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Eniola Aluko (ansa)

"Stufa di essere trattata da diversa". Aluko l'attaccante farà l'avvocato

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La calciatrice nigeriana ha denunciato il suo disagio sul “Guardian”. Ora tornerà a Londra Le sue compagne: “Non ce l’aspettavamo,ci mancherà”  
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TORINO — Eniola non gioca più, se ne va. Ma le altre non capiscono. «Non ce l’aspettavamo, non così» dicono le sue compagne della Juventus che stasera le daranno il cinque per l’ultima volta, a Vercelli, nella partita contro la Fiorentina, cioè la prima contro la terza del campionato. Non se l’aspettavano perché in questa storia di forte disagio a sfondo razziale, di sofferenza spiegata con uno scritto sul "Guardian" — quello in cui Eniola rivela di essere stufa di sentirsi come Pablo Escobar a ogni controllo in aeroporto e di essere guardata come una ladra in ogni negozio — mancano l’episodio scatenante e i buuu alla Balotelli. Siccome non è accaduto, si pensa che una giovane atleta dalla pelle scura non possa essersi sentita trattare come una diversa. E invece, proprio di questo si sta parlando.

«Torino non è così, è una città aperta, anche se le paro…
TORINO — Eniola non gioca più, se ne va. Ma le altre non capiscono. «Non ce l’aspettavamo, non così» dicono le sue compagne della Juventus che stasera le daranno il cinque per l’ultima volta, a Vercelli, nella partita contro la Fiorentina, cioè la prima contro la terza del campionato. Non se l’aspettavano perché in questa storia di forte disagio a sfondo razziale, di sofferenza spiegata con uno scritto sul "Guardian" — quello in cui Eniola rivela di essere stufa di sentirsi come Pablo Escobar a ogni controllo in aeroporto e di essere guardata come una ladra in ogni negozio — mancano l’episodio scatenante e i buuu alla Balotelli. Siccome non è accaduto, si pensa che una giovane atleta dalla pelle scura non possa essersi sentita trattare come una diversa. E invece, proprio di questo si sta parlando.

«Torino non è così, è una città aperta, anche se le parole di Eniola Aluko pesano come macigni», commenta la sindaca Chiara Appendino. «Negli ultimi tempi qualcosa in Italia è cambiato in peggio, però non dobbiamo rassegnarci».

Non gioca più, Eniola detta Eni, ed è per sempre. «Farò l’avvocato, è la mia professione, cercherò a Londra nuove sfide». Forse non siamo stati noi italiani a farle passare del tutto la voglia di prendere a calci un pallone, ma insomma, neanche gliel’abbiamo rafforzata. Eni ha 32 anni, la sua carriera stava comunque terminando e l’ultima stagione sportiva è stata difficile: solo un gol segnato, per lei che nella scorsa annata ne aveva infilati in porta 16 ed era stata l’attaccante juventina migliore. Dopo scudetto, Coppa Italia e Supecoppa nel primo anno in bianconero, qualche problema in campo ma nulla che possa renderla più sensibile del dovuto al clima umano che la circonda. «A volte, Torino mi sembra indietro qualche decennio».

E allora questo lento e silenzioso dolore va forse cercato nella quotidianità dei gesti e delle consuetudini, non nel fatto eclatante o clamoroso. Come quella volta che al supermercato chiesero a Eni di lasciare lo zainetto alla cassa, mentre gli altri clienti potevano tenere con sé le borse: lei aveva in mano un pacco di pasta e un vasetto di pesto. «Pensate che li volessi rubare?», chiese, e poi mostrò il logo della Juve dicendo «io gioco in questa squadra». Le scuse non vennero accettate ed Eniola raccontò l’episodio sul suo blog.
Con lei, è meglio starci attenti. Veterana della nazionale inglese (è nata in Nigeria ma è naturalizzata) con 102 presenze, un argento europeo e un bronzo mondiale, fece licenziare il coatch Mark Sampson accusato — anche lui — di razzismo. E passò una grana pure l’allenatore dei portieri Lee Kendell, che un bel giorno pensò di rivolgersi a lei marcando l’accento africano per prenderla in giro: Eni lo ha accusato in pubblico. Assai incauto è stato l’ex calciatore Andy Townsend, che nel corso di un programma radiofonico della Bbc si è rivolto a Eniola chiamandola “love” e ricevendo all’istante un’accusa di sessismo.

Insomma, Eni Aluko non incassa ma risponde, è un’attaccante anche nella vita e non solo in campo. Se ne accorsero quand’era bambina le compagne di classe che la chiamavano “noce di cocco”, ma anche la persona che nel corso di un colloquio orientativo di lavoro le disse: «Dunque lei vorrebbe fare l’avvocato, e perché non l’infermiera?» Se Eni a quel tempo fosse già stata una calciatrice piuttosto nota e ascoltata, anche quel tizio non l’avrebbe passata liscia. Nella stagione della ripetuta vergogna razzista nel calcio, degli insulti a Balotelli e Lukaku e degli inaccettabili commenti di alcuni presidenti come Lotito e Cellino, le parole di Eni ci dicono che la nostra è una civiltà solo in apparenza evoluta. E che sono i continui segnali di razzismo sottotraccia a logorare, entrando nel profondo come la famosa goccia che scava la pietra. Un controllo in treno solo perché si ha la pelle scura, i cani antidroga al terminal dell’aeroporto, lo zaino da lasciare al cassiere del market per evitare che ci scivoli dentro la presunta refurtiva sono il passo avanti segnato da una ragazza che gioca (giocava, fino a stasera) a calcio per indicarci dove sbagliamo. Mica c’è bisogno di fare il gesto della scimmia a un nero per offenderlo, purtroppo.

«Eni è un’amica, ci mancherà e speriamo di vincere un’ultima volta insieme» le dicono le compagne. Eniola le ha salutate con un video sui social e con la frase simbolo della Juve: “fino alla fine”. Ma questa, come fine, è bruttissima.