Lilian Thuram: "Il calcio perdona l’insensibilità verso il razzismo”
Gigi Riva , di GIGI RIVAIl francese, ex Juve e campione del mondo nel '98: "Facile dire: non ho sentito. Quando un nero chiede aiuto, l’aiuto non arriva mai. Eppure in Italia esiste una legge che punisce l’omissione di soccorso"
La Fondazione di Lilian Thuram, 47 anni domani, ha indicata la missione fin dal titolo: "Éducation contre le racisme". L'indimenticato calciatore campione del mondo e d'Europa con la Francia, d'Italia con la Juventus, recordman di presenze con la nazionale, è a Guadalupa, sua terra d'origine, dove ha allestito una mostra sui temi che gli sono cari per aver subito discriminazioni a causa del colore della pelle. Su questi argomenti ha scritto due libri: "Per l'uguaglianza. Come cambiare i nostri immaginari" e "Le mie stelle nere, Da Lucy a Barack Obama" (entrambi Add editore).
Benché lontano, gli echi del caso Kalidou Koulibaly durante Inter-Napoli del 26 dicembe gli sono arrivati, sollecitandolo a prendere una posizione netta. In questa intervista chiama in causa l'etica della responsabilità individuale e collettiva di diversi attori: arbitri, giocatori, allenatori, dirigenti, pubblico, politici, organis…
Benché lontano, gli echi del caso Kalidou Koulibaly durante Inter-Napoli del 26 dicembe gli sono arrivati, sollecitandolo a prendere una posizione netta. In questa intervista chiama in causa l'etica della responsabilità individuale e collettiva di diversi attori: arbitri, giocatori, allenatori, dirigenti, pubblico, politici, organis…
La Fondazione di Lilian Thuram, 47 anni domani, ha indicata la missione fin dal titolo: "Éducation contre le racisme". L'indimenticato calciatore campione del mondo e d'Europa con la Francia, d'Italia con la Juventus, recordman di presenze con la nazionale, è a Guadalupa, sua terra d'origine, dove ha allestito una mostra sui temi che gli sono cari per aver subito discriminazioni a causa del colore della pelle. Su questi argomenti ha scritto due libri: "Per l'uguaglianza. Come cambiare i nostri immaginari" e "Le mie stelle nere, Da Lucy a Barack Obama" (entrambi Add editore).
Benché lontano, gli echi del caso Kalidou Koulibaly durante Inter-Napoli del 26 dicembe gli sono arrivati, sollecitandolo a prendere una posizione netta. In questa intervista chiama in causa l'etica della responsabilità individuale e collettiva di diversi attori: arbitri, giocatori, allenatori, dirigenti, pubblico, politici, organismi come la Fifa e l'Uefa. La sua tesi di fondo: "Contro il razzismo non c'è una reale volontà di agire".
Lilian Thuram, come ci si doveva comportare a Milano secondo lei per proteggere il giocatore dagli ululati del tifosi nerazzurri?
"Nessun dubbio: sospendere la partita. Mi dicono che l'allenatore Carlo Ancelotti ha chiesto l'interruzione e non è stato ascoltato. E che Koulibaly in seguito è stato addirittura espulso per un applauso ironico verso l'arbitro. Ecco, così si chiude il cerchio. Chi subisce il razzismo e reagisce, denuncia, diventa colpevole in nome del superiore interesse dello show che deve continuare".
In Italia l'arbitro per regolamento non può sospendere la partita. Tocca al responsabile dell'ordine pubblico.
"Ma noi siamo regolamenti o uomini, esseri viventi? Un uomo prova delle emozioni. Ci vuol poco a capire che quando si subisce violenza dentro uno stadio in quel momento si è deboli, si ha bisogno di aiuto. Se la persona che ti sta davanti, l'arbitro, non lo capisce, t'incazzi: è normale. E quello poi estrae il cartellino. Che mancanza di sensibilità! E non ha nemmeno interrotto la partita, cosa che rientra nei suoi poteri. Ma la cosa più grave è un'altra".
Quale?
"Quando un nero chiede aiuto, l'aiuto non arriva mai. E chi deve prendere decisioni se ne frega. Se si continua a giocare è perché si valuta che in fondo la cosa non è considerata grave. Tutti dovrebbero mettersi allo specchio, meditare su questo. Anche allenatori, calciatori, giornalisti".
E quale atteggiamento dovrebbero avere?
"Decidere loro. I calciatori si fermano, gli allenatori fanno rientrare la squadra negli spogliatoi. Ma vogliamo veramente cambiare lo stato delle cose? Questa è la vera domanda".
Par di capire che secondo lei tutti i discorsi sul razzismo fatti a posteriori sono solo ipocrisia.
"Se ci sono atti di violenza tra calciatori, l'arbitro interviene ed estrae un cartellino. Se ci sono scontri tra tifosi che mettono in pericolo l'incolumità del pubblico ci si ferma perché c'è un'emergenza. Nessuno invece vede il pericolo quando un giocatore viene aggredito e violentato a causa del colore della pelle. Solo se si è neri si capisce questa distinzione. In Francia o in Italia - il problema non è solo vostro - quando accadono casi di razzismo nel calcio, non ci sono mai colpevoli. E se non ci sono colpevoli non si attribuisce agli episodi l'importanza che invece hanno".
Insomma si sottovaluta il problema.
"Sì. Vale per molte categorie di persone. Se si violenta un omosessuale, ci si indigna ma ci si abitua e la reazione è sempre blanda. Stessa cosa per le donne. E per i neri la violenza è considerata un'abitudine, non è una novità. Siccome non viene sanzionata, è in qualche modo accettata".
Il resto degli spettatori cosa dovrebbe fare?
"Se qualcuno viene aggredito in metropolitana e tu vedi ma non intervieni, diventi correo. Esiste una legge in Italia che si chiama omissione di soccorso. Negli stadi si omette il soccorso. Troppo facile per un arbitro dire: non ho sentito bene gli ululati e non ho bloccato il match. Quando un arbitro sbaglia a fischiare un rigore, spesso viene sospeso per una-due giornate. Non ho mai sentito di arbitri sospesi per non aver sentito cori discriminatori. Dunque il sistema perdona l'insensibilità sul razzismo".
C'è una corrente di pensiero per la quale se si ferma tutto hanno vinto le frange estremiste.
"Ognuno si tenga le sue idee. Io credo che serva una posizione forte per denunciare certi comportamenti come inaccettabili. Se ci sono scontri tra tifosi nessuno si sogna di dire: fate pure e noi continuiamo lo spettacolo".
Nei suoi libri lei ha scritto che, guardando la storia, il razzismo nel mondo in generale sta diminuendo. È sempre dello stesso parere?
"Non è importante valutare questo, ma considerare il caso nella sua concretezza. Sono un nero, sto giocando al pallone, è il mio mestiere, vengo aggredito, violentato. Perché succede? Succede perché loro sono bianchi e mi stanno comunicando che sono meglio di me, stabiliscono una superiorità razziale. Va loro mandato il segnale che il mondo, il nostro mondo, non lo accetta, scova i colpevoli, li segnala alla giustizia. Con l'attuale tecnologia presente negli stadi non è difficile individuarli".
Un calciatore nero viene offeso quando gioca in una squadra avversaria, ma lo stesso diventa un beniamino se viene ceduto alla tua. È il motivo per cui qualcuno esclude allora che si tratti di vero razzismo.
"È un ragionamento aberrante. Affonda le radici nella storia dell'immigrazione, della schiavitù. Ti accetto se mi servi, altrimenti ti posso insultare. È giusto?".
La Fifa, l'Uefa fanno abbastanza per combattere il fenomeno?
"Fanno il loro lavoro. Potrebbero fare molto di più. Decidere, ad esempio, che la quota di razzismo presente in ogni Paese sia uno dei metri di valutazione che fa guadagnare o perdere punti nel ranking. Nella Coppa del Mondo a parità di classifica, passa la squadra che ha meno cartellini. Si dà un peso al rispetto delle regole. Il calcio non è solo performance atletica è anche valori condivisi. Perché allora non considerare il grado di civiltà di un Paese o di una singola società? C'è razzismo, invece di quattro squadre in Champions hai diritto solo a tre, eccetera".
Col populismo trionfante in Europa, hanno successo slogan come "prima i francesi" (Marine Le Pen) o "prima gli italiani" (Matteo Salvini). Questo contribuisce ad avvelenare il clima anche nel mondo dello sport?
"Naturalmente sì. Lo dimostra la storia. Se qualcuno viene "prima" altri vengono "dopo", sono sotto. Cosa altro è se non razzismo?".
Benché lontano, gli echi del caso Kalidou Koulibaly durante Inter-Napoli del 26 dicembe gli sono arrivati, sollecitandolo a prendere una posizione netta. In questa intervista chiama in causa l'etica della responsabilità individuale e collettiva di diversi attori: arbitri, giocatori, allenatori, dirigenti, pubblico, politici, organismi come la Fifa e l'Uefa. La sua tesi di fondo: "Contro il razzismo non c'è una reale volontà di agire".
Lilian Thuram, come ci si doveva comportare a Milano secondo lei per proteggere il giocatore dagli ululati del tifosi nerazzurri?
"Nessun dubbio: sospendere la partita. Mi dicono che l'allenatore Carlo Ancelotti ha chiesto l'interruzione e non è stato ascoltato. E che Koulibaly in seguito è stato addirittura espulso per un applauso ironico verso l'arbitro. Ecco, così si chiude il cerchio. Chi subisce il razzismo e reagisce, denuncia, diventa colpevole in nome del superiore interesse dello show che deve continuare".
In Italia l'arbitro per regolamento non può sospendere la partita. Tocca al responsabile dell'ordine pubblico.
"Ma noi siamo regolamenti o uomini, esseri viventi? Un uomo prova delle emozioni. Ci vuol poco a capire che quando si subisce violenza dentro uno stadio in quel momento si è deboli, si ha bisogno di aiuto. Se la persona che ti sta davanti, l'arbitro, non lo capisce, t'incazzi: è normale. E quello poi estrae il cartellino. Che mancanza di sensibilità! E non ha nemmeno interrotto la partita, cosa che rientra nei suoi poteri. Ma la cosa più grave è un'altra".
Quale?
"Quando un nero chiede aiuto, l'aiuto non arriva mai. E chi deve prendere decisioni se ne frega. Se si continua a giocare è perché si valuta che in fondo la cosa non è considerata grave. Tutti dovrebbero mettersi allo specchio, meditare su questo. Anche allenatori, calciatori, giornalisti".
E quale atteggiamento dovrebbero avere?
"Decidere loro. I calciatori si fermano, gli allenatori fanno rientrare la squadra negli spogliatoi. Ma vogliamo veramente cambiare lo stato delle cose? Questa è la vera domanda".
Par di capire che secondo lei tutti i discorsi sul razzismo fatti a posteriori sono solo ipocrisia.
"Se ci sono atti di violenza tra calciatori, l'arbitro interviene ed estrae un cartellino. Se ci sono scontri tra tifosi che mettono in pericolo l'incolumità del pubblico ci si ferma perché c'è un'emergenza. Nessuno invece vede il pericolo quando un giocatore viene aggredito e violentato a causa del colore della pelle. Solo se si è neri si capisce questa distinzione. In Francia o in Italia - il problema non è solo vostro - quando accadono casi di razzismo nel calcio, non ci sono mai colpevoli. E se non ci sono colpevoli non si attribuisce agli episodi l'importanza che invece hanno".
Insomma si sottovaluta il problema.
"Sì. Vale per molte categorie di persone. Se si violenta un omosessuale, ci si indigna ma ci si abitua e la reazione è sempre blanda. Stessa cosa per le donne. E per i neri la violenza è considerata un'abitudine, non è una novità. Siccome non viene sanzionata, è in qualche modo accettata".
Il resto degli spettatori cosa dovrebbe fare?
"Se qualcuno viene aggredito in metropolitana e tu vedi ma non intervieni, diventi correo. Esiste una legge in Italia che si chiama omissione di soccorso. Negli stadi si omette il soccorso. Troppo facile per un arbitro dire: non ho sentito bene gli ululati e non ho bloccato il match. Quando un arbitro sbaglia a fischiare un rigore, spesso viene sospeso per una-due giornate. Non ho mai sentito di arbitri sospesi per non aver sentito cori discriminatori. Dunque il sistema perdona l'insensibilità sul razzismo".
C'è una corrente di pensiero per la quale se si ferma tutto hanno vinto le frange estremiste.
"Ognuno si tenga le sue idee. Io credo che serva una posizione forte per denunciare certi comportamenti come inaccettabili. Se ci sono scontri tra tifosi nessuno si sogna di dire: fate pure e noi continuiamo lo spettacolo".
Nei suoi libri lei ha scritto che, guardando la storia, il razzismo nel mondo in generale sta diminuendo. È sempre dello stesso parere?
"Non è importante valutare questo, ma considerare il caso nella sua concretezza. Sono un nero, sto giocando al pallone, è il mio mestiere, vengo aggredito, violentato. Perché succede? Succede perché loro sono bianchi e mi stanno comunicando che sono meglio di me, stabiliscono una superiorità razziale. Va loro mandato il segnale che il mondo, il nostro mondo, non lo accetta, scova i colpevoli, li segnala alla giustizia. Con l'attuale tecnologia presente negli stadi non è difficile individuarli".
Un calciatore nero viene offeso quando gioca in una squadra avversaria, ma lo stesso diventa un beniamino se viene ceduto alla tua. È il motivo per cui qualcuno esclude allora che si tratti di vero razzismo.
"È un ragionamento aberrante. Affonda le radici nella storia dell'immigrazione, della schiavitù. Ti accetto se mi servi, altrimenti ti posso insultare. È giusto?".
La Fifa, l'Uefa fanno abbastanza per combattere il fenomeno?
"Fanno il loro lavoro. Potrebbero fare molto di più. Decidere, ad esempio, che la quota di razzismo presente in ogni Paese sia uno dei metri di valutazione che fa guadagnare o perdere punti nel ranking. Nella Coppa del Mondo a parità di classifica, passa la squadra che ha meno cartellini. Si dà un peso al rispetto delle regole. Il calcio non è solo performance atletica è anche valori condivisi. Perché allora non considerare il grado di civiltà di un Paese o di una singola società? C'è razzismo, invece di quattro squadre in Champions hai diritto solo a tre, eccetera".
Col populismo trionfante in Europa, hanno successo slogan come "prima i francesi" (Marine Le Pen) o "prima gli italiani" (Matteo Salvini). Questo contribuisce ad avvelenare il clima anche nel mondo dello sport?
"Naturalmente sì. Lo dimostra la storia. Se qualcuno viene "prima" altri vengono "dopo", sono sotto. Cosa altro è se non razzismo?".