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Scariolo: “Così sono salito sul tetto della Nba senza essere il numero 1”

Intervista al vice coach di Toronto, dopo la vittoria del titolo con i Raptors
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Canestro al primo colpo, ora come allora. Ai suoi bei 58 anni di girovago del basket, Sergio Scariolo ha vinto, primo allenatore italiano seduto nello staff di una panchina Nba, il titolo con i Toronto Raptors. Ne aveva la metà tonda, 29 anni fa, quando si prese lo scudetto. Stagione '89-90, la grande Scavolini ereditata dal nume Bianchini. "Altri tempi, altri mondi. Vivevo in pratica in palestra, come facevano ai tempi i capi dei settori giovanili, quando mi diedero la Serie A. E fu più difficile che adesso. Io esordiente, con la squadra favorita. Quando finì, la sentii come una liberazione, uno zaino levato dalle spalle. Tutti gli altri successi, dopo, sono stati felicità. Incluso questo".
Scariolo, non è che ora, ritirato Messina dalla corsa per essere il primo capollenatore italiano su un panchina Nba, s'iscrive lei, fin qui soltanto vice?
"No, sono arrivato da troppo poco. E mettendomi addosso obiettivi e ossessioni, senza…
Canestro al primo colpo, ora come allora. Ai suoi bei 58 anni di girovago del basket, Sergio Scariolo ha vinto, primo allenatore italiano seduto nello staff di una panchina Nba, il titolo con i Toronto Raptors. Ne aveva la metà tonda, 29 anni fa, quando si prese lo scudetto. Stagione '89-90, la grande Scavolini ereditata dal nume Bianchini. "Altri tempi, altri mondi. Vivevo in pratica in palestra, come facevano ai tempi i capi dei settori giovanili, quando mi diedero la Serie A. E fu più difficile che adesso. Io esordiente, con la squadra favorita. Quando finì, la sentii come una liberazione, uno zaino levato dalle spalle. Tutti gli altri successi, dopo, sono stati felicità. Incluso questo".
Scariolo, non è che ora, ritirato Messina dalla corsa per essere il primo capollenatore italiano su un panchina Nba, s'iscrive lei, fin qui soltanto vice?
"No, sono arrivato da troppo poco. E mettendomi addosso obiettivi e ossessioni, senza probabilità né immediate né forti, mi prenoterei solo una frustrazione. Quindi, sto qui, ho un contratto da vice e lo farò, mi raggiungerà la famiglia e avanti così. Poi, se succederà... O magari succederà prima che mi vien voglia di tornare indietro".
L'ha confessato spesso: all'inizio è stata dura. Che cosa, soprattutto?
"Capire le novità del lavoro che dovevo fare, cogliere in fretta come funziona qui. Mi capitava di veder chiara una situazione, di fare una proposta e vederla cadere nel vuoto. Anche quando piaceva. All'inizio subìvo, poi ho capito che il buon vice deve scegliere bene il momento e la forma, oltre il cosa proporre. Quando parlare, quando tacere. Perché gli staff sono numerosi, le voci tante, insomma parlare di più non è che aiuti".
Che ruolo aveva nello staff?
"Uno dei tre assistenti principali, quelli seduti in panchina, davanti agli altri che stanno dietro. A rotazione, per una decina di partite, in stagione regolare i tre si scambiano aree di competenza: attacco, difesa, situazioni speciali. Ai play-off siamo arrivati stabilizzati. Per me, l'attacco. Ma la circolazione di idee nello staff è in realtà senza steccati. Per dire, quando Nurse ha deciso che in finale in qualche azione avremmo usato difese miste per sorprendere i Warriors, una scelta che ha pagato, ero coinvolto: in Europa box and one e triangle and two sono pane quotidiano".
Nurse era debuttante, lei è coperto di medaglie: la Spagna, i club... Come vi rapportavate?
"Allora, ragioniamo con parametri Nba. Le due G League vinte da Nick, i suoi cinque anni da primo assistente valgono là quanto i miei titoli in Europa. Dunque, discorso chiuso. Poi è stato bravo lui a rapportarsi coi vice, a dare ascolto, rispetto, considerazione, autonomia. Lo conoscevo da anni, al villaggio olimpico di Londra c'eravamo parlati spesso. Ai primi colloqui per entrare ai Raptors trovai subito una sintonia. Tante idee simili, conoscenze tecnico-tattiche affini".
In campo, il vincitore è stato Kawhi Leonard. È già tra i grandissimi di oggi? O di sempre?
"La stagione l'ha posto fra i primi tre. Ha un impatto, in attacco e in difesa, che solo Durant e LeBron oggi hanno. Quanto alla storia, lo dirà il resto della sua storia. Veniva da un anno di sostanziale inattività, è ripartito portando al titolo una outsider. Già questa è roba grossa, di pochissimi".
Toronto non è Stati Uniti, ma Canada. Ed è stata pure molto italiana: Esposito, Bargnani, Gherardini, Belinelli, lei. C'è un filo rosso o è un caso?
"Non saprei, di sicuro questa è una franchigia aperta, dove l'aggettivo più usato è internazionale, e incarna tutta una filosofia. Il timbro canadese è non scimmiottare gli altri club, avere uno stile originale, che fa scommettere, e perdere anche scommesse, negli anni, senza però abbandonarlo come principio. Qui, un anno fa, fu a un passo dall'assunzione Messina. Un italiano, mai visto nella Nba. A Toronto poteva succedere".
Già, Messina. Vi date il cambio. Qualche consiglio gliel'avrà dato.
"Più che un consiglio. Un input, forte e chiaro. E lo ringrazio ancora, per come fu categorico. Ci vediamo appena arrivo e lui: Sergio, guai a te se anche solo ti sogni di mollare la panchina della Spagna. Io ci pensavo, avevo il dubbio di non farcela coi due incarichi. Poi, soprattutto in quel periodo un po' tetro, tornare in Europa per le famigerate finestre delle nazionali fu per me tutta aria pura".
È arrivato il momento di ricambiare. Che consigli ha per Messina a Milano, dove lei allenò dal 2011 al 2013, senza felicità?
"Ne parleremo a cena, di nuovo, fra di noi. Intanto, apprezzo: Ettore riparte da zero, con un libro bianco tutto da scrivere, in un doppio ruolo di coach e capo della società che è duro, come constatai al Real Madrid, quando lo ricoprii. Mi permetterei, piuttosto, un consiglio alla società. Se credono che tutto si risolverà dando una delega ampia a un professionista eccellente, che poi ci pensa lui, non funziona così. C'è bisogno di una società forte, solida, impermeabile a ciò che passa da dentro a fuori e viceversa. Ci saranno momenti in cui Messina dovrà spendersi anzitutto da allenatore, la solita routine da coach, vittorie e sconfitte. Lì servirà la società. Come l'Olimpia non ha fatto sempre, in questi anni" .
Da ct della Spagna ritroverà, ai Mondiali in Cina, Ibaka e Gasol. A Toronto ci parlava lei?
"Anche lì siamo partiti a rotazione, ogni vice un gruppetto di giocatori, per colloquiare, rivedere i video, eccetera. Alla fine era quasi naturale che con gli spagnoli trattassi di più io".
E Gasol che ci faceva, l'estate scorsa, su una barca di migranti?
"È un ragazzo profondo, e non pomposo. Fa tanto per il sociale, mettono soldi, lui e suo fratello Pau. Vero, la sorpresa fu vederlo in quella foto. Non per lui. Per Marc era una cosa naturale essere lì".
L'Italia che torna al Mondiale a che punto la vede?
"Un gruppo buono, con un numero alto di giocatori di livello, esperti su scala internazionale, già insieme da tempo. Se vanno tutti, come pare, temibile. Molto temibile".