Coppi, sessant'anni fa la scomparsa. E l'inizio della leggenda
Maurizio Crosetti , di MAURIZIO CROSETTIIl 2 gennaio 1960 la scomparsa del grande ciclista, causata da una puntura d’insetto in quell’Africa che aveva iniziato ad amare in un campo di concentramento alleato
Fausto Coppi sono cent'anni che nasce (ormai, centouno) e sessanta che muore. Sessanta giusti proprio oggi. Sono sessant'anni che muore nello stesso assurdo modo, inaccettabile e fatale, una morte portata dal destino. Una morte "impossibile". Di malaria, a quarant'anni, nel 1960, non nell'Ottocento, dopo una corsa in Alto Volta come si chiamava allora (oggi è il Burkina Faso), un'esibizione a pagamento organizzata da alcuni campioni francesi tra cui Anquetil: mancava Bobet, così invitarono Fausto sapendo quanto amasse la caccia.
Lui andò, scattò molte fotografie con la sua Rolleiflex, sparò deluso qualche colpo senza abbattere com'è ovvio alcun leone, corse quella gara improbabile insieme ad alcuni ciclisti locali, si fece spolpare dalle zanzare nelle infinite notti africane e tornò a Novi Ligure pochi giorni prima del Natale 1959, fiacco e febbricitante. Si fece visitare dal medico condotto, è i…
Lui andò, scattò molte fotografie con la sua Rolleiflex, sparò deluso qualche colpo senza abbattere com'è ovvio alcun leone, corse quella gara improbabile insieme ad alcuni ciclisti locali, si fece spolpare dalle zanzare nelle infinite notti africane e tornò a Novi Ligure pochi giorni prima del Natale 1959, fiacco e febbricitante. Si fece visitare dal medico condotto, è i…
Fausto Coppi sono cent'anni che nasce (ormai, centouno) e sessanta che muore. Sessanta giusti proprio oggi. Sono sessant'anni che muore nello stesso assurdo modo, inaccettabile e fatale, una morte portata dal destino. Una morte "impossibile". Di malaria, a quarant'anni, nel 1960, non nell'Ottocento, dopo una corsa in Alto Volta come si chiamava allora (oggi è il Burkina Faso), un'esibizione a pagamento organizzata da alcuni campioni francesi tra cui Anquetil: mancava Bobet, così invitarono Fausto sapendo quanto amasse la caccia.
Lui andò, scattò molte fotografie con la sua Rolleiflex, sparò deluso qualche colpo senza abbattere com'è ovvio alcun leone, corse quella gara improbabile insieme ad alcuni ciclisti locali, si fece spolpare dalle zanzare nelle infinite notti africane e tornò a Novi Ligure pochi giorni prima del Natale 1959, fiacco e febbricitante. Si fece visitare dal medico condotto, è influenza disse costui, invece era malaria. In pochi giorni Fausto morì.
Una fine romantica e terribile, in linea con un personaggio romanzesco che aveva vissuto molte vite in una, e tutto in due decadi, dai vent'anni ai quaranta: il primo Giro d'Italia vinto ragazzino come debuttante e gregario "liberato" da Bartali, poi la guerra, la prigionia in Africa dove la malattia che lo avrebbe poi ucciso aveva cominciato a farsi il nido nel suo sangue, il ritorno, la carriera che ricomincia, gli anni della gloria assoluta pedalando nell'Italia della ricostruzione fino alle soglie del boom, i Giri e i Tour e le classiche e il mondiale (invece il record dell'ora se l'era preso sotto e bombe a Milano, prima di partire soldato, illudendosi che quell'impresa lo avrebbe esonerato dalla leva: figurarsi). Ma anche l'amore fuori dal matrimonio con una donna sposata e con figli entrambi, l'addio alla prima famiglia, un altro figlio col suo stesso nome, Fausto, Faustino, nato nel 1955 in Argentina ma con la possibilità legale di portare quel cognome solo nel 1978, l'Italia divisa e per lo più bigotta, il processo per adulterio, la condanna (per Giulia Occhini, la Dama Bianca, anche qualche notte in prigione), infine la coda malinconica di una carriera che nell'ultimo anno di corse e di vita lo vide quasi sempre sconfitto, non rare volte staccato, persino fischiato.
Poi l'Africa, le zanzare, il ritorno a casa, il malessere sempre più forte, il ricovero tardivo in ospedale a Tortona, nemmeno un esame del sangue e meno che mai il chinino che forse, chissà, avrebbe potuto salvarlo (ma il fisico di Coppi era ormai debolissimo, allo stremo, condannato), l'agonia e la morte sotto gli occhi di un Paese incredulo, come tramortito. Splendeva il sole, nel giorno della sepoltura sulla collina di Castellania coperta di neve, e Bartali pianse.
Da sessant'anni Fausto Coppi, classe 1919, continua a morire nel ricordo. E' stato con ogni probabilità il più grande atleta nella storia del nostro sport, complice anche lo scenario in cui si mosse, quell'Italia ferita e sconfitta ma non arresa di cui Fausto, Ginettaccio e il Grande Torino rappresentarono la speranza di una vita nuova, tutta quella formidabile scintillante vita di vette, cadute e solitudine, prima di perdere per sempre quella vera. Un sempre che non finisce mai.
Lui andò, scattò molte fotografie con la sua Rolleiflex, sparò deluso qualche colpo senza abbattere com'è ovvio alcun leone, corse quella gara improbabile insieme ad alcuni ciclisti locali, si fece spolpare dalle zanzare nelle infinite notti africane e tornò a Novi Ligure pochi giorni prima del Natale 1959, fiacco e febbricitante. Si fece visitare dal medico condotto, è influenza disse costui, invece era malaria. In pochi giorni Fausto morì.
Una fine romantica e terribile, in linea con un personaggio romanzesco che aveva vissuto molte vite in una, e tutto in due decadi, dai vent'anni ai quaranta: il primo Giro d'Italia vinto ragazzino come debuttante e gregario "liberato" da Bartali, poi la guerra, la prigionia in Africa dove la malattia che lo avrebbe poi ucciso aveva cominciato a farsi il nido nel suo sangue, il ritorno, la carriera che ricomincia, gli anni della gloria assoluta pedalando nell'Italia della ricostruzione fino alle soglie del boom, i Giri e i Tour e le classiche e il mondiale (invece il record dell'ora se l'era preso sotto e bombe a Milano, prima di partire soldato, illudendosi che quell'impresa lo avrebbe esonerato dalla leva: figurarsi). Ma anche l'amore fuori dal matrimonio con una donna sposata e con figli entrambi, l'addio alla prima famiglia, un altro figlio col suo stesso nome, Fausto, Faustino, nato nel 1955 in Argentina ma con la possibilità legale di portare quel cognome solo nel 1978, l'Italia divisa e per lo più bigotta, il processo per adulterio, la condanna (per Giulia Occhini, la Dama Bianca, anche qualche notte in prigione), infine la coda malinconica di una carriera che nell'ultimo anno di corse e di vita lo vide quasi sempre sconfitto, non rare volte staccato, persino fischiato.
Poi l'Africa, le zanzare, il ritorno a casa, il malessere sempre più forte, il ricovero tardivo in ospedale a Tortona, nemmeno un esame del sangue e meno che mai il chinino che forse, chissà, avrebbe potuto salvarlo (ma il fisico di Coppi era ormai debolissimo, allo stremo, condannato), l'agonia e la morte sotto gli occhi di un Paese incredulo, come tramortito. Splendeva il sole, nel giorno della sepoltura sulla collina di Castellania coperta di neve, e Bartali pianse.
Da sessant'anni Fausto Coppi, classe 1919, continua a morire nel ricordo. E' stato con ogni probabilità il più grande atleta nella storia del nostro sport, complice anche lo scenario in cui si mosse, quell'Italia ferita e sconfitta ma non arresa di cui Fausto, Ginettaccio e il Grande Torino rappresentarono la speranza di una vita nuova, tutta quella formidabile scintillante vita di vette, cadute e solitudine, prima di perdere per sempre quella vera. Un sempre che non finisce mai.