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(ap)

Nba, niente playoff per i Lakers: il grande flop di LeBron James

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L'uomo bionico è stato fermato da un infortunio che gli ha fatto saltare 18 partite: E ha perso anche come leader, denudato da uno spogliatoio diviso
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S'era capito da un po' che non ce l'avrebbe fatta, e adesso che c'è pure la sentenza certificata dai numeri il grande tronco caduto nella foresta torna a fare rumore. A dieci partite dalla fine della stagione regolare, o 18 giorni prima che i migliori passino ai playoff, la polpa del torneo Nba, nessuna rimonta sarà più possibile neppure a LeBron James. Ufficiale: il Re è fuori.

Nella disfida mortale ha vinto, ovvero ha perso, Los Angeles, cioè la recente nefasta abitudine dei Lakers a non disputare i playoff. Capitava da cinque anni, ricapiterà, toccando i sei di fila, record nero del club più abituato a vincere. E allora lo sconfitto è lui, LeBron, che non ha dato sterzate al destino. Li faceva, i playoff, dal 2005: 13 stagioni di fila, le ultime 8 arrivando alla finale. Stavolta no, ed è stato abbastanza per leggere mille volte da ieri, sui siti dell'intero globo, che questo è e resterà…
S'era capito da un po' che non ce l'avrebbe fatta, e adesso che c'è pure la sentenza certificata dai numeri il grande tronco caduto nella foresta torna a fare rumore. A dieci partite dalla fine della stagione regolare, o 18 giorni prima che i migliori passino ai playoff, la polpa del torneo Nba, nessuna rimonta sarà più possibile neppure a LeBron James. Ufficiale: il Re è fuori.

Nella disfida mortale ha vinto, ovvero ha perso, Los Angeles, cioè la recente nefasta abitudine dei Lakers a non disputare i playoff. Capitava da cinque anni, ricapiterà, toccando i sei di fila, record nero del club più abituato a vincere. E allora lo sconfitto è lui, LeBron, che non ha dato sterzate al destino. Li faceva, i playoff, dal 2005: 13 stagioni di fila, le ultime 8 arrivando alla finale. Stavolta no, ed è stato abbastanza per leggere mille volte da ieri, sui siti dell'intero globo, che questo è e resterà il suo più grande fallimento in carriera.

Ha perso il superuomo col fisico bionico, appiedato da un guaio agli adduttori, poco dopo Natale: 18 partite saltate, 12 perse dagli orfani, tutti i treni che scappavano. I Lakers quarti nel girone, prima del crack, dispersi dopo. E ha perso il leader, denudato pure da uno spogliatoio diviso, una volta indicati quelli che dovevano partire (anche tutti, più o meno) per ingaggiare un'altra stella da affiancargli.

Ma Anthony Davis non è mai arrivato e più nessuno, dei presenti, s'è buttato nel fuoco. Decimi della fila, adesso, rimediata l'altra notte l'ultima, fatale sconfitta, coi Brooklyn Nets: la decima nelle ultime 11 gare. Lui, LeBron, ha detto che non cambia nulla, che lavorerà duro, che ripartirà. Cambierà il coach, licenziando l'acerbo Luke Walton. Il club tornerà sul mercato, ma come già era noto in un impero di duemila anni fa trovare un numero uno in patria che venga a fare il numero due a Roma non è mai stato facile.

Sarà di nuovo tutto da rifare e sarà dura anche per un signore di 34 anni uscito ammaccato dalla sua sedicesima stagione Nba. Non tragica, perché quasi trenta a punti a notte (29,4, esattamente), Lbj ha continuato a darli, superando pure i 32.292 in carriera di Michael Jordan: l'inarrivabile, nel comune sentire, perché i record individuali contano, ma conta di più trasformare la squadra in cui giochi, e farla vincere.

E allora si sta pure profilando un nuovo sceriffo nel Far West ai piedi di James, ed è proprio un bulimico specialista di record individuali atteso al salto di qualità di portare al successo la sua squadra. James Harden, Houston Rockets. La prossima storia da playoff. Stavolta senza il vecchio re.