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Lionel Messi durante un allenamento dell'Argentina a Salvador di Bahia (afp)

Coppa America: i maestri sudamericani e l’identità da ritrovare

Brasile-Bolivia apre il torneo. La vecchia fabbrica di campioni lotta contro la crisi
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Dove un tempo si cercavano soluzioni, ora si incontrano rebus. Il Sudamerica era nel calcio la terra delle risposte. Se volevi un centravanti, sapevi di trovare laggiù qualcuno disposto a offrirti certezze. Riuscivano a venderne persino quando piazzavano un bidone, perché vendevano prima di tutto a noi europei l’idea che avevamo di loro, e che adesso a loro stessi sfugge. La Coppa America che comincia stanotte a San Paolo con Brasile-Bolivia (2.30 italiane) arriva nel momento giusto per celebrare la più grossa crisi d’identità del calcio dei sudamericani. Non vincono i Mondiali dal 2002. Nelle ultime quattro edizioni hanno preso un solo posto in finale sugli otto disponibili (Argentina 2014). Il Mondiale per club gli manca dal 2012 (Corinthians) e in tre delle ultime sei edizioni hanno perso in semifinale con squadre d’Asia o d’Africa. Non sanno più chi sono. Soprattutto i due giganti.

Mentre lo spirito del tempo quasi esige …
Dove un tempo si cercavano soluzioni, ora si incontrano rebus. Il Sudamerica era nel calcio la terra delle risposte. Se volevi un centravanti, sapevi di trovare laggiù qualcuno disposto a offrirti certezze. Riuscivano a venderne persino quando piazzavano un bidone, perché vendevano prima di tutto a noi europei l’idea che avevamo di loro, e che adesso a loro stessi sfugge. La Coppa America che comincia stanotte a San Paolo con Brasile-Bolivia (2.30 italiane) arriva nel momento giusto per celebrare la più grossa crisi d’identità del calcio dei sudamericani. Non vincono i Mondiali dal 2002. Nelle ultime quattro edizioni hanno preso un solo posto in finale sugli otto disponibili (Argentina 2014). Il Mondiale per club gli manca dal 2012 (Corinthians) e in tre delle ultime sei edizioni hanno perso in semifinale con squadre d’Asia o d’Africa. Non sanno più chi sono. Soprattutto i due giganti.

Mentre lo spirito del tempo quasi esige che si giochi tutti allo stesso modo, il loro modo, il calcio del toque di cui erano i maestri, l’esercizio dell’antica supremazia è andato in crisi. «Siamo i campioni mondiali delle amichevoli» ha scritto su Folha il brasiliano Tostão, uno dei cinque numeri 10 che Mario Zagallo faceva giocare tutti insieme nella nazionale del ’70. Figurarsi allora di cosa può dirsi campione l’Argentina, una potenza che non vince niente dal 1993 e alle prese con il mistero di una generazione fatta di straordinari campioni incapaci di diventare memorabili, di certo non con la Selección, angeli senza faccia sporca, i pechos fríos, petti freddi, per metterla giù alla Maradona. Una nazione che solo pochi mesi fa per motivi di ordine pubblico si è fatta espropriare del derby di Baires che decideva la Libertadores, la loro Coppa dei Campioni, finita nello stadio di Madrid, il regno dei conquistadores.

Che cos’è allora oggi il Sudamerica? È rimasto una vecchia fabbrica in grado di esportare adolescenti: qualche progetto di campione e molta pedovalanza. È cambiata la sua capacità di penetrare il mercato. Italia e Spagna restano i due Paesi che più si affidano a stranieri in arrivo da Brasile e Argentina (19,4% in A e 23,9% in Liga), ma la ricchissima Premier inglese preferisce giocatori di formazione spagnola e francese.

Negli anni di Messi, con l’eccezione di un paio di stagioni di Neymar, nessun altro sudamericano è salito sul podio del Pallone d’oro. Non c’è a ritroso un vincitore diverso fino a Kakà, ed era il 2007. È quasi l’atto notorio di una normalità. Dentro un calcio globalmente cambiato e progredito, il Sudamerica si è all’improvviso scoperto uguale a tanti.
Questa loro Coppa è il torneo per nazionali più antico al mondo, nato nel 1915, eppure è gestito con cadenze irregolari, formule diverse, senza epica, che in genere al Sudamerica non manca. Si assegna per la terza volta in 5 anni (diretta Dazn) e nel 2020 ce ne sarà una quarta. Si è andato a giocarla negli stadi degli Usa. Sono state invitate a partecipare nel tempo Giappone, Canada, Messico, Honduras, Costarica. Stavolta c’è il Qatar.

Il Sudamerica è il posto in cui questo gioco si è fatto democratico prima che altrove. È il continente che al calcio ha aggiunto bellezza via via che questo smetteva di essere privilegio dei benestanti. L’Uruguay è stato il Paese che vincendo le Olimpiadi del 1924 e del 1928 «fece scoprire l’America agli europei per la seconda volta» (Galeano). Ma cosa rimanga cent’anni dopo di tutta questa spinta innovatrice è l’ultimo rebus da risolvere.

Il Brasile gioca senza Neymar infortunato e si consegna a Coutinho, Alisson, Firmino. L’Argentina non ha più Higuain. La Colombia punta su James e Zapata. L’Uruguay su Cavani, Suarez e Bentancur. Qualcosa sta cambiando negli equilibri del continente. Il Cile non aveva mai vinto nella storia e si è preso le ultime due edizioni di fila. L’Ecuador ha prenotato il futuro vincendo a febbraio per la prima volta il torneo Under20 ed è in questi giorni fra le prime 4 ai Mondiali. Un gran segno di vitalità sarebbe, una sorpresa così, anziché trascinarsi nella replica senza stupore di ballerini che aspettano su una gamba l’ultima carità di un’altra rumba.