Nba sul filo del rasoio
Walter Fuochi , di WALTER FUOCHIIl “Barba” Harden e l’assalto al trono dei Warriors
O la Squadra, quella solita: e sarebbe, per Golden State, la quarta vittoria negli ultimi cinque anni. Oppure un nuovo Re: quello solito, onnipresente ai playoff dal 2006, sta guardando dal divano. L'ultimo dilemma della Nba oscilla qui, tra la dinastia dei Warriors e un candidato capace di issarsi sul trono vacante di LeBron: ci sta provando James Harden detto il Barba, californiano degli Houston Rockets, probabile Giocatore dell'anno, se non prevarrà Giannis Antetokounmpo, greco dei Milwaukee Bucks, o Kevin Durant, che poi sarebbe pure un pezzo della Squadra. Standoci però da Re.
In corso la faida Warriors contro Rockets, semifinale ad Ovest con peso specifico da finalissima, Harden e Durant hanno finora impattato sul loro personalissimo tabellino (35 punti a testa in gara 1, 29 in gara 2). A sparigliare hanno provveduto i più illustri soci della Squadra, da Curry a Green, in due match già turgidi come un'Iliade, dalle polemiche sullo scadente…
In corso la faida Warriors contro Rockets, semifinale ad Ovest con peso specifico da finalissima, Harden e Durant hanno finora impattato sul loro personalissimo tabellino (35 punti a testa in gara 1, 29 in gara 2). A sparigliare hanno provveduto i più illustri soci della Squadra, da Curry a Green, in due match già turgidi come un'Iliade, dalle polemiche sullo scadente…
O la Squadra, quella solita: e sarebbe, per Golden State, la quarta vittoria negli ultimi cinque anni. Oppure un nuovo Re: quello solito, onnipresente ai playoff dal 2006, sta guardando dal divano. L'ultimo dilemma della Nba oscilla qui, tra la dinastia dei Warriors e un candidato capace di issarsi sul trono vacante di LeBron: ci sta provando James Harden detto il Barba, californiano degli Houston Rockets, probabile Giocatore dell'anno, se non prevarrà Giannis Antetokounmpo, greco dei Milwaukee Bucks, o Kevin Durant, che poi sarebbe pure un pezzo della Squadra. Standoci però da Re.
In corso la faida Warriors contro Rockets, semifinale ad Ovest con peso specifico da finalissima, Harden e Durant hanno finora impattato sul loro personalissimo tabellino (35 punti a testa in gara 1, 29 in gara 2). A sparigliare hanno provveduto i più illustri soci della Squadra, da Curry a Green, in due match già turgidi come un'Iliade, dalle polemiche sullo scadente arbitraggio (avvelenati i texani) ai dossier di presunti torti d'un anno fa da questi spediti in alto loco, virando su sospetti all'italiana di sudditanze psicologiche che mai si pensava alloggiassero nell'iperuranio della Nba. Tornando in campo, Rockets sempre dietro, ma dentro partite all'ultimo minuto ancora ribaltabili, col povero Harden a giocare la seconda "cecato", per una subitanea ditata (casuale) in un occhio. Sul 2-0 californiano, l'Iliade trasferisce stanotte in Texas (alle 2.30 italiane) sfide e prodigi, rancori e quesiti.
"Sì, Harden può ancora guidare i Rockets al titolo. Se però avrà accanto una squadra - certifica da laggiù Ettore Messina, già eliminato coi suoi Spurs -. Per me fin qui è stato il migliore, uno che può vincere qualsiasi partita. Soltanto, in un playoff, non potrà giocare 48 minuti in isolamento. Se sa coinvolgere i compagni, nulla gli è vietato". Dategli una squadra, allora. "Dei Warriors, sappiamo che ce l'hanno. Dei Rockets sappiamo meno".
Indecifrabile come il suo volto immerso nella perenne barba, Harden è lo sfidante che corre da anni sul crinale che separa il campione dal "tennista": ossia uno che, finito l'one-man-show, finisce lì pure lui. Ha fatto tracimare per l'intera stagione, una settimana dopo l'altra, record individuali. Se interessa il genere, i 60 punti in una partita valicati per due volte sono merce per cinque soli umani nella storia Nba: con lui, Chamberlain, Baylor, Jordan, Bryant, nomi di assoluta garanzia. Se invece non arrapa questo basket moderno, sbornia quotidiana di algoritmi che vanno dai bottini personali alle triple doppie (nella stessa gara, almeno 10 punti, altrettanti rimbalzi, altrettanti assist), incaponiti a ritenerlo ancora uno sport d'insieme, la casella da sbarrare per ammettere il Barba tra i più grandi di sempre è la solita. Quanto ha vinto con la squadra? Inteso: quanto l'ha fatta vincere?
Qui si trovano oggi i 29 anni di Harden, nati a Los Angeles, fioriti a Oklahoma City, esplosi a Houston. A Okc erano in tre fenomeni. Da titolo: lui, Durant e Westbrook. Non durarono. Ci sarebbero voluti tre palloni o una gerarchia. Impossibili, gli uni e l'altra. Restò Westbrook, Durant andò a sommarsi ai Warriors, rendendoli invincibili, Harden scelse i Rockets. Vi raffinò con Mike D'Antoni, che da guardia lo volle play, uno stile di gioco unico. Come la barba. Moda, non fede. Perché l'uomo guarda al campo, ma anche fuori, veste ricercato fino ai confini dell'eccentrico, cerca e trova fra le celebrità. Le biografie ne annotano un vertiginoso calo di forma quando unisce i suoi destini di single a Khloé Kardashian, non nuova a pasturare giganti (Lamar Odom e Tristan Thompson quelli lasciati per strada). Acqua passata, l'amore e l'eclisse.
Il gioco, allora. Se tutti nella Nba puntano ad elevare la velocità, Harden passa la metà campo camminando e pare uno che potrebbe fermarsi a comprare le sigarette. "Sembra che cammini", corregge Messina. Perché poi parte, punta al ferro, ci arriva. O tira da tre, dondolando sul posto. Sempre gol, o quasi sempre. Più rallenta, più è infido. Marcarlo è un calcolo di minori danni accettati. Utah, l'ultima vittima, gli aveva messo perfino il difensore dietro le spalle, quasi a tamponarlo. I Warriors, standogli addosso, non gli lasciano spazio per atterrare dopo il tiro. Sporchi, appunto. Ma pure JH, si replica con altre sudditanze, allargando le gambe a lucrare falli, non è un santo.
Messina, ancora: "In entrata, meglio mandarlo a sinistra. Sul tiro in stepback, ossia ricadendo indietro, il suo brevetto, solo braccia alte. Che gli arbitri vedano, perché se il difensore le abbassa è diabolico ad annodare le sue. E sono liberi su liberi". Difensore prima distratto, JH è salito al passabile, anche se dietro si riposa. Davanti, gioca da solo, ma non passa per egoista. Succhia attenzioni e a quello libero la dà. "Chiaro che è agli antipodi di tanto basket che vince, e di quello che piace a molti di noi. Golden State è il massimo, muove uomini e palla, uno come Klay Thompson ha segnato 30 punti in una partita in cui ha fatto nove palleggi: cioè, o tira o la passa. Per terra mai. Harden si stordisce di palleggi. Però ha ragione lui".
In corso la faida Warriors contro Rockets, semifinale ad Ovest con peso specifico da finalissima, Harden e Durant hanno finora impattato sul loro personalissimo tabellino (35 punti a testa in gara 1, 29 in gara 2). A sparigliare hanno provveduto i più illustri soci della Squadra, da Curry a Green, in due match già turgidi come un'Iliade, dalle polemiche sullo scadente arbitraggio (avvelenati i texani) ai dossier di presunti torti d'un anno fa da questi spediti in alto loco, virando su sospetti all'italiana di sudditanze psicologiche che mai si pensava alloggiassero nell'iperuranio della Nba. Tornando in campo, Rockets sempre dietro, ma dentro partite all'ultimo minuto ancora ribaltabili, col povero Harden a giocare la seconda "cecato", per una subitanea ditata (casuale) in un occhio. Sul 2-0 californiano, l'Iliade trasferisce stanotte in Texas (alle 2.30 italiane) sfide e prodigi, rancori e quesiti.
"Sì, Harden può ancora guidare i Rockets al titolo. Se però avrà accanto una squadra - certifica da laggiù Ettore Messina, già eliminato coi suoi Spurs -. Per me fin qui è stato il migliore, uno che può vincere qualsiasi partita. Soltanto, in un playoff, non potrà giocare 48 minuti in isolamento. Se sa coinvolgere i compagni, nulla gli è vietato". Dategli una squadra, allora. "Dei Warriors, sappiamo che ce l'hanno. Dei Rockets sappiamo meno".
Indecifrabile come il suo volto immerso nella perenne barba, Harden è lo sfidante che corre da anni sul crinale che separa il campione dal "tennista": ossia uno che, finito l'one-man-show, finisce lì pure lui. Ha fatto tracimare per l'intera stagione, una settimana dopo l'altra, record individuali. Se interessa il genere, i 60 punti in una partita valicati per due volte sono merce per cinque soli umani nella storia Nba: con lui, Chamberlain, Baylor, Jordan, Bryant, nomi di assoluta garanzia. Se invece non arrapa questo basket moderno, sbornia quotidiana di algoritmi che vanno dai bottini personali alle triple doppie (nella stessa gara, almeno 10 punti, altrettanti rimbalzi, altrettanti assist), incaponiti a ritenerlo ancora uno sport d'insieme, la casella da sbarrare per ammettere il Barba tra i più grandi di sempre è la solita. Quanto ha vinto con la squadra? Inteso: quanto l'ha fatta vincere?
Qui si trovano oggi i 29 anni di Harden, nati a Los Angeles, fioriti a Oklahoma City, esplosi a Houston. A Okc erano in tre fenomeni. Da titolo: lui, Durant e Westbrook. Non durarono. Ci sarebbero voluti tre palloni o una gerarchia. Impossibili, gli uni e l'altra. Restò Westbrook, Durant andò a sommarsi ai Warriors, rendendoli invincibili, Harden scelse i Rockets. Vi raffinò con Mike D'Antoni, che da guardia lo volle play, uno stile di gioco unico. Come la barba. Moda, non fede. Perché l'uomo guarda al campo, ma anche fuori, veste ricercato fino ai confini dell'eccentrico, cerca e trova fra le celebrità. Le biografie ne annotano un vertiginoso calo di forma quando unisce i suoi destini di single a Khloé Kardashian, non nuova a pasturare giganti (Lamar Odom e Tristan Thompson quelli lasciati per strada). Acqua passata, l'amore e l'eclisse.
Il gioco, allora. Se tutti nella Nba puntano ad elevare la velocità, Harden passa la metà campo camminando e pare uno che potrebbe fermarsi a comprare le sigarette. "Sembra che cammini", corregge Messina. Perché poi parte, punta al ferro, ci arriva. O tira da tre, dondolando sul posto. Sempre gol, o quasi sempre. Più rallenta, più è infido. Marcarlo è un calcolo di minori danni accettati. Utah, l'ultima vittima, gli aveva messo perfino il difensore dietro le spalle, quasi a tamponarlo. I Warriors, standogli addosso, non gli lasciano spazio per atterrare dopo il tiro. Sporchi, appunto. Ma pure JH, si replica con altre sudditanze, allargando le gambe a lucrare falli, non è un santo.
Messina, ancora: "In entrata, meglio mandarlo a sinistra. Sul tiro in stepback, ossia ricadendo indietro, il suo brevetto, solo braccia alte. Che gli arbitri vedano, perché se il difensore le abbassa è diabolico ad annodare le sue. E sono liberi su liberi". Difensore prima distratto, JH è salito al passabile, anche se dietro si riposa. Davanti, gioca da solo, ma non passa per egoista. Succhia attenzioni e a quello libero la dà. "Chiaro che è agli antipodi di tanto basket che vince, e di quello che piace a molti di noi. Golden State è il massimo, muove uomini e palla, uno come Klay Thompson ha segnato 30 punti in una partita in cui ha fatto nove palleggi: cioè, o tira o la passa. Per terra mai. Harden si stordisce di palleggi. Però ha ragione lui".