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  Mauricio Pochettino, 47 anni, tecnico del Tottenham (ansa)

Pochettino: "Italia, casa mia"

Sabato la finale di Champions League tra Tottenham e Liverpool. Il tecnico argentino con origini piemontesi è l'uomo dei miracoli: "A Virle Piemonte ho le mie radici, il mio cognome lo pronuncio all’italiana. Se vinco la Coppa? Non sono un attore, forse piangerò ancora"
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LONDRA - Mauricio Pochettino s'è fatto crescere un filo di barba che oramai sfuma dal rossiccio al grigio, come se questo anno incredibile lo stesse bruscamente invecchiando. Di sicuro lo sta cambiando, perché da bravo allenatore di secondo piano (anche quando giocava era questo: un bravo calciatore di secondo piano) si sta trasformando in uno dei tre o quattro più bravi in circolazione, come è normale che sia se prendi una squadra, il Tottenham, che non ha speso un centesimo e la porti fino alla finale di Champions - sabato prossimo a Madrid contro il Liverpool - tra mille peripezie, senza l'unico fuoriclasse a disposizione (per lui Kane vale Messi e Ronaldo: "È uno dei migliori tre al mondo, eppure siamo riusciti a farne a meno") e con un risentimento nei confronti del club che adesso, per ragion di stato, sta soffocando ma che prima della semifinale con l'Ajax aveva lasciato erompere: "Se vincessi la coppa potrei andarm…
LONDRA - Mauricio Pochettino s'è fatto crescere un filo di barba che oramai sfuma dal rossiccio al grigio, come se questo anno incredibile lo stesse bruscamente invecchiando. Di sicuro lo sta cambiando, perché da bravo allenatore di secondo piano (anche quando giocava era questo: un bravo calciatore di secondo piano) si sta trasformando in uno dei tre o quattro più bravi in circolazione, come è normale che sia se prendi una squadra, il Tottenham, che non ha speso un centesimo e la porti fino alla finale di Champions - sabato prossimo a Madrid contro il Liverpool - tra mille peripezie, senza l'unico fuoriclasse a disposizione (per lui Kane vale Messi e Ronaldo: "È uno dei migliori tre al mondo, eppure siamo riusciti a farne a meno") e con un risentimento nei confronti del club che adesso, per ragion di stato, sta soffocando ma che prima della semifinale con l'Ajax aveva lasciato erompere: "Se vincessi la coppa potrei andarmene, cosa potrei fare di più? Ma anche se non la vincessi potrei. Sto scherzando? E perché dovrei?".

Oggi è sicuramente serio, deve esserlo: "Sarebbe imbarazzante se mi mettessi a pensare a me stesso adesso che stiamo provando a fare la storia per offrirla ai nostri tifosi, alle nostre famiglie. Io non sono più importante della partita che sta arrivando. Poi lo so che le voci ci sono, ma avremo tempo di parlarne". È così che l'argomento Juve resta tabù, nel giorno in cui il Tottenham apre il suo centro sportivo - come volete che sia? splendidi campi da calcio circondati da splendidi campi da calcio nel verde della campagna a nord di Londra, un altro dei lussi che distanziano la Premier dalla Serie A - e lui si muove con la spigliatezza del padrone di casa: stringe mani, batte pacche, spande sorrisi, ha una gentilezza naturale nei modi e una non comune capacità di emozionarsi, se riesce a farlo (con spontaneità, davvero: "È la mia dote migliore") appena pronunciamo Virle, ovvero il comune del Torinese da cui il suo trisnonno Michele partì per andare a sgobbare in Argentina, e gli mostriamo la copia dell'atto di nascita (17 maggio 1864) del trisavolo, figlio di Pochettino Matteo di professione giardiniere e di Fraire Virgilia di professione ortolana. Gli facciamo vedere anche la foto dell'insegna dell'unico negozio del paese, Tabacchi Fam. Pochettino dal 1935, e sorride felice, la mostra a sua volta. "Vedete? Io vengo da qui. Si chiamano tutti Pochettino come me", e difatti corregge anche la pronuncia, sostituendo la c dolce all'argentina con quella dura all'italiana. 

Se un giorno verrà in Italia, e nello specifico alla Juventus che lo ha messo nella lista dei desideri, questo oggi non si sa. "Non lo so, davvero", ci dice l'ex romanista Lamela, argentino pure lui. Invece il capitano Lloris, che ha quasi una venerazione per il suo tecnico ("Ci sono stati momenti difficili in cui è bastato affidarsi a lui, per uscirne"), risponde alla domanda secca ("Ma resterà?") ridendo largo, allungando l'ultima vocale ("Ouiiiiiiii") e scambiandosi l'occhiolino con l'allenatore che proprio in quel momento ne incrocia lo sguardo.

La barba grigiorossa è dovuta anche al fatto che "sto trascorrendo dodici ore al giorno con i miei giocatori": non proprio la situazione in cui ti venga voglia di raderti, dopotutto. Dice, Pochettino il piemontese: "Me la sto godendo, mi sto godendo il privilegio che ho. D'altronde è sulle emozioni che stiamo lavorando. Perché, vedete, la finale non sarà Klopp-Pochettino e neanche una sfida tattica, ma la decideranno le emozioni. Perché il calcio è un contesto di emozioni, niente di più". Lui dà l'aria di essere uno che ne assorbe molte. Ha la tensione di questo anno addosso, delle partite vinte all'ultimo sgocciolio ("Ma siamo qui per merito, non per fortuna"), della fatica di stare in uno stadio, Wembley, che era casa d'altri (una volta hanno dovuto giocare al lunedì col City e al mercoledì con il West Ham perché la priorità erano il football americano e i concerti rock), l'ansia del futuro e chissà quante altre, però forse già sfogate in quelle lacrime piante dopo aver battuto l'Ajax in ginocchio sul prato. "Non so cosa farò, se dovessimo vincere. Io non preparo le scene, non sono un attore, sono una persona normale che lascia la porta aperta alla spontaneità, come era successo ad Amsterdam, perché la naturalezza è ciò che crea empatia con la gente. Forse piangerò di nuovo, forse salterò, non lo so. Ma sarò spontaneo".