Eto’o, Balotelli e gli altri. Le idee dei campioni contro il razzismo
Gigi Riva , di GIGI RIVAIl docufilm sulla discriminazione nel calcio girato da Olivier Dacourt, ex Roma e Inter, in onda su Canal+
Negli stadi il 2019 è cominciato come sappiamo, con cori razzisti e antisemiti all'Olimpico durante Lazio-Novara di Coppa Italia. Indegna continuazione dell'anno vecchio che si è concluso con il caso Koulibaly di Inter-Napoli. Del resto il 2018 aveva avuto un esordio raccapricciante, così ricapitolato da Piara Powar, direttore dell'organizzazione "Football contro il razzismo", in apertura del film Je ne suis pas un singe (Non sono una scimmia) di Olivier Dacourt, ex giocatore anche di Roma e Inter, e Marc Sauvourel, giornalista, in onda in questi giorni su Canal+: "Il 6 gennaio cori a Cagliari contro Blaise Matuidi della Juventus; il 13 gennaio nel corso di Gijon-Tarragona gli Ultras Boys protestano perché non vogliono calciatori neri; il 15 gennaio lo Spartak Mosca mostra in un filmato tre dei suoi giocatori di colore e li paragona a cioccolatini che fondono al sole; il 27 marzo tifosi russi insultano i francesi Dembél&eac…
Negli stadi il 2019 è cominciato come sappiamo, con cori razzisti e antisemiti all'Olimpico durante Lazio-Novara di Coppa Italia. Indegna continuazione dell'anno vecchio che si è concluso con il caso Koulibaly di Inter-Napoli. Del resto il 2018 aveva avuto un esordio raccapricciante, così ricapitolato da Piara Powar, direttore dell'organizzazione "Football contro il razzismo", in apertura del film Je ne suis pas un singe (Non sono una scimmia) di Olivier Dacourt, ex giocatore anche di Roma e Inter, e Marc Sauvourel, giornalista, in onda in questi giorni su Canal+: "Il 6 gennaio cori a Cagliari contro Blaise Matuidi della Juventus; il 13 gennaio nel corso di Gijon-Tarragona gli Ultras Boys protestano perché non vogliono calciatori neri; il 15 gennaio lo Spartak Mosca mostra in un filmato tre dei suoi giocatori di colore e li paragona a cioccolatini che fondono al sole; il 27 marzo tifosi russi insultano i francesi Dembélé e Pogba... Nei 12 mesi e nella sola Inghilterra si sono contati più di 250 episodi di questo tipo.
Il razzismo è un fenomeno in aumento. Nelle curve di estrema destra compaiono simboli che solo 5 anni fa non si vedevano. È chiaro che la questione immigrati contribuisce a esasperare il clima". Italia, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania, Est Europa, nessun Paese è immune.
La coppia Dacourt-Sauvourel aveva già indagato con un'altra pellicola La zona d'ombra (titolo del precedente lavoro) di alcuni eroi in calzoncini. Stavolta opta per un'accusa potente. Dando voce soprattutto alle vittime. L'ex calciatore esprime fin da subito quello che sembra un manifesto programmatico: "Come sbarazzarsi di un fenomeno che ha attraversato i secoli, questo è il tema". Di difficile soluzione se, sulla scala dei valori, c'è un regresso. Il nostro Paese è presente nel documentario in dose massiccia.
A partire da Mario Balotelli che confessa: "Già a 10-11 anni mi gridavano "negro, torna al tuo paese". Mio padre adottivo, Franco, bresciano, mi ha confidato a posteriori che quei tifosi in tribuna si guardavano attorno per vedere se c'erano genitori neri e, non vedendoli, si sfogavano contro di me. Il primo vero choc è stato a 17 anni, durante un Inter-Juve. Urlavano "se saltelli muore Balotelli", e "negro di merda". Mi veniva da piangere. Ho chiesto a Ibrahimovic cosa dovevo fare. Mi ha risposto, gioca e segna. L'ho fatto". Anche a scuola un compagno gli aveva posto una domanda a cui non seppe rispondere: "Mi disse "hai il cuore bianco o nero?" Ma i bambini non sono razzisti, ripetono quello che sentono dagli adulti". Se lo paragonano a una scimmia, "non lo prendo come un insulto, le scimmie sono più intelligenti di quegli idioti".
L'arbitro Gianpaolo Calvarese, sebbene sollecitato dall'interessato, non fece nulla per Matuidi in quel Cagliari-Juventus. E non ne fece cenno nel referto. Non autorizzato a parlare con gli autori del film, trova una parziale difesa dal collega Tiziano Pieri: "Mentre si dirige una partita si è talmente concentrati che qualcosa può sfuggire e altri dovrebbero intervenire. O forse Calvarese ha valutato che il resto del pubblico applaudiva e ciò cancellava l'insulto. La sua colpa semmai è stata quella di non rassicurare Matuidi, di fargli capire che lui era lì per proteggerlo".
Ben diversamente si comportò lo spagnolo Victor Esquinas Torres nel 2006 durante un Saragozza-Barcellona quando Eto'o minacciò di lasciare il campo perché trasformato in bersaglio mentre calciava un angolo. A distanza di tempo il direttore di gara iberico chiosa: "Machismo e razzismo sono due mali della nostra società. Fin da piccoli si impara a dire figlio di puttana e negro o arabo di merda". Lui abbracciò Eto'o, lo confortò. Poi, ricorda una delle star dell'Inter del triplete, "fu decisivo Rijkard, il mio allenatore. Mi disse: chi è il più forte tra i miei giocatori? Risposi: io. E lui: ecco torna dentro e dimostra loro che un nero è il più bravo di tutti". Eto'o ha una ricetta: "Se, in presenza di una discriminazione tutti i neri lasciassero il terreno di gioco, sono sicuro che la situazione migliorerebbe. Perché in molti perderebbero soldi, a cominciare dalle televisioni".
Dacourt e Sauvourel si sono presi la briga di andare anche a Verona per incontrare Alessandro, un ultrà tatuato, calvo, orgoglioso di essere fascista e del disegno di Mussolini sul petto, tra i leader di una curva che nel 1996 appese un manichino col cappio al collo per impedire l'acquisto di Maickel Ferrier, olandese di colore, e lo striscione in dialetto: "Il negro ve lo hanno regalato, dategli lo stadio da pulire". Alessandro non edulcora il suo linguaggio estremo neanche davanti alle telecamere: "Mi disgusta immaginare la nazionale italiana con giocatori di colore perché significa che i nostri bianchi non hanno futuro nel calcio. Quando Balotelli ci ha portato in finale all'Europeo mi ha fatto piacere ma non mi ha entusiasmato perché non è un italiano purosangue".
Joseph-Antoine Bell fu negli Anni 80 il primo portiere nero in Francia al Marsiglia. Quando tornò al Vélodrome da avversario col Bordeaux, gli ex tifosi gli avevano preparato un'accoglienza sconcertante. La polizia sequestrò 50 chili di banane nascoste in curva prima dell'apertura dei cancelli e per questo Bell sospettò una complicità della società. Fa impressione sentire Bernard Tapie, allora presidente, difendersi: "Non fu razzismo, ma reazione contro un nostro ex che diffondeva un'immagine negativa del club".
Dal campo alla tribuna e alla scrivania. Il reportage si concentra su una cifra che fa riflettere. Il 30 per cento dei calciatori in Europa sono di colore, ma di allenatori con la pelle scura nei cinque campionati più importanti ce ne sono solo quattro e pure i dirigenti si contano sulle dita di una mano. Anche oltre il rettangolo verde il razzismo continua.
Il razzismo è un fenomeno in aumento. Nelle curve di estrema destra compaiono simboli che solo 5 anni fa non si vedevano. È chiaro che la questione immigrati contribuisce a esasperare il clima". Italia, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania, Est Europa, nessun Paese è immune.
La coppia Dacourt-Sauvourel aveva già indagato con un'altra pellicola La zona d'ombra (titolo del precedente lavoro) di alcuni eroi in calzoncini. Stavolta opta per un'accusa potente. Dando voce soprattutto alle vittime. L'ex calciatore esprime fin da subito quello che sembra un manifesto programmatico: "Come sbarazzarsi di un fenomeno che ha attraversato i secoli, questo è il tema". Di difficile soluzione se, sulla scala dei valori, c'è un regresso. Il nostro Paese è presente nel documentario in dose massiccia.
A partire da Mario Balotelli che confessa: "Già a 10-11 anni mi gridavano "negro, torna al tuo paese". Mio padre adottivo, Franco, bresciano, mi ha confidato a posteriori che quei tifosi in tribuna si guardavano attorno per vedere se c'erano genitori neri e, non vedendoli, si sfogavano contro di me. Il primo vero choc è stato a 17 anni, durante un Inter-Juve. Urlavano "se saltelli muore Balotelli", e "negro di merda". Mi veniva da piangere. Ho chiesto a Ibrahimovic cosa dovevo fare. Mi ha risposto, gioca e segna. L'ho fatto". Anche a scuola un compagno gli aveva posto una domanda a cui non seppe rispondere: "Mi disse "hai il cuore bianco o nero?" Ma i bambini non sono razzisti, ripetono quello che sentono dagli adulti". Se lo paragonano a una scimmia, "non lo prendo come un insulto, le scimmie sono più intelligenti di quegli idioti".
L'arbitro Gianpaolo Calvarese, sebbene sollecitato dall'interessato, non fece nulla per Matuidi in quel Cagliari-Juventus. E non ne fece cenno nel referto. Non autorizzato a parlare con gli autori del film, trova una parziale difesa dal collega Tiziano Pieri: "Mentre si dirige una partita si è talmente concentrati che qualcosa può sfuggire e altri dovrebbero intervenire. O forse Calvarese ha valutato che il resto del pubblico applaudiva e ciò cancellava l'insulto. La sua colpa semmai è stata quella di non rassicurare Matuidi, di fargli capire che lui era lì per proteggerlo".
Ben diversamente si comportò lo spagnolo Victor Esquinas Torres nel 2006 durante un Saragozza-Barcellona quando Eto'o minacciò di lasciare il campo perché trasformato in bersaglio mentre calciava un angolo. A distanza di tempo il direttore di gara iberico chiosa: "Machismo e razzismo sono due mali della nostra società. Fin da piccoli si impara a dire figlio di puttana e negro o arabo di merda". Lui abbracciò Eto'o, lo confortò. Poi, ricorda una delle star dell'Inter del triplete, "fu decisivo Rijkard, il mio allenatore. Mi disse: chi è il più forte tra i miei giocatori? Risposi: io. E lui: ecco torna dentro e dimostra loro che un nero è il più bravo di tutti". Eto'o ha una ricetta: "Se, in presenza di una discriminazione tutti i neri lasciassero il terreno di gioco, sono sicuro che la situazione migliorerebbe. Perché in molti perderebbero soldi, a cominciare dalle televisioni".
Dacourt e Sauvourel si sono presi la briga di andare anche a Verona per incontrare Alessandro, un ultrà tatuato, calvo, orgoglioso di essere fascista e del disegno di Mussolini sul petto, tra i leader di una curva che nel 1996 appese un manichino col cappio al collo per impedire l'acquisto di Maickel Ferrier, olandese di colore, e lo striscione in dialetto: "Il negro ve lo hanno regalato, dategli lo stadio da pulire". Alessandro non edulcora il suo linguaggio estremo neanche davanti alle telecamere: "Mi disgusta immaginare la nazionale italiana con giocatori di colore perché significa che i nostri bianchi non hanno futuro nel calcio. Quando Balotelli ci ha portato in finale all'Europeo mi ha fatto piacere ma non mi ha entusiasmato perché non è un italiano purosangue".
Joseph-Antoine Bell fu negli Anni 80 il primo portiere nero in Francia al Marsiglia. Quando tornò al Vélodrome da avversario col Bordeaux, gli ex tifosi gli avevano preparato un'accoglienza sconcertante. La polizia sequestrò 50 chili di banane nascoste in curva prima dell'apertura dei cancelli e per questo Bell sospettò una complicità della società. Fa impressione sentire Bernard Tapie, allora presidente, difendersi: "Non fu razzismo, ma reazione contro un nostro ex che diffondeva un'immagine negativa del club".
Dal campo alla tribuna e alla scrivania. Il reportage si concentra su una cifra che fa riflettere. Il 30 per cento dei calciatori in Europa sono di colore, ma di allenatori con la pelle scura nei cinque campionati più importanti ce ne sono solo quattro e pure i dirigenti si contano sulle dita di una mano. Anche oltre il rettangolo verde il razzismo continua.