro di sé, quasi spavaldo. Il Trap, quasi timido. Gigi era a Wembley quando il Milan vinse la prima Coppa dei Campioni, ma non giocò. Da calciatore ebbe poca fortuna. Era arrivato in Nazionale, in Cile nel '62, e fu uno dei pochi imbattuti: nella mattanza col Cile non c'era, nel pareggio con i tedeschi e nella vittoria sugli svizzeri sì. Non aveva ancora 30 anni e fu costretto ad abbandonare il calcio giocato: legamenti del ginocchio, oggi si può intervenire, allora no.
Da allenatore comincia vicino a casa, portando in B il Monza. E a Monza finisce nel '98: lo riporta in B e viene esonerato l'anno dopo alla quinta di campionato. In mezzo, Fiorentina, Cagliari, Torino, Bologna (settimo, superando 5 punti di penalizzazione per il calcioscommesse), mezzo campionato al Milan, retrocesso in B, e ancora Bari, Inter, Torino, Roma, Cagliari, Fiorentina (squadra al 6° posto, esonerato da Vittorio Cecchi Gori in diretta tv al Processo di Biscardi), Cagliari, Genoa. Era un sopravvissuto: nel '79, in un incidente sull'autostrada dei Fiori, lui si salvò ma morirono Paolo Barison e un comune amico. Gigi era un uomo tutto d'un pezzo, niente compromessi. Onesto ma di carattere ruvido, capitava abbastanza spesso che litigasse con dirigenti che non rispettavano i ruoli: "Che calcio è questo dove chi ha più soldi crede di potersi permettere tutto?".
Il suo capolavoro è lo scudetto del Torino nel 1976, primo e unico dopo Superga. Arrivato da Cagliari, al presidente Pianelli aveva chiesto solo due acquisti: un difensore e un centrocampista. Dal Bologna arrivarono Caporale e Pecci. Del calcio olandese Radice aveva preso quello che gli sembrava essenziale: il pressing e la difesa alta. "Ma Pulici e Graziani andavano a pressare quelli coi piedi meno buoni, Morini e Gentile per dire. Se il pallone l'aveva Scirea - dice Pecci - niente pressing. Non era una zona pura, Caporale giocava staccato, ma più avanti degli altri liberi. Squadra corta e determinata nelle ripartenze, si direbbe oggi. Ma con quei due diavoli là davanti e i cross di Claudio Sala era facile giocare. Eravamo molto legati tra noi, e Gigi sapeva come farci dare il massimo". Anche fuori campo: aveva organizzato corsi di inglese e allestito una piccola biblioteca ad uso dei giocatori. Chi volesse leggere l'Antologia di Spoon River o Se questo è un uomo, li trovava.
Lo scudetto non poterono goderselo sul campo tre colonne granata: Cereser, Ferrini e Agroppi. Ma fu festa per tutti, quello scudetto. L'anno successivo, sommando 5 punti in più (50) la grande delusione: uno meno della Juve. Qualche frase di Radice, per farlo conoscere meglio: "Se il calcio non è anche scuola di vita, non è niente". "Non mi vergogno a dire che sono di sinistra, tra socialista e comunista: e con ciò? Proprio per questo ho elaborato una visione del calcio e della società". "Falcao è stato un po' troppo mitizzato. Sento dire in tv che i giocatori della Roma sono tutti portati per mano da Falcao. Balle. È uno come gli altri e io tra Falcao e Di Bartolomei mi prendo il nostro".
In un'intervista al Giornale, tre anni fa, suo figlio Ruggero rese pubblica una triste notizia, che nel giro sapevamo da tempo: un Alzheimer molto aggressivo si stava divorando suo padre. Non potevano più tenerlo in casa, da tempo era ricoverato in una clinica di Monza. Ai giocatori di quel Toro più assidui nell'andarlo a visitare la famiglia aveva detto che era inutile, ormai non riconosceva più nessuno. Quinto Chionetti, patriarca del Dolcetto di Dogliani, nei suoi ultimi giorni diceva: "La gente non ci giudicherà da quel che abbiamo raccolto, ma da quel che abbiamo seminato". Nel calcio forse un po' meno, ma va pur detto che, un po' prima di Sacchi, Gigi Radice aveva cambiato qualcosa nel calcio italiano, e non sono tanti ad averlo fatto. Gli sia lieve la terra.