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Un'azione di Finlandia-Bosnia (ansa)

I bambini in fuga da Sarajevo che giocano per un’altra bandiera

La Bosnia che affronta l'Italia per le qualificazioni agli Europei avrebbe potuto essere una nazionale piena di stelle
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A Sarajevo ricordano ancora l'unico precedente, 6 novembre 1996, Bosnia-Italia 2-1 in amichevole, Arrigo Sacchi esonerato dopo quel rovescio. La neonata nazionale di un Paese appena uscito dalla guerra senza aver ancora trovato la pace regalava alla sua gente il conforto di un successo di prestigio che sembrava un buon viatico sulla strada di una ricostruzione post-bellica mai ultimata nemmeno oggi, 23 anni dopo. La memoria di quell'inaspettato trionfo incoraggia gli uomini del ct Robert Prosinecki. La sconfitta con la Finlandia però li obbliga a cercare i tre punti per non dover dire un addio precoce all'Europeo 2020. Contano sul supporto di diecimila tifosi, molti in arrivo da Austria, Svizzera, Germania, Francia. Sui giornali si ringrazia la geografia: "Torino è baricentrica per molti dei nostri migranti". Mentre sul ct Roberto Mancini si spreca l'ironia: "Stavolta non gli daremo motivo per venire a Medjugorje a ringraziare la Madonna co…
A Sarajevo ricordano ancora l'unico precedente, 6 novembre 1996, Bosnia-Italia 2-1 in amichevole, Arrigo Sacchi esonerato dopo quel rovescio. La neonata nazionale di un Paese appena uscito dalla guerra senza aver ancora trovato la pace regalava alla sua gente il conforto di un successo di prestigio che sembrava un buon viatico sulla strada di una ricostruzione post-bellica mai ultimata nemmeno oggi, 23 anni dopo. La memoria di quell'inaspettato trionfo incoraggia gli uomini del ct Robert Prosinecki. La sconfitta con la Finlandia però li obbliga a cercare i tre punti per non dover dire un addio precoce all'Europeo 2020. Contano sul supporto di diecimila tifosi, molti in arrivo da Austria, Svizzera, Germania, Francia. Sui giornali si ringrazia la geografia: "Torino è baricentrica per molti dei nostri migranti". Mentre sul ct Roberto Mancini si spreca l'ironia: "Stavolta non gli daremo motivo per venire a Medjugorje a ringraziare la Madonna come fece dopo aver vinto la Premier nel 2012".

Un ottimismo fondato sulla presunzione di avere una rosa tra le migliori del Continente, rappresentazione perfetta degli effetti del conflitto degli Anni '90. Sia per i nomi che vi compaiono sia, soprattutto, per quelli che non ci sono. L'implosione della ex Jugoslavia ha permesso ai suoi cittadini e ai loro discendenti di scegliersi una identità "à la carte". Così molti croati di Bosnia hanno scelto di giocare per il loro Stato-nazione di riferimento, quattro sono diventati vicecampioni del mondo in Russia. Mateo Kovacic, proprietà Real Madrid in prestito al Chelsea, ha origini a Kotor Varos. La madre di Ivan Rakitic, che col Barcellona ha vinto tutto, è di Zepce. Il difensore Vedran Corluka è nato a Derventa, il suo compagno di reparto Dejan Lovren, fresco vincitore della Champions con il Liverpool, ha visto la luce a Zenica.

Analogamente hanno optato per la Serbia una vecchia conoscenza del calcio italiano come Adem Ljajic, genitori bosgnacchi, e l'astro nascente Luka Jovic, 21 anni, pagato 60 milioni di euro dal Real Madrid, per lui contratto di 6 anni a nove milioni. Jovic ha aperto gli occhi a Bijeljina, uno dei luoghi dove la pulizia etnica delle milizie paramilitari serbe è stata più feroce e dove il genocida Radovan Karadzic, capo politico dei serbi di Bosnia, aveva il dentista di fiducia tanto da attraversare zone di battaglia per curarsi le carie. Prima che calasse la notte dell'ultimo spargimento di sangue europeo del Novecento, aveva lasciato la stessa Bijeljina per la Svezia in cerca di fortuna Sefik Ibrahimovic, genitore di Zlatan, uno dei migliori attaccanti dei nuovo millennio ancora in attività a 37 anni. Anche lui avrebbe potuto scegliere la nazionale dei gigli per un tridente d'attacco da incubo per le difese Ibrahimovic-Dzeko-Jovic. Il centrocampo di questa fanta-formazione avrebbe contemplato Kovacic, Rakitic e Pjanic. E davvero Prosinecki avrebbe fatto sogni di grandezza.

Miralem Pjanic, che a Torino giocherà nel suo stadio, è l'emblema all'opposto della travagliata gestazione non della Bosnia che sarebbe potuta essere ma di quella che è. All'opposto dei figli di quella terra martoriata che hanno "tradito" preferendo la Croazia o la Serbia, ci sono bosniaci della diaspora per cui il richiamo delle origini è stato più forte della riconoscenza per i Paesi di accoglienza. Pjanic, cittadino lussemburghese, avrebbe potuto scegliere la maglia del Granducato, in alternativa persino quella della Francia. Muhamed Besic, Ermedin Demirovic e Mario Vrancic hanno anche il passaporto tedesco, Deni Milosevic il documento belga, Sanjin Prcic francese, Kenan Kodro, figlio d'arte, spagnolo. Piedi in fuga e piedi di ritorno nella Babele etnica di un Paese che ha sparso ovunque nel mondo i suoi brandelli.