Matteo Mammì: "La tv è schiava dei pirati, in Italia sono 4 milioni”
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIOL’ex direttore della programmazione sport di Sky: “In un solo anno il numero di chi guarda abusivamente il calcio è cresciuto del 50 per cento”
Dove va il calcio? I diritti tv che lo hanno fatto ricco funzioneranno sempre? Il pallone Made in Italy nel mondo globalizzato riuscirà ad allargare la sua dimensione? Se il Paese è in recessione, il suo sport che fine farà? Sarà più o meno visibile? Matteo Mammì, 43 anni, ex direttore sport della programmazione e produzione di Sky, è esperto di diritti sportivi internazionali.
Il mercato dei diritti tv sembra saturo.
"Se parliamo dell'Italia il mercato è soprattutto infestato dalla pirateria. Si stima che più di due milioni di case abbiano abbonamenti irregolari, in tutto più di 4 milioni di italiani usufruiscono live di uno spettacolo a cui non hanno diritto. È una cifra al ribasso"
Non saremo l'unico popolo di guardoni?
"Forse no, ma all'estero ti impediscono di esserlo. È vero che c'è uno sviluppo tecnologico molto sofisticato e che in Italia in tutti i setto…
Il mercato dei diritti tv sembra saturo.
"Se parliamo dell'Italia il mercato è soprattutto infestato dalla pirateria. Si stima che più di due milioni di case abbiano abbonamenti irregolari, in tutto più di 4 milioni di italiani usufruiscono live di uno spettacolo a cui non hanno diritto. È una cifra al ribasso"
Non saremo l'unico popolo di guardoni?
"Forse no, ma all'estero ti impediscono di esserlo. È vero che c'è uno sviluppo tecnologico molto sofisticato e che in Italia in tutti i setto…
Dove va il calcio? I diritti tv che lo hanno fatto ricco funzioneranno sempre? Il pallone Made in Italy nel mondo globalizzato riuscirà ad allargare la sua dimensione? Se il Paese è in recessione, il suo sport che fine farà? Sarà più o meno visibile? Matteo Mammì, 43 anni, ex direttore sport della programmazione e produzione di Sky, è esperto di diritti sportivi internazionali.
Il mercato dei diritti tv sembra saturo.
"Se parliamo dell'Italia il mercato è soprattutto infestato dalla pirateria. Si stima che più di due milioni di case abbiano abbonamenti irregolari, in tutto più di 4 milioni di italiani usufruiscono live di uno spettacolo a cui non hanno diritto. È una cifra al ribasso"
Non saremo l'unico popolo di guardoni?
"Forse no, ma all'estero ti impediscono di esserlo. È vero che c'è uno sviluppo tecnologico molto sofisticato e che in Italia in tutti i settori la proprietà intellettuale e dei marchi non è ben protetta, ma quest'anno rispetto a quello passato la pirateria è aumentata del 50%. Bisognerebbe fare di più per tutelare i diritti, sensibilizzare più aree, da noi l'illegalità cresce perché i rischi sono pochi. Anche se l'altro giorno per la prima volta il tribunale di Milano ha imposto ai provider di inibire l'accesso a un sito che trasmette le gare di A. L'Inghilterra ha reagito in maniera più muscolare al fenomeno, quello che dai noi è una novità, da loro è abitudine, scatta la super- injunction, una diffida legale che ordina di chiudere gli indirizzi Ip. Altro che dissuasione morale".
Nelle serie A il fatturato dei club dipende al 60% dai diritti tv.
"Nella Premier League al 61%, in Bundesliga al 52%, nella Liga al 31%. Ma il mercato dei diritti è ormai maturo, alla fine del suo sfruttamento, più di questo è difficile che salga. Negli ultimi 15 anni sono cresciute le pay-tv, c'era offerta e concorrenza aggressiva. Ma l'età dell'oro è finita, ci sono nuovi equilibri, diversi modi e piattaforme per accedere al calcio. Dallo streaming ai cellulari, il business va differenziato, la banda larga è in espansione. Sono cambiati i costumi, la nostra maniera di consumare il calcio, complice anche l'estrema parcellizzazione delle partite. Nessuno sta più 3-4 ore davanti alla tv, la vita offre molto altro".
Però il calcio italiano all'estero si vende a poco.
"Img che si occupa dei diritti internazionali della serie A ha fatto un buon lavoro, ma la Lega dovrà essere più attiva nella promozione sui mercati. La Liga è molto presente nel mondo, con sedi ovunque, anche a Singapore, la Bundesliga ha appena aperto un ufficio a New York, la Premier organizza sempre più tornei internazionali fuori dai sui confini. Così si valorizza un brand, facendosi conoscere".
La Lega dall'estero incassa un quinto della Premier e la metà della Liga.
"All'Italia manca sempre una cosa: fare squadra, sentirsi collettivo. Altrove le Leghe si sono strutturate e organizzate da più tempo per gestire le attività commerciali con una strategia condivisa. La Lega di Micciché e De Siervo su questo sta lavorando in attesa di vedere se nascerà un Lega Channel".
Per lei non è una Little Italy.
"No, anzi, il fatturato della Seria A è al 7° posto tra le properties sportive mondiali. Anche se restano dei problemi. Conta che dai Mondiali '90 l'Italia non ha più ospitato nulla? Sì certo. Contano stadi vecchi, inospitali, forti episodi di razzismo? Sì, chiaro. Ma non è Little Italy, anche perché io dico sempre che al centro del prodotto calcio va messo il fruitore nella triplice dimensione cliente/cittadino/ tifoso. Del cliente si occupa il commerciale, il cittadino tocca alle istituzioni, alla scuola, alla Lega, ai club, alla federazione, al governo, con sensibilizzazioni su temi culturali, etici, educativi, il tifoso invece è un asset, un patrimonio unico".
Nel senso?
"Il tifoso ti ama a vita, per fede. Nessun'altra industria può contare su un cliente così, nemmeno la Apple. Se sbagli prodotto, se il cellulare non piace, non te lo comprano più. Ma nessuno butta via la squadra del cuore, nemmeno se è arrivata ultima, il tifoso continuerà ad abbonarsi e tu sei avvantaggiato nel servirlo. Anche per questo va rispettato".
Nel mercato dello sport entreranno altri: come Netflix nel cinema?
"Possibile. In tanti stanno valutando la convenienza. Non credo entrerà Netflix, preferisce coprodurre più che comprare diritti, Amazon è già arrivata nel tennis, Dazn nello sport. La Rai essendo servizio pubblico, con l'obbligo di rispettare il bilancio, ha dovuto rinunciare a molti dei suoi gioielli".
Ha un'idea sulla riforma dello sport?
"Se si rivolge al cittadino, farei una lista delle priorità e dei bisogni in modo da utilizzare per quello scopo il finanziamento pubblico".
Vogliamo chiarire il suo rapporto con Oscar Mammì, ex ministro delle Telecomunicazioni.
"Era il cugino di mio padre, l'ho conosciuto poco".
Lei è fidanzato con Diletta Leotta, volto tv, ora su Dazn, molto offesa sui social. Sessismo?
"Riceve offese incredibili, volgari, ma anche geniali. Ci vuole una forte immaginazione per scrivere certe cose. Una donna che si occupa di calcio resta sempre un bersaglio. Ma spero che la visione del prossimo mondiale di calcio femminile in Francia cambierà un po' le cose. Più donne lo giocano, più cadono stereotipi. Anche se non credo basterà".
Il mercato dei diritti tv sembra saturo.
"Se parliamo dell'Italia il mercato è soprattutto infestato dalla pirateria. Si stima che più di due milioni di case abbiano abbonamenti irregolari, in tutto più di 4 milioni di italiani usufruiscono live di uno spettacolo a cui non hanno diritto. È una cifra al ribasso"
Non saremo l'unico popolo di guardoni?
"Forse no, ma all'estero ti impediscono di esserlo. È vero che c'è uno sviluppo tecnologico molto sofisticato e che in Italia in tutti i settori la proprietà intellettuale e dei marchi non è ben protetta, ma quest'anno rispetto a quello passato la pirateria è aumentata del 50%. Bisognerebbe fare di più per tutelare i diritti, sensibilizzare più aree, da noi l'illegalità cresce perché i rischi sono pochi. Anche se l'altro giorno per la prima volta il tribunale di Milano ha imposto ai provider di inibire l'accesso a un sito che trasmette le gare di A. L'Inghilterra ha reagito in maniera più muscolare al fenomeno, quello che dai noi è una novità, da loro è abitudine, scatta la super- injunction, una diffida legale che ordina di chiudere gli indirizzi Ip. Altro che dissuasione morale".
Nelle serie A il fatturato dei club dipende al 60% dai diritti tv.
"Nella Premier League al 61%, in Bundesliga al 52%, nella Liga al 31%. Ma il mercato dei diritti è ormai maturo, alla fine del suo sfruttamento, più di questo è difficile che salga. Negli ultimi 15 anni sono cresciute le pay-tv, c'era offerta e concorrenza aggressiva. Ma l'età dell'oro è finita, ci sono nuovi equilibri, diversi modi e piattaforme per accedere al calcio. Dallo streaming ai cellulari, il business va differenziato, la banda larga è in espansione. Sono cambiati i costumi, la nostra maniera di consumare il calcio, complice anche l'estrema parcellizzazione delle partite. Nessuno sta più 3-4 ore davanti alla tv, la vita offre molto altro".
Però il calcio italiano all'estero si vende a poco.
"Img che si occupa dei diritti internazionali della serie A ha fatto un buon lavoro, ma la Lega dovrà essere più attiva nella promozione sui mercati. La Liga è molto presente nel mondo, con sedi ovunque, anche a Singapore, la Bundesliga ha appena aperto un ufficio a New York, la Premier organizza sempre più tornei internazionali fuori dai sui confini. Così si valorizza un brand, facendosi conoscere".
La Lega dall'estero incassa un quinto della Premier e la metà della Liga.
"All'Italia manca sempre una cosa: fare squadra, sentirsi collettivo. Altrove le Leghe si sono strutturate e organizzate da più tempo per gestire le attività commerciali con una strategia condivisa. La Lega di Micciché e De Siervo su questo sta lavorando in attesa di vedere se nascerà un Lega Channel".
Per lei non è una Little Italy.
"No, anzi, il fatturato della Seria A è al 7° posto tra le properties sportive mondiali. Anche se restano dei problemi. Conta che dai Mondiali '90 l'Italia non ha più ospitato nulla? Sì certo. Contano stadi vecchi, inospitali, forti episodi di razzismo? Sì, chiaro. Ma non è Little Italy, anche perché io dico sempre che al centro del prodotto calcio va messo il fruitore nella triplice dimensione cliente/cittadino/ tifoso. Del cliente si occupa il commerciale, il cittadino tocca alle istituzioni, alla scuola, alla Lega, ai club, alla federazione, al governo, con sensibilizzazioni su temi culturali, etici, educativi, il tifoso invece è un asset, un patrimonio unico".
Nel senso?
"Il tifoso ti ama a vita, per fede. Nessun'altra industria può contare su un cliente così, nemmeno la Apple. Se sbagli prodotto, se il cellulare non piace, non te lo comprano più. Ma nessuno butta via la squadra del cuore, nemmeno se è arrivata ultima, il tifoso continuerà ad abbonarsi e tu sei avvantaggiato nel servirlo. Anche per questo va rispettato".
Nel mercato dello sport entreranno altri: come Netflix nel cinema?
"Possibile. In tanti stanno valutando la convenienza. Non credo entrerà Netflix, preferisce coprodurre più che comprare diritti, Amazon è già arrivata nel tennis, Dazn nello sport. La Rai essendo servizio pubblico, con l'obbligo di rispettare il bilancio, ha dovuto rinunciare a molti dei suoi gioielli".
Ha un'idea sulla riforma dello sport?
"Se si rivolge al cittadino, farei una lista delle priorità e dei bisogni in modo da utilizzare per quello scopo il finanziamento pubblico".
Vogliamo chiarire il suo rapporto con Oscar Mammì, ex ministro delle Telecomunicazioni.
"Era il cugino di mio padre, l'ho conosciuto poco".
Lei è fidanzato con Diletta Leotta, volto tv, ora su Dazn, molto offesa sui social. Sessismo?
"Riceve offese incredibili, volgari, ma anche geniali. Ci vuole una forte immaginazione per scrivere certe cose. Una donna che si occupa di calcio resta sempre un bersaglio. Ma spero che la visione del prossimo mondiale di calcio femminile in Francia cambierà un po' le cose. Più donne lo giocano, più cadono stereotipi. Anche se non credo basterà".