Se ne va un mostro. Sincero, coraggioso, resistente. Un pilota capace di tenere dritta la sua vita, di ascoltare il rumore e capire il guasto. Diceva che le macchine si guidano con il culo. E non era una battuta, ma un'informazione tecnica. Niki era un uomo che cercava vittorie, non compassione. Il fuoco a mille gradi del Nürburgring gli aveva sfigurato il volto, non il carattere. Il medico dichiarò: "Noi non possiamo fare nulla, il problema sono le esalazioni, i gas che ha respirato e che l'hanno bruciato dentro. Se vuole vivere, deve farlo lui, cercando di restare sveglio e di combattere".
Lauda cosciente, ascoltò, lottò. Aveva 27 anni, è morto a 70, in mezzo ci sono 43 anni con altri due titoli mondiali (ma in tutto 3), cinque figli: due, Lukas (1979) e Mathias (1981) dalla prima moglie, l'ex modella Marlene Knaus; uno, Christoph (1982), da una relazione extraconiugale; gli ultimi due, i gemelli Max e Mia (2009), dalla seconda…
Lauda cosciente, ascoltò, lottò. Aveva 27 anni, è morto a 70, in mezzo ci sono 43 anni con altri due titoli mondiali (ma in tutto 3), cinque figli: due, Lukas (1979) e Mathias (1981) dalla prima moglie, l'ex modella Marlene Knaus; uno, Christoph (1982), da una relazione extraconiugale; gli ultimi due, i gemelli Max e Mia (2009), dalla seconda…
Se ne va un mostro. Sincero, coraggioso, resistente. Un pilota capace di tenere dritta la sua vita, di ascoltare il rumore e capire il guasto. Diceva che le macchine si guidano con il culo. E non era una battuta, ma un'informazione tecnica. Niki era un uomo che cercava vittorie, non compassione. Il fuoco a mille gradi del Nürburgring gli aveva sfigurato il volto, non il carattere. Il medico dichiarò: "Noi non possiamo fare nulla, il problema sono le esalazioni, i gas che ha respirato e che l'hanno bruciato dentro. Se vuole vivere, deve farlo lui, cercando di restare sveglio e di combattere".
Lauda cosciente, ascoltò, lottò. Aveva 27 anni, è morto a 70, in mezzo ci sono 43 anni con altri due titoli mondiali (ma in tutto 3), cinque figli: due, Lukas (1979) e Mathias (1981) dalla prima moglie, l'ex modella Marlene Knaus; uno, Christoph (1982), da una relazione extraconiugale; gli ultimi due, i gemelli Max e Mia (2009), dalla seconda moglie, Birgit Wetzinger. Mettiamoci anche due trapianti di rene: il primo, nel 1997, dal fratello Florian, il secondo nel 2005 da Birgit, ex hostess della sua compagnia aerea, sposata nel 2008, e un trapianto di polmone nel 2018, per i postumi dell'incidente del 1976.
Niki era schietto, andava dritto al punto, non proprio un tipo da like. Come tutti quelli che chiedono strada e affrontano l'autorità paterna che gliela nega, sapeva darsi da fare: figlio dell'alta società austriaca, rampollo di una famiglia ricca e potente, rifiutò il ruolo nelle aziende di casa, litigò furiosamente con il nonno banchiere, e firmò le cambiali per pagarsi le corse, facendo un grosso debito per poter accedere in F1 con la March e continuare a farlo con la Brm. Non voleva fare il figlio di papà, il suo sogno era sfondare nell'automobilismo.
Dava ai soldi molta importanza, nell'estate del '73 incontrò Montezemolo all'aeroporto di Londra e discusse per tre ore il suo passaggio alla Ferrari. "32 milioni di lire, ma in scellini". Capiva i motori, aveva quel tipo di sensibilità. Dopo un po' di giri a Fiorano viene ammesso all'ufficio di Enzo Ferrari che gli chiede: com'è la macchina? "Una merda". Piero Ferrari, incaricato dal padre di tradurre, ribatte: "Questo non posso dirglielo, una Ferrari non è mai una macchina di merda".
E Lauda: "E allora digli che ha un sottosterzo infernale". Per questo venne richiamato l'ingegnere Mauro Forghieri, che apportò le modifiche per rendere la macchina mezzo secondo più veloce. Niki non cambiò nemmeno dopo, i suoi fuori pista davano sempre titoli. Ripeté: "Ferrari di merda", luglio 2014, "fa solo spaghetti", luglio 2015. E trovò il tempo, da presidente non esecutivo Mercedes, di dare il colpo di grazia alla carriera sportiva di Schumacher preferendogli il giovane Lewis Hamilton. Provocava, sapeva di poterlo fare.
Era tornato a correre 42 giorni dopo l'incidente, con le bende che sanguinavano, con la pelle che si staccava sotto il casco, con la vista ancora annebbiata. Nel 2001 e 2002 diresse la Jaguar e non risparmiò dichiarazioni feroci al team: "Macchina di merda, piloti di merda, capo di merda". Peccato che il capo fosse lui. Non fece sconti nemmeno al figlio e pilota, Mathias, dubitando della sua competitività. Aveva il senso delle proporzioni.
A chi gli chiedeva se il Nürburgring era stato il peggior momento della sua vita rispose: "No, quello più tragico è stato nel maggio del '91, quando un aereo della mia compagnia è esploso in volo per un guasto tecnico dovuto alla progettazione: 233 morti. Il Nürburgring ha coinvolto solo me e Arturo Merzario, che mi ha salvato la vita". Già, quel primo agosto Lauda nell'incidente perse il casco nel primo impatto, fu esposto alle fiamme e alle esalazioni di magnesio, difficile estrarlo dalla macchina e schiacciare la levetta per sbloccare la cintura, perché lui si dimenava.
Per tutti Lauda era un computer, ma in realtà sentiva, cercava solo di dare una forma razionale alle emozioni. Quando vinse nella sua Austria, il suo Gp, davanti al suo pubblico, disse: "Bello sì, ma a me interessano più i 9 punti per la classifica". Nell'85, suo ultimo anno in F1, vinse a Zandvoort, Olanda, su Prost e Senna con una McLaren MP4/2, sovralimentata, un mostro da 800 cv in assetto da qualifica, tutti da domare senza grandi aiuti elettronici. Niki è stato tra gli ultimi cavalieri romantici della pista. Per lui le auto dovevano essere draghi, mettere paura, sputare fuoco. "Noi ogni anno vedevamo un nostro collega morire sull'asfalto. Decidere quando frenare era una questione esistenziale.
Dal '94, con la morte di Ratzenberger e Senna, si è lavorato molto e bene per la sicurezza. I piloti adesso arrivano al circuito con moglie, figli e cane. Una volta sarebbe stato impensabile". Non era tipo da social, quello che pensava lo diceva in faccia. Al secondo trapianto di rene fece firmare una penale altissima al chirurgo in caso fosse uscita la notizia. Ci sono campioni che lasciano una scia di successi e altri che ti insegnano a pilotare l'esistenza, sbandate comprese.
Lauda dimostra che nella vita si può e si deve andare avanti, che devono cambiare i traguardi e che noi siamo meglio delle nostre cicatrici. Se ti danno del coniglio bruciato dimostragli che sei un leone. Lo fece anche in Giappone nel '76 a Fuji sotto la tempesta mentre cercava di difendere il suo titolo. Decimo, al secondo giro decise di rientrare ai box e ritirarsi.
Non riteneva la situazione del tracciato accettabile per proseguire la corsa. Perse il mondiale a favore di Hunt, quel computer era diventato umano, forse un'ombra di paura, forse non valeva la pena rischiare. Forghieri gli disse: diremo che la macchina ha avuto un guasto. "No, la decisione è mia", rispose Niki. È così che si guida la vita.
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Lauda cosciente, ascoltò, lottò. Aveva 27 anni, è morto a 70, in mezzo ci sono 43 anni con altri due titoli mondiali (ma in tutto 3), cinque figli: due, Lukas (1979) e Mathias (1981) dalla prima moglie, l'ex modella Marlene Knaus; uno, Christoph (1982), da una relazione extraconiugale; gli ultimi due, i gemelli Max e Mia (2009), dalla seconda moglie, Birgit Wetzinger. Mettiamoci anche due trapianti di rene: il primo, nel 1997, dal fratello Florian, il secondo nel 2005 da Birgit, ex hostess della sua compagnia aerea, sposata nel 2008, e un trapianto di polmone nel 2018, per i postumi dell'incidente del 1976.
Niki era schietto, andava dritto al punto, non proprio un tipo da like. Come tutti quelli che chiedono strada e affrontano l'autorità paterna che gliela nega, sapeva darsi da fare: figlio dell'alta società austriaca, rampollo di una famiglia ricca e potente, rifiutò il ruolo nelle aziende di casa, litigò furiosamente con il nonno banchiere, e firmò le cambiali per pagarsi le corse, facendo un grosso debito per poter accedere in F1 con la March e continuare a farlo con la Brm. Non voleva fare il figlio di papà, il suo sogno era sfondare nell'automobilismo.
Dava ai soldi molta importanza, nell'estate del '73 incontrò Montezemolo all'aeroporto di Londra e discusse per tre ore il suo passaggio alla Ferrari. "32 milioni di lire, ma in scellini". Capiva i motori, aveva quel tipo di sensibilità. Dopo un po' di giri a Fiorano viene ammesso all'ufficio di Enzo Ferrari che gli chiede: com'è la macchina? "Una merda". Piero Ferrari, incaricato dal padre di tradurre, ribatte: "Questo non posso dirglielo, una Ferrari non è mai una macchina di merda".
E Lauda: "E allora digli che ha un sottosterzo infernale". Per questo venne richiamato l'ingegnere Mauro Forghieri, che apportò le modifiche per rendere la macchina mezzo secondo più veloce. Niki non cambiò nemmeno dopo, i suoi fuori pista davano sempre titoli. Ripeté: "Ferrari di merda", luglio 2014, "fa solo spaghetti", luglio 2015. E trovò il tempo, da presidente non esecutivo Mercedes, di dare il colpo di grazia alla carriera sportiva di Schumacher preferendogli il giovane Lewis Hamilton. Provocava, sapeva di poterlo fare.
Era tornato a correre 42 giorni dopo l'incidente, con le bende che sanguinavano, con la pelle che si staccava sotto il casco, con la vista ancora annebbiata. Nel 2001 e 2002 diresse la Jaguar e non risparmiò dichiarazioni feroci al team: "Macchina di merda, piloti di merda, capo di merda". Peccato che il capo fosse lui. Non fece sconti nemmeno al figlio e pilota, Mathias, dubitando della sua competitività. Aveva il senso delle proporzioni.
A chi gli chiedeva se il Nürburgring era stato il peggior momento della sua vita rispose: "No, quello più tragico è stato nel maggio del '91, quando un aereo della mia compagnia è esploso in volo per un guasto tecnico dovuto alla progettazione: 233 morti. Il Nürburgring ha coinvolto solo me e Arturo Merzario, che mi ha salvato la vita". Già, quel primo agosto Lauda nell'incidente perse il casco nel primo impatto, fu esposto alle fiamme e alle esalazioni di magnesio, difficile estrarlo dalla macchina e schiacciare la levetta per sbloccare la cintura, perché lui si dimenava.
Per tutti Lauda era un computer, ma in realtà sentiva, cercava solo di dare una forma razionale alle emozioni. Quando vinse nella sua Austria, il suo Gp, davanti al suo pubblico, disse: "Bello sì, ma a me interessano più i 9 punti per la classifica". Nell'85, suo ultimo anno in F1, vinse a Zandvoort, Olanda, su Prost e Senna con una McLaren MP4/2, sovralimentata, un mostro da 800 cv in assetto da qualifica, tutti da domare senza grandi aiuti elettronici. Niki è stato tra gli ultimi cavalieri romantici della pista. Per lui le auto dovevano essere draghi, mettere paura, sputare fuoco. "Noi ogni anno vedevamo un nostro collega morire sull'asfalto. Decidere quando frenare era una questione esistenziale.
Dal '94, con la morte di Ratzenberger e Senna, si è lavorato molto e bene per la sicurezza. I piloti adesso arrivano al circuito con moglie, figli e cane. Una volta sarebbe stato impensabile". Non era tipo da social, quello che pensava lo diceva in faccia. Al secondo trapianto di rene fece firmare una penale altissima al chirurgo in caso fosse uscita la notizia. Ci sono campioni che lasciano una scia di successi e altri che ti insegnano a pilotare l'esistenza, sbandate comprese.
Lauda dimostra che nella vita si può e si deve andare avanti, che devono cambiare i traguardi e che noi siamo meglio delle nostre cicatrici. Se ti danno del coniglio bruciato dimostragli che sei un leone. Lo fece anche in Giappone nel '76 a Fuji sotto la tempesta mentre cercava di difendere il suo titolo. Decimo, al secondo giro decise di rientrare ai box e ritirarsi.
Non riteneva la situazione del tracciato accettabile per proseguire la corsa. Perse il mondiale a favore di Hunt, quel computer era diventato umano, forse un'ombra di paura, forse non valeva la pena rischiare. Forghieri gli disse: diremo che la macchina ha avuto un guasto. "No, la decisione è mia", rispose Niki. È così che si guida la vita.
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