Quando, al quarto minuto della ripresa, dalla bandierina del corner Bernardeschi alza un pallone morbido verso il confine dell'area, invitando alla follia di un tiro al volo, quel che sugli spalti si pensa è: "Questo è uno schema. Che fai se hai Messi". Invece si presenta all'esecuzione Lorenzo Insigne, un falso diez al bivio: o centra la fucilata o finisce al muro. Nell'attimo che precede l'impatto scorre la storia del lungo amore insoddisfatto tra quell'uomo di 163 centimetri per 59 chili e la maglia più pesante del mondo, che si dà solo ai più grandi, sennò tanto vale regalarla a un mediano.
Insigne non è mai stato né profeta né numero 10 in patria. A Napoli quella casacca resta, con profano rispetto, la sindone di Maradona. Lui indossa la 24 e in campo, direbbe probabilmente l'Avvocato, è un "undici meno uno". Ovvero: parte largo, larghissimo a sinistra, poi si accentr…
Insigne non è mai stato né profeta né numero 10 in patria. A Napoli quella casacca resta, con profano rispetto, la sindone di Maradona. Lui indossa la 24 e in campo, direbbe probabilmente l'Avvocato, è un "undici meno uno". Ovvero: parte largo, larghissimo a sinistra, poi si accentr…
Quando, al quarto minuto della ripresa, dalla bandierina del corner Bernardeschi alza un pallone morbido verso il confine dell'area, invitando alla follia di un tiro al volo, quel che sugli spalti si pensa è: "Questo è uno schema. Che fai se hai Messi". Invece si presenta all'esecuzione Lorenzo Insigne, un falso diez al bivio: o centra la fucilata o finisce al muro. Nell'attimo che precede l'impatto scorre la storia del lungo amore insoddisfatto tra quell'uomo di 163 centimetri per 59 chili e la maglia più pesante del mondo, che si dà solo ai più grandi, sennò tanto vale regalarla a un mediano.
Insigne non è mai stato né profeta né numero 10 in patria. A Napoli quella casacca resta, con profano rispetto, la sindone di Maradona. Lui indossa la 24 e in campo, direbbe probabilmente l'Avvocato, è un "undici meno uno". Ovvero: parte largo, larghissimo a sinistra, poi si accentra, cerca la sua mattonella, tira a giro o la mette sul secondo palo per la testa dell'accorrente da destra. Qualche volta inizia a dribblare e lo ritrovano poi a fine partita, fradicio tra i ciuffi del San Paolo. Sarri lo provò trequartista e subito lo spostò di lato. Ancelotti lo ha avvicinato alla porta e sembrava la svolta, perché dal falso nueve al verdadero diez ci vuole niente, praticamente un autoassist. Invece ha perso la forma, la fiducia, ha accusato vita e destino e si è autoesiliato, di nuovo, sulla fascia.
La palla di Bernardeschi continuava a salire e Insigne a pensare che in Nazionale non aveva mai centrato l'occasione. Conte lo aveva mandato a casa dopo il ritiro, preferendo assegnare la maglia numero 10 a Thiago Motta con grande strepito di scribi, incapaci di accettare l'evidenza che in quella squadra il fantasista fosse in panchina, gli altri ai remi (e Giaccherinho infinitamente più manovrabile di Lorenzinho). Ventura gli diede l'abito di gala ma poi non lo invitò alla festa, facendogli risolvere il dilemma morettiano: lo si notava di più se veniva, ma restava in panchina. Memorabile il gesto di De Rossi invitato a subentrare: "Io? Ma metti Insigne". E pensare che anche De Rossi era stato un 10, della serie "Se non c'è del genio, esaltiamo il lavoro". Vedi anche: Bertini, Bagni, Benetti. Di solito il pendolo oscillava tra ragione (Antognoni, Dossena) e sentimento (Baggio, Del Piero). Una volta si concesse il lusso di vestire la nobiltà (Facchetti), un'altra cadde nel vuoto (De Agostini).
È nell'attimo in cui il pallone, prima di iniziare a scendere, resta sospeso, che un calciatore decide da che parte stare: nel cerchio o sulla circonferenza. Non c'è niente di male a farsi inscrivere, essere nella folla di quelli che la stoppano, di piede o di petto, se ci riescono, poi la passano e stanno a vedere. Ce ne vuole invece per circoscrivere l'azione, decidere il disegno, comprendere tutto e non lasciare l'impressione che esistesse altro al di fuori di quella scelta, il tiro. Prima di decidere, Lorenzo Insigne ripassa le caratteristiche del numero 10 per capire se le possiede: lo è chi sboccia presto e fiorisce a stagioni alterne, riservandosi un finale di pura luce; chi non riconosce i professori, ma si coccola qualche giovanile, bonario maestro; chi serve la patria predisponendosi a un finale benservito; chi bazzica per il campo una cinquantina di minuti trovando tutto sommato ridicolo tutto quell'affannarsi altrui e poi all'improvviso si accoda alla danza e con un solo movimento ne cambia la direzione. È ciò che fa con quel tiro al volo: rovescia le sorti della partita e le proprie. L'Italia pareggia e Insigne diventa il suo 10, trascinandola. Predica l'ortodossia (il passaggio perfetto non sfruttato da Chiesa e l'assist a Verratti ) e l'eresia (il suo colpo di testa respinto dal portiere dentro la porta). Per arrotondare la sua storia imprecisa ci voleva Mancini, che ha passato la propria in una cabalistica indefinizione numerica: 7, 9 o 10? La frase rivelatrice l'ha detta alla vigilia: "In questa nazionale io sarei il 9". Come dire: il 10 l'aveva trovato. Almeno per una notte.
Insigne non è mai stato né profeta né numero 10 in patria. A Napoli quella casacca resta, con profano rispetto, la sindone di Maradona. Lui indossa la 24 e in campo, direbbe probabilmente l'Avvocato, è un "undici meno uno". Ovvero: parte largo, larghissimo a sinistra, poi si accentra, cerca la sua mattonella, tira a giro o la mette sul secondo palo per la testa dell'accorrente da destra. Qualche volta inizia a dribblare e lo ritrovano poi a fine partita, fradicio tra i ciuffi del San Paolo. Sarri lo provò trequartista e subito lo spostò di lato. Ancelotti lo ha avvicinato alla porta e sembrava la svolta, perché dal falso nueve al verdadero diez ci vuole niente, praticamente un autoassist. Invece ha perso la forma, la fiducia, ha accusato vita e destino e si è autoesiliato, di nuovo, sulla fascia.
La palla di Bernardeschi continuava a salire e Insigne a pensare che in Nazionale non aveva mai centrato l'occasione. Conte lo aveva mandato a casa dopo il ritiro, preferendo assegnare la maglia numero 10 a Thiago Motta con grande strepito di scribi, incapaci di accettare l'evidenza che in quella squadra il fantasista fosse in panchina, gli altri ai remi (e Giaccherinho infinitamente più manovrabile di Lorenzinho). Ventura gli diede l'abito di gala ma poi non lo invitò alla festa, facendogli risolvere il dilemma morettiano: lo si notava di più se veniva, ma restava in panchina. Memorabile il gesto di De Rossi invitato a subentrare: "Io? Ma metti Insigne". E pensare che anche De Rossi era stato un 10, della serie "Se non c'è del genio, esaltiamo il lavoro". Vedi anche: Bertini, Bagni, Benetti. Di solito il pendolo oscillava tra ragione (Antognoni, Dossena) e sentimento (Baggio, Del Piero). Una volta si concesse il lusso di vestire la nobiltà (Facchetti), un'altra cadde nel vuoto (De Agostini).
È nell'attimo in cui il pallone, prima di iniziare a scendere, resta sospeso, che un calciatore decide da che parte stare: nel cerchio o sulla circonferenza. Non c'è niente di male a farsi inscrivere, essere nella folla di quelli che la stoppano, di piede o di petto, se ci riescono, poi la passano e stanno a vedere. Ce ne vuole invece per circoscrivere l'azione, decidere il disegno, comprendere tutto e non lasciare l'impressione che esistesse altro al di fuori di quella scelta, il tiro. Prima di decidere, Lorenzo Insigne ripassa le caratteristiche del numero 10 per capire se le possiede: lo è chi sboccia presto e fiorisce a stagioni alterne, riservandosi un finale di pura luce; chi non riconosce i professori, ma si coccola qualche giovanile, bonario maestro; chi serve la patria predisponendosi a un finale benservito; chi bazzica per il campo una cinquantina di minuti trovando tutto sommato ridicolo tutto quell'affannarsi altrui e poi all'improvviso si accoda alla danza e con un solo movimento ne cambia la direzione. È ciò che fa con quel tiro al volo: rovescia le sorti della partita e le proprie. L'Italia pareggia e Insigne diventa il suo 10, trascinandola. Predica l'ortodossia (il passaggio perfetto non sfruttato da Chiesa e l'assist a Verratti ) e l'eresia (il suo colpo di testa respinto dal portiere dentro la porta). Per arrotondare la sua storia imprecisa ci voleva Mancini, che ha passato la propria in una cabalistica indefinizione numerica: 7, 9 o 10? La frase rivelatrice l'ha detta alla vigilia: "In questa nazionale io sarei il 9". Come dire: il 10 l'aveva trovato. Almeno per una notte.