✕
(eikon)

Le lacrime del guerriero che vuole combattere

Ascolta l'audio

Sinisa Mihajlovic non ha avuto paura di dichiarare che questa volta tocca a lui giocare, combattere, impegnarsi. Non è il primo campione dello sport a fare i conti con il male, ma spesso dire che si è malati significa ammettere che c'è un avversario a cui non puoi prendere le misure
2 minuti di lettura
Il sangue del guerriero. Improvvisamente fragile, debole, bisognoso di cure. Sinisa Mihajlovic, 50 anni, lo sfacciato, “l’allenatore sergente”, l’eroe forte e feroce, l’ex calciatore sempre grintoso, perché il corpo e il carattere sono tutto, l’uomo che non ha mai insegnato la rassegnazione né in campo né nello spogliatoio, il campione che ha sempre usato lo sport per fare la guerra, il duellante a volte anche sprezzante, quello che sa sempre cosa fare, che guarda negli occhi il mondo e dice: «In un momento ti cambia la vita». Ha i capelli arruffati, la barba non fatta, gli occhi rossi, la faccia di chi ha vissuto quel momento in cui i medici ti dicono: «Hai la leucemia». Un pulcino invecchiato e spettinato, che per due giorni si è chiuso in camera, senza dire niente a nessuno, senza confidarsi, ma solo a bagnarsi di lacrime.

Lo sport ti abitua ad addii che sono morti simboliche, devi separarti da…
Il sangue del guerriero. Improvvisamente fragile, debole, bisognoso di cure. Sinisa Mihajlovic, 50 anni, lo sfacciato, “l’allenatore sergente”, l’eroe forte e feroce, l’ex calciatore sempre grintoso, perché il corpo e il carattere sono tutto, l’uomo che non ha mai insegnato la rassegnazione né in campo né nello spogliatoio, il campione che ha sempre usato lo sport per fare la guerra, il duellante a volte anche sprezzante, quello che sa sempre cosa fare, che guarda negli occhi il mondo e dice: «In un momento ti cambia la vita». Ha i capelli arruffati, la barba non fatta, gli occhi rossi, la faccia di chi ha vissuto quel momento in cui i medici ti dicono: «Hai la leucemia». Un pulcino invecchiato e spettinato, che per due giorni si è chiuso in camera, senza dire niente a nessuno, senza confidarsi, ma solo a bagnarsi di lacrime.

Lo sport ti abitua ad addii che sono morti simboliche, devi separarti da quello che eri, ma quando ti costringe a fare i conti con quello che sei, umano, è uno sgambetto insopportabile. E per chi è abituato a comandare se stesso e gli altri, a non avere pietà per la paura, scoprire che sei trafitto da una malattia che non aveva dato nessun segnale, significa vedere capovolta la tua esistenza: non sei più forte come credevi, non sei inattaccabile, la tua dittatura personale ora gira a vuoto. E ti arriva il sentimento di essere come gli altri, esposto ai colpi, alle ferite, ai dolori che ti fanno male, al pensiero che ha cinque figli e una donna che ami. È un attimo che non avevi mai vissuto, abituato come sei a trovare schemi per tutto, ma che ti cambia: non puoi più fare da solo. Mihajlovic, allenatore del Bologna, ha spiegato a tutti da tattico come affronterà il futuro: «Io questa sfido la vinco, ma ho bisogno di aiuto. È una malattia aggressiva, ma attaccabile. Non vedo l’ora di andare in ospedale, prima comincio, prima finisco».

Non è il primo campione dello sport a dover fare i conti con il male, da Magic Johnson a Lance Armstrong, da Eric Abidal a Francesco Acerbi, ma è tra i primi ad annunciarlo subito, quando il cammino difficile deve ancora iniziare, senza nascondersi dietro la riservatezza. E a raccontare che bisogna fare prevenzione. «Non avevo nessun sintomo, mi sono sempre allenato, ma mio padre è morto di cancro, per questo faccio sempre i controlli». Ai campioni non piacciono i perdenti e dire che si è malati significa ammettere che c’è un avversario a cui non puoi prendere la misure, ti devi fidare dei dottori, della scienza, puoi combattere dall’alto del tuo rango, ma non decidi tu tempi e tattica. Quel tuo corpo prima così prestante, ora non ti obbedisce più. E per te è questo il vero tradimento. Pietro Mennea a 60 anni non disse a nessuno della sua malattia, e se qualcuno lo incontrava in ospedale, lui diceva: «Sono qui per mia suocera». Non voleva pietà, ma soprattutto voleva guarire, e dopo lo avrebbe raccontato a tutti. Pianse solo davanti al medico che gli diagnosticò il tumore: «Ma dottore, io ho ancora molte cose da fare».

Tito Vilanova, l’allenatore spagnolo che nel 2012 ereditò da Guardiola la panchina del Barcellona, per smettere per un tumore alla ghiandola parotide che due anni dopo lo portò alla morte, volle parlare con un solo giocatore, Leo Messi. E con nessun altro. Un allenatore non si fa vedere debole e perdente dai suoi giocatori perché significa ridurre la giusta distanza. E perché quell’immagine rischia di annullare i gradi dell’autorità. Ma Sinisa non ha avuto paura di dichiarare che questa volta tocca a lui giocare, combattere, impegnarsi. Non è la retorica di chi abusa di un gergo sportivo, ma di chi sa che la malattia non sei tu. E che l’unica lezione che puoi dare sempre e comunque alla tua squadra è “Niente lacrime di bue”. Sorridere e lavorare. Si può prendere la botta, non essere più invincibili, ma se non hai più vergogna della tua debolezza, vuol dire smettere di essere prigioniero. Segui la forza, Sinisa.