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(fotogramma)

Papà Coppi, il ricordo della famiglia

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Domani al Giro la Cuneo-Pinerolo, omaggio all’impresa del Campionissimo nel 1949.  I due figli, dopo anni divisi, uniscono i ricordi. Marina: “Mi portava allo stadio e alla fabbrica di cioccolato”. Faustino: “Mi pregò di fare il bravo. Non tornò più”
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NOVI LIGURE - C'è questo sottofondo di tristezza nei loro occhi, un senso di lontananza mai rivelata. Marina è identica a Coppi, persino più di Faustino che pure, invecchiando, ormai è suo padre come suo padre non diventò. Abitano ancora nelle case di allora. Lei è la figlia di Fausto e Bruna, lui di Fausto e Giulia. "La mia mamma era una donna semplice", dice Marina. "La mia mamma non era la dama bianca, era una donna e basta", dice Faustino.
Domani il Giro d'Italia cita due nomi e unisce due città, Cuneo e Pinerolo, che nella religione di Fausto Coppi rappresentano passi della Bibbia: un omaggio che è memoria, nell'anno che celebra un secolo di Fausto. Tutto il resto è tempo, così diverso da questa strada lunga e diritta che si chiama Viale della Rimembranza, e cosa se no? Il tempo ne ha fatte invece di curve, i tornanti e le picchiate, molte scalate in solitudine. Adesso sta fermo.…
NOVI LIGURE - C'è questo sottofondo di tristezza nei loro occhi, un senso di lontananza mai rivelata. Marina è identica a Coppi, persino più di Faustino che pure, invecchiando, ormai è suo padre come suo padre non diventò. Abitano ancora nelle case di allora. Lei è la figlia di Fausto e Bruna, lui di Fausto e Giulia. "La mia mamma era una donna semplice", dice Marina. "La mia mamma non era la dama bianca, era una donna e basta", dice Faustino.
Domani il Giro d'Italia cita due nomi e unisce due città, Cuneo e Pinerolo, che nella religione di Fausto Coppi rappresentano passi della Bibbia: un omaggio che è memoria, nell'anno che celebra un secolo di Fausto. Tutto il resto è tempo, così diverso da questa strada lunga e diritta che si chiama Viale della Rimembranza, e cosa se no? Il tempo ne ha fatte invece di curve, i tornanti e le picchiate, molte scalate in solitudine. Adesso sta fermo. La casa di Marina Coppi, maestra in pensione, è avvolta dalla penombra. La signora siede su un divano e si tormenta le mani. "A volte mi pare di ricordare tutto, altre volte niente. Ho passato la vita cercando mio padre, la sua verità intendo, oltre le fotografie e la leggenda, più in là dei filmati e dei racconti. Abitavamo a Sestri Ponente vicino ai nonni, io lo accompagnavo tenendo in tasca un foglietto e una penna, sempre pronta per gli autografi che la gente gli chiedeva. Mi portava allo stadio di Marassi, papà amava il calcio, io me ne stavo buona in tribuna con i miei giocattoli, la schiena rivolta al campo, della partita non m'importava niente".
Essere Coppi inseguendo Coppi nella lunga scia di un destino. Con dolori profondi e un dovere di adeguatezza: "Perché se ti chiami Coppi devi essere all'altezza". Fausto morì che Marina aveva 12 anni, "al funerale non mi portarono, avevo la febbre alta". Il papà se n'era andato di casa cinque anni prima, al processo per adulterio fecero testimoniare persino la bambina, era quello il nostro medioevo. L'Italia ne uscì anche grazie a Fausto Coppi e Giulia Occhini, però chi resta soffre sempre. "I ricordi vengono come vogliono - prosegue Marina - lo rivedo che mi porta a visitare la fabbrica di cioccolato della Pernigotti oppure che arriva dall'allenamento, e c'è sempre qualche tifoso che lo aspetta sotto casa per portargli su la bici, così Fausto non deve fare le scale e stancarsi. Ricordo quando montò l'altalena in giardino, e quando alla mamma arrivò la telefonata che diceva che lui stava molto male ed era già all'ospedale di Tortona. Ci trovavamo al mare, a Varazze, tornammo in auto nella notte, a quel tempo era un viaggio, guidava la signorina Teresa, una nostra amica. La mattina dopo mi dissero che papà non c'era più. Da allora l'ho sempre rincorso, e oggi mi ritrovo con trent'anni in più di quelli che aveva lui quando è morto. È stato curioso essere figlia di un padre che non poteva invecchiare. Mio marito mi prende in giro, mi chiama la donna che visse due volte. E quando andavamo in montagna e io lo staccavo col mio passo deciso, lui mi diceva: per forza sali così, sei Coppi!".
Nella strada che si perde verso la campagna c'è la grande villa di Fausto e Giulia. Faustino e la sua famiglia abitano ancora lì. "Sono le mie radici, non potrei in alcun modo abbandonare questa casa". È una specie di mausoleo con i trofei, la bicicletta e gli oggetti quotidiani del più grande campione che l'Italia abbia mai avuto. "Ho passato la vita a guardare il volto di mio padre nelle fotografie e nei quadri, ascoltando le parole di chi l'aveva conosciuto. Il mio sogno, avere più ricordi diretti. Quando papà è morto avevo solo quattro anni e mezzo, però è lui il mio primo ricordo in assoluto: lo stanno trasportando all'ospedale in barella, è qui davanti alla porta di casa, coperto dal lenzuolo bianco. Mi dice "papo, fai il bravo, ubbidisci alla mamma", poi più niente e io non capisco. La mia mamma mi portava tutti i giorni al cimitero, ho questa immagine di me bambino con le scarpe che pestano la ghiaia del vialetto. La mamma mi ha sempre parlato di lui, la casa era grande e, noi, soli. Aveva il terrore che mi portassero via perché non erano sposati. Ho potuto chiamarmi Coppi solo nel 1978 dal momento che il primo marito di mia madre, il dottor Enrico Locatelli, non mi disconobbe mai".
La sorte di un padre perduto, così simile per Marina e Faustino. E non smettere mai di cercarlo. "Mamma mi diceva che papà la trattava come una regina, non le permetteva di mettersi a tavola senza averle prima spostato la sedia. Mi raccontò di un uomo curioso, intelligente e gentile. Di ciclismo parlavano pochissimo. Soffrirono le pene dell'inferno per essere trattati come due fuorilegge, con l'unica colpa di essersi incontrati e voluti bene. Mamma morì nel '93 dopo 522 giorni di coma, fu un incidente stradale a ridurla così, proprio davanti a casa. Le nostre famiglie hanno sofferto tanto, ma l'amore che abbiamo ricevuto è molto di più".
Faustino giura di non essersi mai sentito stretto in questo cognome immane: "Ho solo cercato, nel mio piccolo, di non far fare brutta figura a papà". È un uomo alto e timido. Ha lo sguardo liquido, le gambe lunghe di suo padre e, dicono, l'identica voce, quasi un sussurro. Essere Coppi senza essere Coppi.