Intervista a Mattia Binotto: "Ferrari giovane, il Mondiale non è perso"
Alessandra Retico , dalla nostra inviata ALESSANDRA RETICOIl team principal di Maranello e le difficoltà di questa stagione: "Mi ispiro a Todt e Brawn"
Montecarlo - Da stagista a Maranello a team principal della Ferrari. Mattia Binotto, 49 anni, genitori immigrati da Reggio Emilia in Svizzera, si è laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Losanna. Ha scalato tutte le posizioni e i ruoli dentro la Scuderia dove è arrivato nel '95. Direttore tecnico fino alla passata stagione, ha preso il posto di Maurizio Arrivabene pochi giorni prima dell'inizio del Mondiale 2019. Ma alla vigilia di Montecarlo, 6° gp, le rosse sono a zero successi.
Mondiale già perso?
"Assolutamente no, ci mancherebbe".
Però la Ferrari sta soffrendo. Ha capito sotto quale aspetto?
"Problemi con le nuove gomme: l'anno scorso riuscivamo a portarle in temperatura molto bene, quest'anno abbiamo difficoltà a raggiungere la finestra di funzionamento. Non credo che ci sia un problema di ala anteriore o di sospensioni. Ma ci sono margini per migliorare la macchina, anche se non si cambia un proge…
Mondiale già perso?
"Assolutamente no, ci mancherebbe".
Però la Ferrari sta soffrendo. Ha capito sotto quale aspetto?
"Problemi con le nuove gomme: l'anno scorso riuscivamo a portarle in temperatura molto bene, quest'anno abbiamo difficoltà a raggiungere la finestra di funzionamento. Non credo che ci sia un problema di ala anteriore o di sospensioni. Ma ci sono margini per migliorare la macchina, anche se non si cambia un proge…
Montecarlo - Da stagista a Maranello a team principal della Ferrari. Mattia Binotto, 49 anni, genitori immigrati da Reggio Emilia in Svizzera, si è laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Losanna. Ha scalato tutte le posizioni e i ruoli dentro la Scuderia dove è arrivato nel '95. Direttore tecnico fino alla passata stagione, ha preso il posto di Maurizio Arrivabene pochi giorni prima dell'inizio del Mondiale 2019. Ma alla vigilia di Montecarlo, 6° gp, le rosse sono a zero successi.
Mondiale già perso?
"Assolutamente no, ci mancherebbe".
Però la Ferrari sta soffrendo. Ha capito sotto quale aspetto?
"Problemi con le nuove gomme: l'anno scorso riuscivamo a portarle in temperatura molto bene, quest'anno abbiamo difficoltà a raggiungere la finestra di funzionamento. Non credo che ci sia un problema di ala anteriore o di sospensioni. Ma ci sono margini per migliorare la macchina, anche se non si cambia un progetto in poche settimane. Combatteremo gara dopo gara".
Quanto ha influito la scomparsa di Sergio Marchionne e il cambio al vertice su questa macchina concepita già nel 2018?
"Nell'immediato un immenso vuoto, difficoltà e discontinuità. Era una guida, una spinta e anche dal punto di vista strategico e politico aveva una forte influenza. È stato lui a promuovermi dt, una sorpresa, mi diede molta fiducia. Una figura così non si colma e non si sostituisce in pochi giorni. Abbiamo sofferto disagi e rallentamenti. Ma abbiamo ritrovato il nostro equilibrio interno e oggi abbiamo nuove guide".
È vero che ha detto alla proprietà "o io o Arrivabene"?
"Non è vero, non è stato così".
E offerte da altri team?
"Sono cose del passato sulle quali preferisco non tornare. Posso solo dire che sin da bambino sono sempre stato tifoso Ferrari. Ce l'ho nel cuore. Sono contento di quello che faccio e della fiducia che esprimono i nuovi responsabili, con cui mi trovo bene".
Però la Ferrari è in ritardo.
"Non cerco scuse per le prestazioni attuali. Ma è vero che le difficoltà della seconda parte del 2018 hanno influenzato l'inizio di questa stagione: la macchina nasceva allora come già lavoriamo oggi su quella del 2020. Ma guardiamo avanti, i rammarichi non ci portano lontano".
Il suo doppio ruolo, tecnico e gestionale, può essere un limite?
"Io sto facendo il team principal, non posso fare un doppio ruolo e non sto facendo un doppio ruolo. Quanto al dt ci siamo già riorganizzati al nostro interno da gennaio con alcune figure tecniche che mi supportano. Nomi che non pubblicizziamo perché credo che il gruppo venga al primo posto. Siamo una squadra giovane".
Cosa intende con squadra giovane?
"Che molti hanno cambiato mansioni: idee nuove e creatività i vantaggi, inesperienza gli svantaggi".
Torna Simone Resta, responsabile coordinamento progetto veicolo fino a metà dello scorso anno in Ferrari?
"Ora è dt dell'Alfa Romeo. Sì, stiamo valutando il suo ritorno, ma non abbiamo ancora deciso".
Difficile gestire i piloti?
"Prendo esempio da un'epoca vincente in Ferrari e dai migliori, da Jean Todt e Ross Brawn".
Com'è iniziata con la Ferrari?
"Con uno stage. Sono cresciuto un passo alla volta, ho fatto una esperienza a tutto tondo. Conosco la fabbrica, la sua gente e la cultura Ferrari: è il mio valore aggiunto".
Lei è figlio di immigrati in Svizzera, un esempio vincente.
"Nonno e papà tassisti, io uno studente scarso: mi applicavo poco e cercavo il massimo rendimento col minimo sforzo. Alle medie sono stato bocciato: ero distratto. Le materie scientifiche mi rendevano la vita meno complicata, quasi scontato fare ingegneria. E poi giocavo con le macchinine. Sì, è andata così".
Il pilota che più l'ha colpito?
"Inevitabilmente Michael Schumacher. Per dedizione, impegno, professionalità. Ricordo le partite a pallone e quando andavamo a sciare. Suo figlio Mick? È un onore averlo tra noi, ha un'attitudine mentale simile al padre".
All'epoca era una F1 più umana?
"Non credo, rivedo nella squadra attuale quello che eravamo noi nel '95, '96, '97, si creavano le basi per un ciclo vincente".
Vi servirebbe un pungolo come Lauda, unico a lasciare la Ferrari?
"Niki era schietto e diretto. Ma il nostro primo stimolo è il crono".
La sua vita fuori dal paddock?
"Porto pochissimo del mio lavoro a casa. Non voglio una vita monotematica. Ho la fortuna di avere una bellissima famiglia. Mia moglie Sabina ha studiato grafica, poi ha lasciato il lavoro quando è diventata mamma. I miei figli sono nati in Italia: Marco studia design a Venezia, Chiara fa il Classico. Fino a ieri nessuno sapeva che il loro padre fossi io. So che sono orgogliosi di me".
Che passioni ha oltre la Ferrari?
"Non sono esperto ma amo il vino, apprezzo più il rosso, un bel Lambrusco mi piace sempre: è unico, non ce l'ha nessuno al mondo.
Come si definirebbe, classico o moderno?
"Buono".
Mondiale già perso?
"Assolutamente no, ci mancherebbe".
Però la Ferrari sta soffrendo. Ha capito sotto quale aspetto?
"Problemi con le nuove gomme: l'anno scorso riuscivamo a portarle in temperatura molto bene, quest'anno abbiamo difficoltà a raggiungere la finestra di funzionamento. Non credo che ci sia un problema di ala anteriore o di sospensioni. Ma ci sono margini per migliorare la macchina, anche se non si cambia un progetto in poche settimane. Combatteremo gara dopo gara".
Quanto ha influito la scomparsa di Sergio Marchionne e il cambio al vertice su questa macchina concepita già nel 2018?
"Nell'immediato un immenso vuoto, difficoltà e discontinuità. Era una guida, una spinta e anche dal punto di vista strategico e politico aveva una forte influenza. È stato lui a promuovermi dt, una sorpresa, mi diede molta fiducia. Una figura così non si colma e non si sostituisce in pochi giorni. Abbiamo sofferto disagi e rallentamenti. Ma abbiamo ritrovato il nostro equilibrio interno e oggi abbiamo nuove guide".
È vero che ha detto alla proprietà "o io o Arrivabene"?
"Non è vero, non è stato così".
E offerte da altri team?
"Sono cose del passato sulle quali preferisco non tornare. Posso solo dire che sin da bambino sono sempre stato tifoso Ferrari. Ce l'ho nel cuore. Sono contento di quello che faccio e della fiducia che esprimono i nuovi responsabili, con cui mi trovo bene".
Però la Ferrari è in ritardo.
"Non cerco scuse per le prestazioni attuali. Ma è vero che le difficoltà della seconda parte del 2018 hanno influenzato l'inizio di questa stagione: la macchina nasceva allora come già lavoriamo oggi su quella del 2020. Ma guardiamo avanti, i rammarichi non ci portano lontano".
Il suo doppio ruolo, tecnico e gestionale, può essere un limite?
"Io sto facendo il team principal, non posso fare un doppio ruolo e non sto facendo un doppio ruolo. Quanto al dt ci siamo già riorganizzati al nostro interno da gennaio con alcune figure tecniche che mi supportano. Nomi che non pubblicizziamo perché credo che il gruppo venga al primo posto. Siamo una squadra giovane".
Cosa intende con squadra giovane?
"Che molti hanno cambiato mansioni: idee nuove e creatività i vantaggi, inesperienza gli svantaggi".
Torna Simone Resta, responsabile coordinamento progetto veicolo fino a metà dello scorso anno in Ferrari?
"Ora è dt dell'Alfa Romeo. Sì, stiamo valutando il suo ritorno, ma non abbiamo ancora deciso".
Difficile gestire i piloti?
"Prendo esempio da un'epoca vincente in Ferrari e dai migliori, da Jean Todt e Ross Brawn".
Com'è iniziata con la Ferrari?
"Con uno stage. Sono cresciuto un passo alla volta, ho fatto una esperienza a tutto tondo. Conosco la fabbrica, la sua gente e la cultura Ferrari: è il mio valore aggiunto".
Lei è figlio di immigrati in Svizzera, un esempio vincente.
"Nonno e papà tassisti, io uno studente scarso: mi applicavo poco e cercavo il massimo rendimento col minimo sforzo. Alle medie sono stato bocciato: ero distratto. Le materie scientifiche mi rendevano la vita meno complicata, quasi scontato fare ingegneria. E poi giocavo con le macchinine. Sì, è andata così".
Il pilota che più l'ha colpito?
"Inevitabilmente Michael Schumacher. Per dedizione, impegno, professionalità. Ricordo le partite a pallone e quando andavamo a sciare. Suo figlio Mick? È un onore averlo tra noi, ha un'attitudine mentale simile al padre".
All'epoca era una F1 più umana?
"Non credo, rivedo nella squadra attuale quello che eravamo noi nel '95, '96, '97, si creavano le basi per un ciclo vincente".
Vi servirebbe un pungolo come Lauda, unico a lasciare la Ferrari?
"Niki era schietto e diretto. Ma il nostro primo stimolo è il crono".
La sua vita fuori dal paddock?
"Porto pochissimo del mio lavoro a casa. Non voglio una vita monotematica. Ho la fortuna di avere una bellissima famiglia. Mia moglie Sabina ha studiato grafica, poi ha lasciato il lavoro quando è diventata mamma. I miei figli sono nati in Italia: Marco studia design a Venezia, Chiara fa il Classico. Fino a ieri nessuno sapeva che il loro padre fossi io. So che sono orgogliosi di me".
Che passioni ha oltre la Ferrari?
"Non sono esperto ma amo il vino, apprezzo più il rosso, un bel Lambrusco mi piace sempre: è unico, non ce l'ha nessuno al mondo.
Come si definirebbe, classico o moderno?
"Buono".