La tradizione come cura. Il Liverpool e una corona che manca da 29 anni
Enrico Sisti , di ENRICO SISTIGiovedì sera i Reds sfidano il Manchester City di Guardiola. Gli uomini di Klopp cercano la fuga, per i citizens l'occasione di riaprire la Premier League
City-Liverpool potrebbe essere la prossima finale di Champions. Però si gioca anche stasera. A Manchester. Antipasto e profezia. Ferguson diceva: "La Premier si decide a gennaio". È la partita perfetta tra due squadre quasi perfette che si somigliano sempre di più perché Klopp ha umanizzato Guardiola e Guardiola continua ad esaltare Klopp e il suo gusto nell'aggiornarsi, vedi Shaqiri (Guardiola esalta solo due tecnici: Klopp e Sarri). Varrà per il titolo perché Ferguson aveva ragione: gennaio è cruciale.
Se vince il Liverpool scapperà, se pareggia rimarrà a +6 e se perde rilancerà il City restituendogli certezze. Le altre, salvo sconvolgimenti, non sembrano attrezzate per stare al passo dei due cingolati fatti di poesia. Il City è campione in carica e sulle sue spalle grava la maledizione che impedisce a chiunque (dopo lo United del 2009) di ripetersi con lo scudetto cucito sulle maglie (che l&…
Se vince il Liverpool scapperà, se pareggia rimarrà a +6 e se perde rilancerà il City restituendogli certezze. Le altre, salvo sconvolgimenti, non sembrano attrezzate per stare al passo dei due cingolati fatti di poesia. Il City è campione in carica e sulle sue spalle grava la maledizione che impedisce a chiunque (dopo lo United del 2009) di ripetersi con lo scudetto cucito sulle maglie (che l&…
City-Liverpool potrebbe essere la prossima finale di Champions. Però si gioca anche stasera. A Manchester. Antipasto e profezia. Ferguson diceva: "La Premier si decide a gennaio". È la partita perfetta tra due squadre quasi perfette che si somigliano sempre di più perché Klopp ha umanizzato Guardiola e Guardiola continua ad esaltare Klopp e il suo gusto nell'aggiornarsi, vedi Shaqiri (Guardiola esalta solo due tecnici: Klopp e Sarri). Varrà per il titolo perché Ferguson aveva ragione: gennaio è cruciale.
Se vince il Liverpool scapperà, se pareggia rimarrà a +6 e se perde rilancerà il City restituendogli certezze. Le altre, salvo sconvolgimenti, non sembrano attrezzate per stare al passo dei due cingolati fatti di poesia. Il City è campione in carica e sulle sue spalle grava la maledizione che impedisce a chiunque (dopo lo United del 2009) di ripetersi con lo scudetto cucito sulle maglie (che là non esiste). Il Liverpool è al contrario una formidabile astinente: non vince il campionato da 29 anni: "Mi creda sulla parola", ammette Ian Rush, " il giorno dopo la nostra vittoria in campionato del '90 non c'era una sola persona in tutta l'Inghilterra, non soltanto a Liverpool, che fosse disposta a credere che quel risultato non si sarebbe più ripetuto nei successivi cinque anni". Non ventinove, ma cinque.
Era un Liverpool semplice e maestoso, figlio del passato ma con solide basi nel futuro. Pratico e poco incline alla raffinatezza. C'erano ancora Grobbelaar, Nicol, Wheelan, la star era Barnes: "Non erano quelli i tempi per le leccornie o per i calciatori amici degli chef stellati". Beckham avrà certo capito. Il gallese Rush è stato uno degli artefici di quell'evento che gli "scousers", i tifosi del Liverpool, i selvaggi e sentimentali frequentatori seriali della Kop e di Anfield, ricordano ormai come un fatto biblico narrato dai padri dei padri, epocale, struggente eppure (per gli appassionati più giovani) completamente sconosciuto. Rush era tornato a casa da poco. Su consiglio del suo connazionale John Charles aveva assaggiato la Juventus e la Juventus aveva assaggiato lui. Ma non s'erano piaciuti. Le inglesi erano state cacciate dall'Europa dopo la strage dell'Heysel. "Ci sentivamo tutti colpevoli. Lo eravamo culturalmente. Il senso di vergogna fu atroce e più profondo di quanto si pensi". Lui gallese. La scure della Thatcher mondò il sistema evirando tutto il male possibile, non l'impossibile: "E noi in campo non avemmo altra scelta che ripartire dalle nostre radici sane. Il che", prosegue Rush, "implicò un inevitabile ritorno alle nostre antiche abitudini calcistiche, al rigore e agli schemi elementari".
Quando il Liverpool vinse il suo ultimo campionato la dicitura Premier League ancora non esisteva. "Quando vincemmo la Coppa Campioni a Roma eravamo più evoluti". La lontananza dai riflettori internazionali, protrattasi sino al '91, ebbe l'effetto di una "livella". Tutte le squadre inglesi tornarono a somigliarsi in negativo, pur conservando una suggestiva tipicità. Al Liverpool si arrivò al quasi paradosso che l'allenatore dovette smorzare i suoi stessi slanci tecnici. Kenny Dalglish aveva il doppio ruolo, fu uno dei primi player-manager in stile Vialli: "Abbiamo ripreso a crescere con Ferguson e con l'arrivo dei grandi stranieri, allenatori e giocatori, giunti sulla scia di Ardiles".
Ventinove anni dopo a Liverpool continuano a chiedersi come sia stato possibile. Nei ventinove anni di digiuno è però pur vero che sono arrivate una Champions League, una Coppa Uefa, 2 Fa Cup, 3 Coppe di Lega, una Supercoppa Uefa e 3 Community Shield. Tutta roba che farebbe contenti 7 club italiani. Non loro. Il sordido bruciore è rimasto lì a inacidire lo stomaco e a produrre inimmaginabili complessi d'inferiorità. Mentre loro restavano a secco, incluso lo scivolone di Gerrard nel 2014 che regalò il titolo proprio al City (e per il quale si scrisse, "you'll never slip alone", non resterai mai solo a scivolare), il Manchester United conquistava ben 16 campionati ribaltando il senso della rivalità tra le due città: "Per poco non ci rubavano anche i Beatles", disse un giorno il forastico Keegan. "Il loro stadio era per noi un pozzo di magie e di misteri", ammette Pato Aguilera che fu il protagonista (con doppietta) della vittoria del Genoa nel '92 ai quarti di Coppa Uefa, la prima italiana a vincere ad Anfield. Pato sgonfiò i Reds allora allenati da Souness. Finì 1-2. Ma che paura e soprattutto che Braglia: "Decisive le sue parate!".
I sentimenti rimangono intatti: "Sono uruguaiano quindi sono abituato al calcio della rabbia e degli scontri. In genere da noi si cresce sapendo di dover rischiare, ma vi garantisco che ad Anfield provai paura, diciamo una paura sana, da mito e pericoli mescolati, con quei tifosi che stanno per prenderti per la maglia. È stato il momento più intenso della mia carriera. Ed è come se fossi ancora lì ad abbracciare il mio Bagnoli".
Se vince il Liverpool scapperà, se pareggia rimarrà a +6 e se perde rilancerà il City restituendogli certezze. Le altre, salvo sconvolgimenti, non sembrano attrezzate per stare al passo dei due cingolati fatti di poesia. Il City è campione in carica e sulle sue spalle grava la maledizione che impedisce a chiunque (dopo lo United del 2009) di ripetersi con lo scudetto cucito sulle maglie (che là non esiste). Il Liverpool è al contrario una formidabile astinente: non vince il campionato da 29 anni: "Mi creda sulla parola", ammette Ian Rush, " il giorno dopo la nostra vittoria in campionato del '90 non c'era una sola persona in tutta l'Inghilterra, non soltanto a Liverpool, che fosse disposta a credere che quel risultato non si sarebbe più ripetuto nei successivi cinque anni". Non ventinove, ma cinque.
Era un Liverpool semplice e maestoso, figlio del passato ma con solide basi nel futuro. Pratico e poco incline alla raffinatezza. C'erano ancora Grobbelaar, Nicol, Wheelan, la star era Barnes: "Non erano quelli i tempi per le leccornie o per i calciatori amici degli chef stellati". Beckham avrà certo capito. Il gallese Rush è stato uno degli artefici di quell'evento che gli "scousers", i tifosi del Liverpool, i selvaggi e sentimentali frequentatori seriali della Kop e di Anfield, ricordano ormai come un fatto biblico narrato dai padri dei padri, epocale, struggente eppure (per gli appassionati più giovani) completamente sconosciuto. Rush era tornato a casa da poco. Su consiglio del suo connazionale John Charles aveva assaggiato la Juventus e la Juventus aveva assaggiato lui. Ma non s'erano piaciuti. Le inglesi erano state cacciate dall'Europa dopo la strage dell'Heysel. "Ci sentivamo tutti colpevoli. Lo eravamo culturalmente. Il senso di vergogna fu atroce e più profondo di quanto si pensi". Lui gallese. La scure della Thatcher mondò il sistema evirando tutto il male possibile, non l'impossibile: "E noi in campo non avemmo altra scelta che ripartire dalle nostre radici sane. Il che", prosegue Rush, "implicò un inevitabile ritorno alle nostre antiche abitudini calcistiche, al rigore e agli schemi elementari".
Quando il Liverpool vinse il suo ultimo campionato la dicitura Premier League ancora non esisteva. "Quando vincemmo la Coppa Campioni a Roma eravamo più evoluti". La lontananza dai riflettori internazionali, protrattasi sino al '91, ebbe l'effetto di una "livella". Tutte le squadre inglesi tornarono a somigliarsi in negativo, pur conservando una suggestiva tipicità. Al Liverpool si arrivò al quasi paradosso che l'allenatore dovette smorzare i suoi stessi slanci tecnici. Kenny Dalglish aveva il doppio ruolo, fu uno dei primi player-manager in stile Vialli: "Abbiamo ripreso a crescere con Ferguson e con l'arrivo dei grandi stranieri, allenatori e giocatori, giunti sulla scia di Ardiles".
Ventinove anni dopo a Liverpool continuano a chiedersi come sia stato possibile. Nei ventinove anni di digiuno è però pur vero che sono arrivate una Champions League, una Coppa Uefa, 2 Fa Cup, 3 Coppe di Lega, una Supercoppa Uefa e 3 Community Shield. Tutta roba che farebbe contenti 7 club italiani. Non loro. Il sordido bruciore è rimasto lì a inacidire lo stomaco e a produrre inimmaginabili complessi d'inferiorità. Mentre loro restavano a secco, incluso lo scivolone di Gerrard nel 2014 che regalò il titolo proprio al City (e per il quale si scrisse, "you'll never slip alone", non resterai mai solo a scivolare), il Manchester United conquistava ben 16 campionati ribaltando il senso della rivalità tra le due città: "Per poco non ci rubavano anche i Beatles", disse un giorno il forastico Keegan. "Il loro stadio era per noi un pozzo di magie e di misteri", ammette Pato Aguilera che fu il protagonista (con doppietta) della vittoria del Genoa nel '92 ai quarti di Coppa Uefa, la prima italiana a vincere ad Anfield. Pato sgonfiò i Reds allora allenati da Souness. Finì 1-2. Ma che paura e soprattutto che Braglia: "Decisive le sue parate!".
I sentimenti rimangono intatti: "Sono uruguaiano quindi sono abituato al calcio della rabbia e degli scontri. In genere da noi si cresce sapendo di dover rischiare, ma vi garantisco che ad Anfield provai paura, diciamo una paura sana, da mito e pericoli mescolati, con quei tifosi che stanno per prenderti per la maglia. È stato il momento più intenso della mia carriera. Ed è come se fossi ancora lì ad abbracciare il mio Bagnoli".