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Eterno Peiró: un gol di rapina cambiò la storia

E' morto a 84 anni il centravanti della Grande Inter. Nel ’65 beffò il Liverpool in Coppa Campioni
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È morto Peiró, ed è come se al primo verso della Divina Commedia qualcuno levasse la parola "cammin", oppure "vita". O forse, quel lago di Como senza più il ramo. Provate a finirla adesso, la filastrocca. Provate a dire d'un fiato Jair, Mazzola, Peiró, Suarez, Corso, JairMazzolaPeiróSuarezCorso. Senza Peiró è una casa senza finestra, è la Madonna senza il velo celeste.

Il verso correva veloce nella sua chiusura, così si leggono le formazioni leggendarie e si recitano a memoria, quasi in apnea, accelerando come quando il centravanti vede la porta. E lui, Joaquín Peiró, era il centravanti della Grande Inter. Fu breve ma intenso il passaggio della sua stella. Tutto è stato veloce, in lui. Il suo gioco di saetta, la sua progressione sui 30 metri ("Mai visto niente di simile", ricorda Mazzola), le due sole stagioni in nerazzurro, ma soprattutto quel gol al Liverpool…
È morto Peiró, ed è come se al primo verso della Divina Commedia qualcuno levasse la parola "cammin", oppure "vita". O forse, quel lago di Como senza più il ramo. Provate a finirla adesso, la filastrocca. Provate a dire d'un fiato Jair, Mazzola, Peiró, Suarez, Corso, JairMazzolaPeiróSuarezCorso. Senza Peiró è una casa senza finestra, è la Madonna senza il velo celeste.

Il verso correva veloce nella sua chiusura, così si leggono le formazioni leggendarie e si recitano a memoria, quasi in apnea, accelerando come quando il centravanti vede la porta. E lui, Joaquín Peiró, era il centravanti della Grande Inter. Fu breve ma intenso il passaggio della sua stella. Tutto è stato veloce, in lui. Il suo gioco di saetta, la sua progressione sui 30 metri ("Mai visto niente di simile", ricorda Mazzola), le due sole stagioni in nerazzurro, ma soprattutto quel gol al Liverpool, il suo gol con una magia concepita in sei secondi appena, ma dentro c'era una vita intera.
Era il 12 maggio del 1965, in semifinale di Coppa dei Campioni l'Inter doveva rimontare il 3-1 di Anfield e quelli erano i Reds formidabili di Bill Shankly. Dopo otto minuti scende morbida su San Siro la foglia morta di Mariolino Corso, punizione fatata, uno a zero. Palla al centro, la riprende subito l'Inter e Mazzola lancia lungo Peiró sulla sinistra, dove lo scozzese Lawrence arriva un attimo prima, abbranca la palla e manda a terra Peiró con una spallata. Qui cominciano i sei secondi che rovesciano il destino. Nei primi due, quel furbacchione di Tommy Lawrence comincia a palleggiare mentre Joaquín si rialza e accende la scintilla dell'idea: rubare quel pallone. Terzo e quarto secondo, il portiere fa rimbalzare ancora una volta la palla a terra ma Peiró allunga il piede sinistro, ruba il tempo, spezza l'attimo e completa lo scippo perfetto. Quinto secondo, la palla passa sul destro. Sesto secondo, la porta è vuota, il piede è di stoffa fina, il colpo è d'interno. Quelli del Liverpool vogliono mangiarsi l'arbitro spagnolo Ortiz ma è tempo perso. Oggi un gol del genere non sarebbe mai convalidato: la palla appartiene al portiere anche mentre la fa rimbalzare, non può essere contrastato. Allora invece Peiró si infilò nell'azione e, in un certo senso, nel regolamento lasco. A quel punto, la partita scivola felice verso il 3-0, nientemeno che di Facchetti al 17' del secondo tempo. La rimonta sarà compiuta e l'Inter potrà aspettare il Benfica di Eusebio nel proprio stadio: 1-0 sotto la tempesta, rete di Jair, la Coppa dei Campioni resta dov'era, visto che l'Internazionale l'aveva già vinta l'anno prima al Prater di Vienna contro il Real Madrid. Lawrence, invece, è scomparso nel 2018 a 77 anni. Nel 2015 un cronista della Bbc durante un servizio lo scambiò per un semplice tifoso del Liverpool: "Senta, lei ricorda il derby con l'Everton del '67?". "Me lo ricordo sì, ero in porta nel Liverpool!". "Davvero? Scusi, mi ricorda il suo nome?". Il video in rete conta milioni di visualizzazioni.

Un gol con tutta una vita dentro: quella di Peiró fu radiosa e timida. Ragazzo prodigio all'Atletico Madrid, poi l'arrivo al Torino con lampi di classe e momenti di scoramento, il suo limite era la debolezza del carattere. Ma Helenio Herrera lo volle con sé e non solo per questioni di hispanidad. All'Inter furono due scudetti, la Coppa dei Campioni, due Intercontinentali ma anche la fatica degli spazi stretti, della concorrenza feroce di Jair e Suarez, altro intreccio spagnolo, e in campionato c'era spazio solo per due stranieri. Joaquín era simpatico, ogni tanto fuggiva con Mazzola dal ritiro per farsi insieme una birretta, il pubblico lo amava ma lui si sentiva precario, sempre nell'incertezza e così alla fine passò alla Roma, dove nel 1969 vincerà una Coppa Italia segnando un gol talmente bello al Foggia da obbligare tutti i suoi avversari ad applaudirlo mentre lui se ne tornava a centrocampo. Di quell'applauso, nel silenzio di questi giorni assurdi, sembra ancora di sentire l'eco.