BOLOGNA - Sparano Mahdi, Khaoula and Luna. Per salvare la loro nuova vita. Per inquadrarla meglio, per metterla a fuoco. Premono il grilletto, cercando la pace, ma il cuore batte forte. Altri spari, altri fucili, altri tormenti. "Nella mia testa ho rumori pesanti" dice Mahdi, tirando fuori le parole a fatica. Khaoula che ha un bimbo di 10 mesi, sussurra: "Mi viene l'affanno a tenere in mano la carabina, devo cercare di calmare il respiro". Hanno 22 e 30 anni, Luna ne ha 25. Sono rifugiati. Un termine per dire che non sono più niente: non hanno più la loro terra, né la loro lingua. Sono ospiti in un mondo di cui non conoscono le misure e se ne sono lasciati alle spalle un altro che li ha rifiutati con violenza. Ma ora per la prima volta hanno un'arma in mano, anche culturale, che non uccide, ma prova a guarire. Quell'arma che ha rovinato le loro vite, che significa odio e guerra, che ha ammazzato padri, fratelli, sorelle, amici, ades…
BOLOGNA - Sparano Mahdi, Khaoula and Luna. Per salvare la loro nuova vita. Per inquadrarla meglio, per metterla a fuoco. Premono il grilletto, cercando la pace, ma il cuore batte forte. Altri spari, altri fucili, altri tormenti. "Nella mia testa ho rumori pesanti" dice Mahdi, tirando fuori le parole a fatica. Khaoula che ha un bimbo di 10 mesi, sussurra: "Mi viene l'affanno a tenere in mano la carabina, devo cercare di calmare il respiro". Hanno 22 e 30 anni, Luna ne ha 25. Sono rifugiati. Un termine per dire che non sono più niente: non hanno più la loro terra, né la loro lingua. Sono ospiti in un mondo di cui non conoscono le misure e se ne sono lasciati alle spalle un altro che li ha rifiutati con violenza. Ma ora per la prima volta hanno un'arma in mano, anche culturale, che non uccide, ma prova a guarire. Quell'arma che ha rovinato le loro vite, che significa odio e guerra, che ha ammazzato padri, fratelli, sorelle, amici, adesso è tra le loro braccia. Per sport. Non per ammazzare, non per vendicarsi alla Rambo, non per mirare ad altri essere umani, ma per definire la loro nuovo identità di atleti che cercano un pass per Tokyo 2020, specialità tiro a segno. Mahdi viene da Bamiyan in Afghanistan, dove nel 2001 i talebani hanno distrutto due enormi statue del Buddha, scolpite nella roccia. È arrivato in Svizzera a piedi e in treno dall'Iran dove ha lasciato madre e fratellino. "Avevo tre anni quando siamo fuggiti dal mio paese, non ricordo niente, non voglio. Sono arrivato a Losanna quasi quattro anni fa, da solo, mamma è rimasta a Teheran, è analfabeta, malata, depressa, con una grave malattia agli occhi, ho visto che chiamarla al telefono faceva troppo male, a lei e a me, così ho smesso, poi una notte ho sognato che ero in un bazar, mio fratello mi veniva incontro, mi abbracciava, e mi chiedeva: perché non vieni più a trovarci? Sembrava tutto vero, potevo toccarlo, così ho ripreso a telefonare, una volta a settimana". Dice che a sparare per sport bisogna avere la testa libera e lui non riesce a separarsi da alcune brutte cose, che mentre sta per tirare al posto del bersaglio gli appare la madre, che non vede più, e la famiglia. L'altro ieri ha ottenuto il passaporto afgano, quindi se si qualificherà per i Giochi non sarà più nella squadra dei rifugiati. "Da una parte sono contento, perché Rohullah Nikpai, nel taekwondo, è l'unico del mio Paese ad aver vinto due bronzi olimpici, a Pechino e a Londra, dall'altra mi dispiace perché sono e mi sento un rifugiato e vorrei far capire a tutti che anche noi possiamo fare qualcosa di buono nella vita. Non siamo rifiuti e chissà se mia madre potrà ascoltare il mio nome in tv". Khaoula viene da un Paese arabo, studiava, era cintura verde di karate, famiglia di cinque persone, è arrivata in Svizzera quattro anni fa. "Se resti dove c'è la guerra o muori o ti ammali, di mancanza di speranza, vedi e consumi solo devastazione, devi cambiare, decidere di provare. Poi sono rimasta incinta di Ram, ora spero di guadagnarmi una borsa di studio per riprendere a studiare amministrazione. Sparare ti costringe a concentrarti sul target, devi sentire il tuo respiro, vedere davanti, eliminare quella nebbia di negatività che tende a farti prigioniera. Devi crederci". Luna ha 25 anni, ha gli occhi da gazzella, viene dall'Africa, zona rurale, dove ha lasciato la famiglia, quattro fratelli e quattro sorelle, il padre è morto, lei giocava a volley e a calcio, ora è in prova in un asilo, capire la disciplina dello sport le è un po' ostico, ma sua madre è contentissima che lei impari a sparare. "Però bisogna avere la testa leggera, mentre chi è fuggito ce l'ha piena. E come fai a fermare il battito dei ricordi?". Chi insegna loro come si fa è Niccolò Campriani, "il Maradona del tiro", 31 anni, tre ori olimpici (1 a Londra, 2 a Rio), che ora ha un contratto con il Cio a Losanna e che ha varato questo suo progetto personale che si affianca a quello del team dei rifugiati voluto dal presidente Bach. "Riuscire in 500 giorni ad allenare e a qualificare questi ragazzi per Tokyo 2020 è il mio ultimo colpo. Nelle selezioni sono stato chiaro: noi non tiriamo a sagome, non siamo cacciatori, ho eliminato un ragazzo che diceva di essere alla prima volta, ma da come appoggiava la carabina alla spalla ho capito che era un ex cecchino. Grazie no, non chi ha sparato in guerra". Il debutto oggi e domani come fuori quota ai campionati italiani di tiro a segno a Bologna. Intanto Mahdi fa disegni concentrici, proprio come i bersagli. "Mi sento responsabile per tutti i rifugiati. Vorrei riuscire ad essere un esempio, soprattutto per la mia famiglia. Mirare ai propri sogni significa saperli proteggere, e smettere di avere paura".