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 Il vincitore del Tour Egan Bernal, 22 anni (reuters)

La poesia e il dramma. Perché è stato un Tour bellissimo

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Finito il catenaccio Sky, Bernal ha vinto una corsa all’antica. Non cambiare, Alaphilipp
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PARIGI - Un bel Tour? No, un bellissimo Tour. So di non dire nulla di nuovo e so di essere in abbondante compagnia, in sala stampa. Al settimo cielo i colombiani, soddisfatti gli inglesi, gli olandesi, i belgi, tutto sommato anche gli italiani. Un po' meno gli spagnoli (la tattica della Movistar è un vero rebus). Molto meno, ma a testa alta e orgogliosi, i francesi. Al settimo cielo, fino a tre giorni dalla fine, pensavano o sognavano di andarci loro, 34 anni dopo Hinault, e invece no. Il più deludente, Bardet, va sul podio con la maglia di migliore scalatore. È passato in testa su un solo colle, è detto tutto. Il vero podio, quello del più combattivo, è di Alaphilippe, e non si discute.

In rapporto a una corsa di tre settimane, tormentata dal caldo e bloccata da una grandinata biblica e da una frana, cos'è la bellezza? È l'incertezza, lo scontro aperto, il gusto della sfida, qualcosa di meno meccanico, di più…
PARIGI - Un bel Tour? No, un bellissimo Tour. So di non dire nulla di nuovo e so di essere in abbondante compagnia, in sala stampa. Al settimo cielo i colombiani, soddisfatti gli inglesi, gli olandesi, i belgi, tutto sommato anche gli italiani. Un po' meno gli spagnoli (la tattica della Movistar è un vero rebus). Molto meno, ma a testa alta e orgogliosi, i francesi. Al settimo cielo, fino a tre giorni dalla fine, pensavano o sognavano di andarci loro, 34 anni dopo Hinault, e invece no. Il più deludente, Bardet, va sul podio con la maglia di migliore scalatore. È passato in testa su un solo colle, è detto tutto. Il vero podio, quello del più combattivo, è di Alaphilippe, e non si discute.

In rapporto a una corsa di tre settimane, tormentata dal caldo e bloccata da una grandinata biblica e da una frana, cos'è la bellezza? È l'incertezza, lo scontro aperto, il gusto della sfida, qualcosa di meno meccanico, di più umano. È lo sport che assume varie facce, dalla poesia al dramma, dalle trombe della vittoria alle campane a morto. È una serie di scatole cinesi, è la sorpresa (Ciccone in giallo). È la resistenza e l'attesa di Nibali. La resistenza alle critiche e all'umiliazione dei pesanti distacchi, l'attesa del giorno (l'ultimo) in cui ricordare i morti con un dito al cielo e ricordare ai vivi che lui non è finito, c'è ancora Vincenzo nostro, anche se portarlo al Tour è stato un errore.

Bellezza è Caruso che fa da gregario a Nibali e Nibali che fa da gregario a Caruso. È il rovesciamento delle gerarchie, che nel ciclismo esistono ma non rigide come nella vita militare, che pure col suo linguaggio ha invaso il ciclismo: attaccanti, difensori, fuggitivi (qui non è un disonore), grandi manovre, imboscate, combattenti, caduti con le armi in pugno, capitani e luogotenenti. L'Ineos, cioè Brailsford, ha deciso giovedì sera che in giallo a Parigi doveva arrivare Bernal. Detto e fatto. Al suo primo Tour, l'anno scorso, Bernal aveva fatto da attendente a due capitani: Froome e Thomas. Fuori causa Froome, a Bernal toccava la parte che fu di Thomas. L'ha recitata bene. Bernal ha vinto, meritando di vincerlo, un Tour che sarà ricordato a lungo, credo, come il Tour di Alaphilippe e Pinot. 

Bellezza è realizzare quello che hai annunciato: Alaphilippe ad Epernay. Bellezza è quando un velocista vince da scalatore: Trentin a Gap. Bellezza è aspettare una volata che non ha un esito scontato, e quanta Italia c'è nelle volate. Meno meccanico, più umano: questa è la grandissima novità del Tour, dopo anni di corsa chiusa a doppio catenaccio dalla superiorità di una squadra, Sky, che nessuno osava scalfire. Con la sola eccezione di Nibali nel '14, il Tour è stato vinto dagli uomini di Brailsford, pistard riciclati dopo ferrea dieta (Wiggins, Thomas) ed elementi sgraziati ma molto portati a sacrifici da fachiri (Froome). Forse la bellezza di questo Tour è stata determinata da alcune assenze: Froome, Dumoulin, Roglic, gente abituata a tenere cucita la corsa. Bernal ha una storia diversa, viene dalla mountain bike, è molto giovane ed è sostanzialmente uno scalatore. E ha vinto un Tour mai così avaro di cronometro. Ci sta. Ha vinto la regolarità unita al talento, ha vinto la squadra più forte, anche se un po' meno forte che in passato. Moscon e specialmente Kwiatkowski sono stati al disotto delle aspettative. Ineos: primo e secondo gradino del podio, ma senza vincere una tappa. Bernal lo avrebbe fatto, Simon Yates permettendo, ma la neutralizzazione per maltempo gli ha tolto questa soddisfazione. Relativa, visto che ha portato la maglia gialla a Parigi e in Colombia e a Cuorgnè e ad Andorra, dove ha comprato casa. Come Alaphilippe, il primo a incendiare il Tour, a stappare la corsa. Che sia accaduto ad Epernay, nel cuore della Champagne, può essere una coincidenza.

Come nella favola del re nudo, il moschettiere Alaphilippe annuncia e dimostra che non c'è un solo modo di interpretare la corsa, ma anche un altro, il suo. E molti lo imitano. Una corsa scatenata è una corsa senza catene. Un Tour à l'ancienne, all'antica lo abbiamo definito. Invece è questo il vero spirito del ciclismo, molto più moderno e avvincente di una corsa di automi telecomandati. È un ciclismo che riporta la chiesa al centro del villaggio, come amava dire Rudi Garcia. Riporta il corridore al centro della corsa e il corridore è un uomo che corre in bici portandosi addosso sogni e speranze suoi e, via via, di tanti altri, di un'intera nazione. "Sognare è pericoloso", ha detto Alaphilippe. "Non ho mai pensato di vincere il Tour, ho sempre detto che avrei vissuto alla giornata e così ho fatto, e di più non potevo fare. Sapevo che sarei saltato in aria. Ho lottato col cuore, con le trippe, ho lasciato la pelle per strada. Mai stato così felice". 

Cambierà preparazione, cercherà di diventare un uomo da corse a tappe? "Non lo so, è presto per parlarne. Si può cambiare preparazione ma non mentalità. Con la mia, da attaccante, sono cresciuto ogni anno". Spero che non cambi, né preparazione né mentalità. Se uno nasce quadrato non muore tondo, gli direbbe Rino Gattuso. Sui Campi Elisi Alaphilippe è il più applaudito, come sfilasse su un cavallo bianco. Thibaut Pinot non ha questo piacere. Ha raddrizzato il suo Tour, dopo la grave distrazione sui ventagli, verso Albi, con un'azione entusiasmante sul Tourmalet. Era pronto ad attaccare sulle Alpi, è uscito dalla porta di servizio, impotente. Era lui, Thibaut il Maledetto come lo chiamano i giornali per la jella, la speranza più fondata dei francesi. Ora è sommerso da una commossa ma anche gommosa ondata di compassione. Altri sono caduti: Fuglsang, Van Aert che è stato nuovamente operato alla coscia squarciata nella crono di Pau. Pinot è caduto nella disperazione per evitare una caduta sulla strada. Era sicuro di vincere, non è più sicuro di nulla. Sensibile com'è, il forzato ritiro di venerdì gli rimarrà a lungo come una lisca in gola.