Cristiano Ronaldo, chiamato per scrivere il destino
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIOIl fenomeno eleva a un livello superiore tutto ciò che gli gira intorno. L’ossessione di segnare e vincere sempre un po’ di più
Ronaldo al cubo. Destination man. L’uomo che accarezza il karma, che tiene a cuccia il destino: stai buono e fai quello che dico io. Il migliore a giocarsi tutto in notte che vale 270 milioni. Il fenomeno che porta a un livello superiore tutto ciò che gli ruota attorno: squadra, società, pubblico, titolo in Borsa. Ci stanno quelli così: anche nella vita, non solo nei film. Quelli che non si spengono nella tempesta, anzi si accendono appena gli dai le chiavi della tua sopravvivenza. Per dirla con il poeta Robert Frost: the best way out is always through. Il miglior modo per venirne fuori è quello di passarci in mezzo. Quelli che all’incrocio con il fuori o dentro non escono mai, né piangono per il peso che hanno addosso, anzi saltano più in alto, e infatti sono due i gol di testa, il secondo staccando Godin, specialista in inzuccate.
Ci sono quelli che con la forza di gravità ci giocano: tu scendi, io salgo. E infatti &egrav…
Ci sono quelli che con la forza di gravità ci giocano: tu scendi, io salgo. E infatti &egrav…
Ronaldo al cubo. Destination man. L’uomo che accarezza il karma, che tiene a cuccia il destino: stai buono e fai quello che dico io. Il migliore a giocarsi tutto in notte che vale 270 milioni. Il fenomeno che porta a un livello superiore tutto ciò che gli ruota attorno: squadra, società, pubblico, titolo in Borsa. Ci stanno quelli così: anche nella vita, non solo nei film. Quelli che non si spengono nella tempesta, anzi si accendono appena gli dai le chiavi della tua sopravvivenza. Per dirla con il poeta Robert Frost: the best way out is always through. Il miglior modo per venirne fuori è quello di passarci in mezzo. Quelli che all’incrocio con il fuori o dentro non escono mai, né piangono per il peso che hanno addosso, anzi saltano più in alto, e infatti sono due i gol di testa, il secondo staccando Godin, specialista in inzuccate.
Ci sono quelli che con la forza di gravità ci giocano: tu scendi, io salgo. E infatti è sembrato di rivedere Pelé, in una quasi riedizione del gol di Messico ’70, con Burgnich, non proprio un difensore qualunque, ridotto a pivello. Sì, ci sono quelli che non hanno mai il destino contro: che segnano 3 gol sempre all’Atletico (25 in tutto), che proprio non sopportano quella forza operaia applicata al calcio che è il cholismo. Voi mi contestate? E io vi punisco. Nella vita quelli così si chiamano specialisti: in successi, in imprese, in risolviamo i problemi. Sono idraulici spaziali, ma sturano i sogni. Quasi mai simpatici, spesso compulsivi. hanno massaggiatori e fisioterapisti a domicilio, cuochi a servizio, vivono in palestre da cui inviano selfie, costringendo compagna (Georgina) e figlio a fare addominali anche loro. Pensano solo a come segnare di più. Dal primo giorno di vita: «Signora, questo bimbo ha piedi da calciatore: le porterà tanta felicità» disse il 5 febbraio 1985 l’ostetrica dell’Hospital Cruz de Carvalho alla signora Maria Dolores, mamma di Cristiano.
Si capisce, sono tipi con l’ego incorporato: non badano a niente e a nessuno, solo a compiere la loro missione. La palla è roba loro. E non tremano davanti al rigore perché il destino non prevede buche. Ci sono quelli che vanno al dischetto con la faccia da dead man walking, che guardano disperati il cielo, maledetto, perché non vieni al mio posto?, e ci sta Ronaldo, mani sui fianchi, che da massaia sembra dirti: sbrighiamo presto questa faccenda, che ho fretta. Ci stanno quelli ossessionati con il voler tutto, 124 gol in Champions sono un’immensità, infatti già da piccoli si pensavano infiniti. Ronaldo a 17 anni dalle giovanili dello Sporting fu chiamato ad allenarsi con la prima squadra, smaniava, lottava su tutti i palloni, e un veterano gli disse: «Vedi di calmarti, ragazzino». Lui si fermò, si girò, e gli rispose: «Voglio vedere se mi parlerai ancora così quando sarò il migliore al mondo». Il destino te lo fai, non lo aspetti. Come Corto Maltese che con una rasoiata si è allungato la linea della fortuna sulla mano. Per capirsi: Ronaldo a Manchester pretese l’unico armadietto dello spogliatoio davanti allo specchio. E chiaro che lui non va alle premiazioni se non vince niente. La sua versione: «Io ho dentro una fame che non passa mai. Quando perdo, è come se morissi di fame. Quando vinco, è ancora come se morissi di fame, come se avessi mangiato solo briciole». Ecco, ci stanno quelli così, che magari a volte in campo sembrano dormire, perché il destino ancora non ti ha messo spalle al muro e tu non ti scateni, tanto sai che poi lo infilzi.
Fenomenologia di Ronaldo. Da dove viene uno che a 34 anni tratta il suo corpo, anzi the body, con più cura di una modella? Dal collo in giù Cristiano ha colline, dossi, canyon. Lui si è disegnato così, con sacrifici, perché era piccolo e magro, e ancora oggi si allena, mangia, dorme, sogna, cresce muscoli, perché crede alla centralità del suo corpo. «La mia missione è battere tutti i record. Questa è la mia natura». Sì ci stanno quelli così, che ribaltano l’impossibile perché continuano a crederlo possibile. Si chiamano campioni.
Ci sono quelli che con la forza di gravità ci giocano: tu scendi, io salgo. E infatti è sembrato di rivedere Pelé, in una quasi riedizione del gol di Messico ’70, con Burgnich, non proprio un difensore qualunque, ridotto a pivello. Sì, ci sono quelli che non hanno mai il destino contro: che segnano 3 gol sempre all’Atletico (25 in tutto), che proprio non sopportano quella forza operaia applicata al calcio che è il cholismo. Voi mi contestate? E io vi punisco. Nella vita quelli così si chiamano specialisti: in successi, in imprese, in risolviamo i problemi. Sono idraulici spaziali, ma sturano i sogni. Quasi mai simpatici, spesso compulsivi. hanno massaggiatori e fisioterapisti a domicilio, cuochi a servizio, vivono in palestre da cui inviano selfie, costringendo compagna (Georgina) e figlio a fare addominali anche loro. Pensano solo a come segnare di più. Dal primo giorno di vita: «Signora, questo bimbo ha piedi da calciatore: le porterà tanta felicità» disse il 5 febbraio 1985 l’ostetrica dell’Hospital Cruz de Carvalho alla signora Maria Dolores, mamma di Cristiano.
Si capisce, sono tipi con l’ego incorporato: non badano a niente e a nessuno, solo a compiere la loro missione. La palla è roba loro. E non tremano davanti al rigore perché il destino non prevede buche. Ci sono quelli che vanno al dischetto con la faccia da dead man walking, che guardano disperati il cielo, maledetto, perché non vieni al mio posto?, e ci sta Ronaldo, mani sui fianchi, che da massaia sembra dirti: sbrighiamo presto questa faccenda, che ho fretta. Ci stanno quelli ossessionati con il voler tutto, 124 gol in Champions sono un’immensità, infatti già da piccoli si pensavano infiniti. Ronaldo a 17 anni dalle giovanili dello Sporting fu chiamato ad allenarsi con la prima squadra, smaniava, lottava su tutti i palloni, e un veterano gli disse: «Vedi di calmarti, ragazzino». Lui si fermò, si girò, e gli rispose: «Voglio vedere se mi parlerai ancora così quando sarò il migliore al mondo». Il destino te lo fai, non lo aspetti. Come Corto Maltese che con una rasoiata si è allungato la linea della fortuna sulla mano. Per capirsi: Ronaldo a Manchester pretese l’unico armadietto dello spogliatoio davanti allo specchio. E chiaro che lui non va alle premiazioni se non vince niente. La sua versione: «Io ho dentro una fame che non passa mai. Quando perdo, è come se morissi di fame. Quando vinco, è ancora come se morissi di fame, come se avessi mangiato solo briciole». Ecco, ci stanno quelli così, che magari a volte in campo sembrano dormire, perché il destino ancora non ti ha messo spalle al muro e tu non ti scateni, tanto sai che poi lo infilzi.
Fenomenologia di Ronaldo. Da dove viene uno che a 34 anni tratta il suo corpo, anzi the body, con più cura di una modella? Dal collo in giù Cristiano ha colline, dossi, canyon. Lui si è disegnato così, con sacrifici, perché era piccolo e magro, e ancora oggi si allena, mangia, dorme, sogna, cresce muscoli, perché crede alla centralità del suo corpo. «La mia missione è battere tutti i record. Questa è la mia natura». Sì ci stanno quelli così, che ribaltano l’impossibile perché continuano a crederlo possibile. Si chiamano campioni.