Il caso: la nuova coscienza di papà Djokovic
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIOLe ragioni e i cambiamenti del tennista serbo dietro i suoi trionfi
Non molla più il mondo. Sa dove mettersi, sa dove attaccare: righe e angoli. La banalità di chi non considera più il rischio come un nemico. È un papà diverso, Nole. Forse a 31 anni con due figli, Stefan nato nel 2015 e Tara nel 2017, ha finalmente accettato di esserlo. Tutti indagano sugli effetti della maternità sullo sport (Vezzali, Di Francisca, Clijsters e Williams nel tennis), in pochi si chiedono se qualcosa cambia nell'uomo. Se sia destabilizzato da una responsabilità che non c'entra con il rettangolo di gioco. Di Djokovic a Melbourne ha sorpreso la consistenza, l'intensità, gli occhi da capobranco che sa dove e come far attraversare le montagne al suo gregge. Non se lo chiede nemmeno, lo fa e basta. Si chiama consapevolezza, non ha a che fare con il talento, ma con la sua accettazione. Non è facile giocarci: per molti è una schiavitù. Hai obblighi, mai corridoi di felicità. Il tale…
Non molla più il mondo. Sa dove mettersi, sa dove attaccare: righe e angoli. La banalità di chi non considera più il rischio come un nemico. È un papà diverso, Nole. Forse a 31 anni con due figli, Stefan nato nel 2015 e Tara nel 2017, ha finalmente accettato di esserlo. Tutti indagano sugli effetti della maternità sullo sport (Vezzali, Di Francisca, Clijsters e Williams nel tennis), in pochi si chiedono se qualcosa cambia nell'uomo. Se sia destabilizzato da una responsabilità che non c'entra con il rettangolo di gioco. Di Djokovic a Melbourne ha sorpreso la consistenza, l'intensità, gli occhi da capobranco che sa dove e come far attraversare le montagne al suo gregge. Non se lo chiede nemmeno, lo fa e basta. Si chiama consapevolezza, non ha a che fare con il talento, ma con la sua accettazione. Non è facile giocarci: per molti è una schiavitù. Hai obblighi, mai corridoi di felicità. Il talento ha le sue regole: mostrarlo è inevitabile, conviverci è più difficile, ma sul trionfo del desiderio è meglio ripassare Lacan.
Nadal si aspettava di incontrare un vecchio ragazzo come lui, invece ha trovato un uomo che non conosceva, un giovane patriarca, uno che dalla sua finale (persa) al Queen's a giugno scorso ha raggiunto 8 finali negli ultimi 10 tornei vincendone 5. Per l'Équipe questo Djokovic è: ingiocabile. Di un altro pianeta. Per Mats Wilander, campione svedese, ora commentatore: "Ha preso rischi, ma senza mai sbagliare. Tra semifinale e finale ha fatto solo 14 errori in 6 set. Come Borg al Roland-Garros, che però non era così aggressivo. È stato un dominio fisico e mentale come se dicesse: nessuno può più farmi male".
Forse solo un uomo in pace con se stesso, che ha recuperato non solo lo stato fisico dopo l'operazione, ma anche il suo status mentale. Ha richiamato a marzo l'allenatore artefice dei suoi successi, lo slovacco Marian Vadja, con cui non lavorava più da maggio 2017 e il coach si è preso 4 giorni di riflessione prima di accettare. "Nole era convinto di non avere la squadra giusta". Nulla mina di più la testa di un campione come il dubbio di non avere quello che hanno gli altri.
A Wimbledon l'anno scorso, al rientro al successo in uno Slam, Djokovic, prima di uscire per la premiazione aveva pregato l'organizzazione di dargli 5 minuti in più. C'era suo figlio Stefan che gli correva incontro. "Ho bisogno di questo abbraccio, per favore". A Melbourne ha preso il microfono per dire che gli aveva chiesto di guardarlo in tv da casa: "Ma forse non ce l'ha fatta". Non più un campione che prende a pallate il mondo, ma un capofamiglia che se lo mette sotto i piedi, mentre dà la mano ai suoi.
Nadal si aspettava di incontrare un vecchio ragazzo come lui, invece ha trovato un uomo che non conosceva, un giovane patriarca, uno che dalla sua finale (persa) al Queen's a giugno scorso ha raggiunto 8 finali negli ultimi 10 tornei vincendone 5. Per l'Équipe questo Djokovic è: ingiocabile. Di un altro pianeta. Per Mats Wilander, campione svedese, ora commentatore: "Ha preso rischi, ma senza mai sbagliare. Tra semifinale e finale ha fatto solo 14 errori in 6 set. Come Borg al Roland-Garros, che però non era così aggressivo. È stato un dominio fisico e mentale come se dicesse: nessuno può più farmi male".
Forse solo un uomo in pace con se stesso, che ha recuperato non solo lo stato fisico dopo l'operazione, ma anche il suo status mentale. Ha richiamato a marzo l'allenatore artefice dei suoi successi, lo slovacco Marian Vadja, con cui non lavorava più da maggio 2017 e il coach si è preso 4 giorni di riflessione prima di accettare. "Nole era convinto di non avere la squadra giusta". Nulla mina di più la testa di un campione come il dubbio di non avere quello che hanno gli altri.
A Wimbledon l'anno scorso, al rientro al successo in uno Slam, Djokovic, prima di uscire per la premiazione aveva pregato l'organizzazione di dargli 5 minuti in più. C'era suo figlio Stefan che gli correva incontro. "Ho bisogno di questo abbraccio, per favore". A Melbourne ha preso il microfono per dire che gli aveva chiesto di guardarlo in tv da casa: "Ma forse non ce l'ha fatta". Non più un campione che prende a pallate il mondo, ma un capofamiglia che se lo mette sotto i piedi, mentre dà la mano ai suoi.