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Cathy Freeman: “Il mio oro libero non è servito agli aborigeni”

Olimpionica nei 400 a Sydney, poi il vuoto. “Gli indigeni pagano pregiudizi e crisi sociale”
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MONTECARLO - Fu la prima, quasi vent'anni fa (19 per l'esattezza). Ma anche l'ultima. Cathy Freeman, oggi 46enne e mamma di Ruby, sette anni, ai Giochi di Sydney nel 2000, arrivò prima nei 400 metri. Un'aborigena australiana che ricambiava con la medaglia d'oro il Paese che aveva negato il passaporto a suo nonno, come anche il permesso di parlare ai bianchi, e che aveva deportato la sua famiglia sindacalmente troppo attiva.

Corse con una tuta integrale verde: per i quattrocentomila aborigeni rimasti, una volta due milioni, per i cinquantasette anni di età media di vita contro i settantanove del resto della popolazione. Per sé, per loro, per una riconciliazione. Perché i simboli contano: si chiamava Freeman e sulla spalla aveva un tatuaggio: "Cos I'm free". Vinse, non sorrise, s'inginocchiò.

Cathy, era stremata?
"Soprattutto dispiaciuta, 49"11 non era un gran tempo, avevo fatto meglio, ma mi sentivo so…
MONTECARLO - Fu la prima, quasi vent'anni fa (19 per l'esattezza). Ma anche l'ultima. Cathy Freeman, oggi 46enne e mamma di Ruby, sette anni, ai Giochi di Sydney nel 2000, arrivò prima nei 400 metri. Un'aborigena australiana che ricambiava con la medaglia d'oro il Paese che aveva negato il passaporto a suo nonno, come anche il permesso di parlare ai bianchi, e che aveva deportato la sua famiglia sindacalmente troppo attiva.

Corse con una tuta integrale verde: per i quattrocentomila aborigeni rimasti, una volta due milioni, per i cinquantasette anni di età media di vita contro i settantanove del resto della popolazione. Per sé, per loro, per una riconciliazione. Perché i simboli contano: si chiamava Freeman e sulla spalla aveva un tatuaggio: "Cos I'm free". Vinse, non sorrise, s'inginocchiò.

Cathy, era stremata?
"Soprattutto dispiaciuta, 49"11 non era un gran tempo, avevo fatto meglio, ma mi sentivo soffocare. C'erano più di 100mila spettatori quel giorno allo stadio. E c'era quello che io mi ero sempre vergognata ad ammettere: soffrivo d'asma. Noi sportivi ci sentiamo diversi dagli altri, crediamo in una specie di immunità, anzi ci consideriamo intoccabili. Gli altri si possono ammalare, noi no, siamo troppo forti. Ecco, io me lo ero sempre nascosto: avevo difficoltà a respirare. Non era un'oppressione psicologica, anche se quella aveva il suo peso, ma proprio un fatto fisiologico".

Festeggiò con la doppia bandiera.
"Australiana e aborigena. Quella volta nessuno mi chiese: come ti permetti? Avevo ventisette anni, mia madre ci aveva cresciuti da sola a Mackay, in un inferno domestico, con un papà violento e alcolista che se n'era andato. Eravamo cinque figli, mia sorella Anne-Marie, nata cerebrolesa, morta nel '90, mi diede la spinta inziale. Se ho corso è per lei, perché non poteva. Ma è stato il mio patrigno, mamma si è risposata quando avevo 10 anni, a farmi fare atletica e notare le mie qualità. Non era indigeno e capiva di sport".

Doveva essere la prima, non l'ultima.
"E invece sia in campo maschile e femminile nell'atletica siamo scomparsi. Voi indigeni, mi dicevano, quando ero ragazza, siete svogliati, scansafatiche e correte sempre a mangiare. Non è solo il pregiudizio a fare danni, ma la situazione economica sociale, medica. La statistica degli indigeni che muoiono di malattie polmonari è due volte e mezza più alta degli altri. Correre via dalla povertà e dalla miseria grazie a una corsia non sempre è facile per chi viene da un passato di mutilazioni e di emarginazione. Mia nonna Alice fa parte della Stolen Generation, fu presa dai suoi genitori e data ad altri. Mia madre solo a 70 anni ha potuto guadagnare il giusto, prima è stata sempre sottopagata".

Lei però ce l'ha fatta.
"Io mi vergognavo dell'asma, non della mia identità, e nemmeno dei miei valori. Se ho cercato di essere la migliore, se oggi sono attiva con Laureus e con la mia fondazione che a Palm Island nel Queensland, si occupa dei ragazzi in difficoltà, è perché credo che lo sport ti dà molto più di un podio, hai una piattaforma dove essere visibile. Vuoi non usarla? E allora Jesse Owens e Tommie Smith che ci stanno a fare? Ma a Palm Island dove metà della popolazione è sotto i 20 anni se ne fregano anche di questo: i giovani sono arrabbiati e frustrati, le fabbriche non ci sono, il lavoro nemmeno. Lo sport ha bisogno di concentrazione, non di disperazione".

Ha smesso nel 2003 a 30 anni.
"Dopo 1.712 giorni e 24 corse senza sconfitte. Fui battuta da Jana Pittman, ma la verità è che dentro qualcosa si era spento. Non avevo più la felicità di prima, accumulare medaglie non faceva per me. Avevo ottenuto quello che sognavo: vincere l'oro a casa mia, davanti al mio pubblico. E non erano mancate nemmeno le emozioni: nella cerimonia d'inaugurazione rischiai di far la fine di Giovanna D'Arco perché la scala automatica che doveva portarmi fuori dall'anello di fuoco non funzionò, rilassati, mi dicevo, troveranno un modo per salvarti. Lo hanno fatto, ma dopo quasi vent'anni la condanna di noi indigeni non è cambiata. Si sono scusati per quello che ci hanno tolto, ma non ci hanno ridato niente. Peccato. Ci potevano essere altri quattrocento metri pieni di tutto, invece sono pieni di niente".