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(ansa)

“I miei gol per Cali. La nuova Colombia non è una serie tv”

Duvan Zapata: "In patria mi chiamavano il gigante buono. L’Atalanta mi ha voluto e protetto più di tutti. Se chiudo gli occhi, mi vedo in Champions"
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Cosa mi piace di più dell'Italia, di Bergamo? Poter camminare in centro avendo addosso dei gioielli o altri oggetti preziosi senza correre rischi. Lo so, per voi è normale. Per me che vengo dalla Colombia è speciale, è il top, è tanta roba". Tutto è relativo, andrebbe spiegato a Salvini.

Duván Zapata, 27 anni, centravanti dell'Atalanta, uno dei calciatori del momento per i gol a ripetizione, ci mette davanti allo specchio per ammonirci che la tranquillità non è sinonimo di noia ma fa rima con felicità. Fino ad avvalorare l'azzeccata definizione per cui è un "colosso di piume" (1,89 di altezza per 88 chili di peso). "Sì, in patria mi chiamavano gigante buono, dicevano che ho un animo nobile. Questo fuori dal campo però, in campo sono un po' più cattivo, guai se non fosse così".

La sua città d'origine, Cali, evoca uno dei pi&ugrav…
Cosa mi piace di più dell'Italia, di Bergamo? Poter camminare in centro avendo addosso dei gioielli o altri oggetti preziosi senza correre rischi. Lo so, per voi è normale. Per me che vengo dalla Colombia è speciale, è il top, è tanta roba". Tutto è relativo, andrebbe spiegato a Salvini.

Duván Zapata, 27 anni, centravanti dell'Atalanta, uno dei calciatori del momento per i gol a ripetizione, ci mette davanti allo specchio per ammonirci che la tranquillità non è sinonimo di noia ma fa rima con felicità. Fino ad avvalorare l'azzeccata definizione per cui è un "colosso di piume" (1,89 di altezza per 88 chili di peso). "Sì, in patria mi chiamavano gigante buono, dicevano che ho un animo nobile. Questo fuori dal campo però, in campo sono un po' più cattivo, guai se non fosse così".

La sua città d'origine, Cali, evoca uno dei più famigerati cartelli della droga, in competizione coi rivali di Medellin nei sanguinari Anni '80 e '90 del secolo scorso. "Io ricordo poco di quei tempi. Ero piccolo. Abitavo nel quartiere popolare, dunque difficile, di Ciudad Cordoba. Si giocava a calcio nella strada, si interrompeva la partita quando passavano le automobili. Nessuno aveva un pallone, nel senso che chiunque lo comprasse diventava di tutti".

Duván all'epoca era "magro, magro , magro, sarei poi diventato grosso con gli allenamenti e certo anche per la genetica". Con la sfera ci sapeva fare, gol a ripetizione. Tanto da incuriosire la squadra della zona decisa a tesserarlo. "Mio padre si oppose perché voleva un vero club dove avviarmi al professionismo. La scuola doveva venire prima secondo lui, ma se doveva essere calcio che fosse di livello. Quanto a me, non ho mai contemplato un piano B, fare il calciatore era l'unica opzione". Mamma, che se ne è andata prima dei successi, era la fan numero uno. "Veniva sempre a vedere le mie partite. Io quando facevo gol festeggiavo coi compagni. Un allenatore mi disse una buona volta di correre verso la tribuna e di dedicarle una rete. L'ho fatto, per fortuna, e posso serbare il dolce ricordo di quel momento". La famiglia è della piccola-media borghesia, padre impiegato, mamma casalinga. Niente agi e tuttavia poche privazioni.

È un cugino, promettente portiere, a segnalarlo all'América de Cali, una delle squadre più blasonate della nazione. Entra nella prestigiosa cantera a dieci anni. "Allenamenti e scuola, allenamenti e scuola. Avevo l'obbligo di finire il liceo, conta avere una base culturale. Il mattino mi svegliavo presto per vedere le partite dalla Premier League, mito assoluto Thierry Henry dell'Arsenal, anche Adriano dell'Inter, mi sono sempre piaciuti i centravanti grandi e grossi". A 17 anni esordisce nel massimo campionato. "Solo allora, vedendomi in televisione perché eravamo arrivati alla finale nazionale, divento famoso tra i compagni di classe e tra i professori della scuola. Piccoli successi che a quell'età bisogna essere capaci di gestire. Ma io avevo una famiglia di solidi principi alle spalle".

Cosa fosse il cartello di Cali lo capisce in quella fase. "I boss erano anche i proprietari della squadra. Finiti in carcere loro, sono cominciati i problemi economici. Però mi arrabbio per l'immagine che ancora ha la Colombia a causa delle fiction sui narcotrafficanti. È vero era così, anche se non proprio così estremo come si narra nei film. Ma ora il Paese è diverso, è cambiato. E noi che abbiamo un po' di popolarità grazie al calcio dobbiamo dirlo con forza, essere ambasciatori del nuovo corso della nostra terra".

È in ritiro con la nazionale Under 20 quando giunge la notizia della morte della madre, tumore al pancreas. L'anno dopo, nel 2011, la giovane promessa Duván Zapata viene ceduta all'Estudiantes, La Plata, Argentina. "Solo quando sei all'estero la nostalgia ti fa apprezzare ciò che hai lasciato a casa. Famiglia, affetti, panorama, cibo. Amici non poi così tanti, molti nel quartiere hanno preso la strada della delinquenza. Io non li ho seguiti, grazie alla solida educazione. La Colombia per me resta il luogo dove la gente si gode ogni giorno che Dio manda in terra anche se non ha nulla. Non si lamenta, ha sempre un atteggiamento positivo nei confronti della vita".

Duván brucia le tappe. A 21 anni Diana, la fidanzata psicologa (sposata poi lo scorso gennaio) lo rende padre di Danzel, una femmina. Il maschio, Deyton, nascerà a Napoli quando l'Italia entra nel destino degli Zapata. De Laurentiis lo acquista nel 2013 per poi cederlo all'Udinese, Non essere rimasto in un top club è stata una sconfitta? "Non avevo spazio era giusto cercarlo altrove. Con un unico obiettivo in testa. Fare più gol dell'anno precedente. Finora mi è sempre riuscito". La Sampdoria e ora l'Atalanta le ultime due tappe del tour della Penisola. "A Genova pensavo di essere molto importante per loro ma mi hanno lasciato andare senza fare nulla per trattenermi. A Bergamo mi hanno invece fortemente voluto e protetto anche quando all'inizio le cose non andavano così bene".

È stato l'acquisto più oneroso della storia nerazzurra, 12 milioni di euro per il prestito e 14 per il diritto di riscatto. Sente un debito di riconoscenza, non un peso. "Il segreto forse sta nel fatto che gioco sempre per passione non per professione. Avendo l'ambizione di migliorarmi qui e ora nel presente. Perché solo così mi posso costruire le opportunità per il futuro. Se chiudo gli occhi e penso a cosa sarò tra cinque anni mi vedo di sicuro su un campo di calcio. La Champions? E chi non sogna la Champions?".