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(reuters)

L'imbattibile Klopp

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Liverpool in continua evoluzione: da un anno non perde in Premier
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Quando seppe di essere stato ingaggiato da un algoritmo, a Jürgen Klopp venne da ridere, cosa che peraltro fa spesso e forte, perfino in campo. Se a sceglierlo fosse stato un presidente in carne e ossa, uno dei tanti, uno come tanti, probabilmente non avrebbe avuto quattro anni di tempo per lavorare tranquillo, senza nemmeno vincere un trofeo, sentendosi dare del sopravvalutato, oppure peggio: uno che perde le finali. Non era molto tempo fa, solo la primavera scorsa, lo stesso uomo oggi è campione d'Europa, del mondo e non perde da un anno esatto in Premier, il torneo dei migliori allenatori. Questa ultima cosa in sé non sarebbe poi così speciale, come sanno da 41 anni i tifosi a Perugia e da 40 esatti quelli della Real Sociedad nei Paesi Baschi, gli unici due posti in Europa dove sono riusciti a chiudere un campionato senza sconfitte e senza lo scudetto. Ma sono i 13 punti di vantaggio con una partita in meno, nel campionato che ci piace definire come il…
Quando seppe di essere stato ingaggiato da un algoritmo, a Jürgen Klopp venne da ridere, cosa che peraltro fa spesso e forte, perfino in campo. Se a sceglierlo fosse stato un presidente in carne e ossa, uno dei tanti, uno come tanti, probabilmente non avrebbe avuto quattro anni di tempo per lavorare tranquillo, senza nemmeno vincere un trofeo, sentendosi dare del sopravvalutato, oppure peggio: uno che perde le finali. Non era molto tempo fa, solo la primavera scorsa, lo stesso uomo oggi è campione d'Europa, del mondo e non perde da un anno esatto in Premier, il torneo dei migliori allenatori. Questa ultima cosa in sé non sarebbe poi così speciale, come sanno da 41 anni i tifosi a Perugia e da 40 esatti quelli della Real Sociedad nei Paesi Baschi, gli unici due posti in Europa dove sono riusciti a chiudere un campionato senza sconfitte e senza lo scudetto. Ma sono i 13 punti di vantaggio con una partita in meno, nel campionato che ci piace definire come il più competitivo, a fare del Liverpool la squadra del decennio prima che il decennio inizi.
Lo è perché ha una sua identità chiara senza essere ideologica. Se si domanda a Klopp quali siano i suoi modelli di riferimento, nella lista troveremo il nome di Arrigo Sacchi. Lo dice da almeno sei anni. Curioso perché Sacchi si sente anche l'albero maestro di Guardiola. Sei-sette anni fa, a molti il Borussia Dortmund dava l'impressione di essere un calco possibile del Barça, avendo in Subotic e Hummels due signori del giro palla basso, in Gündogan un organizzatore spagnoleggiante e in Götze una miniatura di Messi assai alla moda (all'epoca). Ma era un accostamento che Klopp rigettava con un certo disgusto, sostenendo nelle interviste che "il calcio di Guardiola non è il mio sport, non è la mia filosofia, non mi piace il calcio della serenità, mi piace il calcio delle battaglie". Altrimenti, aggiungeva, meglio il tennis (nella sua visione del mondo il tennis è la terza cosa peggiore dopo l'intervallo di una partita e uno sbadiglio).
Oggi è Guardiola ad aver messo un pezzo dell'eresia di Klopp dentro i suoi dogmi. Palla a terra? Roba vecchia. Il City è la squadra che crossa di più. L'idea che il suo calcio dovesse essere un modello universale è andata in crisi nel 2016, quando accadono tre cose sotto gli occhi di chi ha voglia di unire i puntini. La prima: il Leicester vince la Premier con la terzultima percentuale di possesso palla, e le due squadre che gli stanno sotto in questa voce - West Bromwich e Sunderland - non retrocedono. La seconda: l'Atletico Madrid gioca la seconda finale di Coppa dei Campioni in tre anni grazie alla bestemmia di Diego Simeone, secondo cui le antiche barricate hanno una loro dignità. "Non vince chi ha i migliori soldati ma chi li sa usare meglio" dirà un paio di volte il fondatore del cholismo, vicino a Max Allegri nella visione pragmatica del gioco ma distante - come si vede - nell'interpretare la funzione di un allenatore. Quell'Atletico che si veste di arretratezza in realtà si difende usando strategie rugbistiche, all'avanguardia, dividendo il campo in quadrilateri, portando pressione e tackle laddove non vuole che finisca il pallone. Insomma: sarà barbaro ma dietro ha un pensiero. La terza cosa che succede nell'anno 2016 è che agli Europei cinque delle otto nazionali con il maggior possesso palla vanno a casa prima dei quarti di finale, inclusa la Spagna, modello fino a quattro anni prima pure per l'Italia di Prandelli.
È questo l'anno del certificato di nascita di un altro calcio possibile, fuori dal circuito egemone del magnifico pensiero di Guardiola. Sul palco della premiazione della Champions sono passati nel decennio scorso il catenaccio di Di Matteo, il pragmatismo di Heynckes, il galactismo di Ancelotti prima e Zidane poi. Scelto dal database del Liverpool come l'allenatore maggiormente in grado di aggiungere valore a una rosa di calciatori, Klopp stava nel frattempo studiando la sintesi possibile di tutti i modelli, dalla modernità di un portiere che gioca con i piedi (Alisson) e di terzini che stanno nella metà campo avversaria (quel fenomeno di Alexander-Arnold e Robertson), alla classicità di un difensore che sa difendere (Van Dijk) e due ali che sanno attaccare (Salah e Mané). Sembrerebbe tutto chiaro e scolpito nella pietra se Klopp non fosse fedele alla sua filosofia rock dell'eterno movimento, se non avesse giovedì sera contro lo Sheffield lasciato intravedere un principio di ulteriore metamorfosi, stabilendo il nuovo record di passaggi in una partita del campionato inglese. Sono stati 969. A chi lo ha tolto? Indovinato. O forse è solo un ultimo sberleffo. Come la linguaccia dei Rolling Stones.