Ciao Ezio, l'ultimo artista degli eccessi
Maurizio Crosetti , di MAURIZIO CROSETTISi è spento a 72 anni Vendrame, il 'George Best' del calcio italiano
La sua presunta maledizione è stata, diceva Ezio Vendrame, il più lucente dono di tutta una vita. "Non mi pento di nessun errore, nel commetterli mi sono divertito troppo". Eppure, quanto dolore. C'era la disperazione dell'arte, nel gioco e nello stile umano del più atipico tra i calciatori italiani degli anni Settanta, morto a 72 anni per un tumore che se l'è mangiato piano piano, lui così gracile già da atleta, quando non poteva ingoiare neanche un grissino senza mettersi due dita in gola e vomitarlo. Era tutto ossa, Ezio, tutto scheletro e pensieri. Era pieno di libertà e tentazioni. Nel suo periodo d'oro, con addosso le maglie del Lanerossi Vicenza e del Napoli soprattutto, aveva in testa solo le donne, si considerava un malato di femmine. Il titolo del suo libro più noto, perché Vendrame è stato anche scrittore e poeta, è Se mi mandi in tribuna godo. Non una metafora. Si riferiv…
La sua presunta maledizione è stata, diceva Ezio Vendrame, il più lucente dono di tutta una vita. "Non mi pento di nessun errore, nel commetterli mi sono divertito troppo". Eppure, quanto dolore. C'era la disperazione dell'arte, nel gioco e nello stile umano del più atipico tra i calciatori italiani degli anni Settanta, morto a 72 anni per un tumore che se l'è mangiato piano piano, lui così gracile già da atleta, quando non poteva ingoiare neanche un grissino senza mettersi due dita in gola e vomitarlo. Era tutto ossa, Ezio, tutto scheletro e pensieri. Era pieno di libertà e tentazioni. Nel suo periodo d'oro, con addosso le maglie del Lanerossi Vicenza e del Napoli soprattutto, aveva in testa solo le donne, si considerava un malato di femmine. Il titolo del suo libro più noto, perché Vendrame è stato anche scrittore e poeta, è Se mi mandi in tribuna godo. Non una metafora. Si riferiva, Ezio, a quella volta in cui l'allenatore Vinicio lo tolse dai convocati perché aveva troppo guardato una donna che piaceva a entrambi, e in tribuna Ezio ne puntò un'altra, la sedusse al volo e la portò nei bagni dello stadio, non per guardare una collezione di farfalle.
Ezio Vendrame era una mezz'ala matta, e anche per via della barba scura e dei lunghi riccioli venne battezzato senza troppa fantasia "il George Best italiano". Capace di lanci d'esterno da cinquanta metri, era rapido e molto tecnico e a un certo punto Boniperti se ne invaghì. Chiamò Gianni Agnelli e gli disse: "Avvocato, ho trovato il Mario Kempes italiano". Poi non se ne fece nulla, però Ezio non tramontò per questo. Si tramanda una memorabile vittoria del suo Vicenza a San Siro contro l'Inter, quando Vendrame fece ammattire Facchetti. Un'altra volta baciò sulla bocca un terzino inglese un po' troppo insistente nella marcatura. Oppure, chiese scusa a Rivera per un tunnel.
Ezio era stato un bambino cresciuto dalla sofferenza. Friulano di Casarsa della Delizia, che bellissimo nome, fu messo in orfanotrofio a sette anni anche se il papà e la mamma li aveva ancora. Un trauma spaventoso. "Ci portavano a spasso con un guinzaglio". Il talento di giocatore si manifestò presto, nelle giovanili dell'Udinese, dove per arrotondare la paga vendeva pentole porta a porta. Troppo irregolare per non essere emarginato. Negli anni della serie A, ripeteva ai compagni: "Sveglia, non possiamo vivere solo di calcio!" Ma era un folle. Una volta tornò da una trasferta in Inghilterra con la valigetta piena di vibratori. "Sentivo solo odore di femmine, dappertutto". Come atleta si consumò presto, come uomo costruì proprio su quella consunzione ogni cosa. Cominciò a scrivere poesie. Una volta diede appuntamento per un'intervista a Gianni Mura, che ovviamente lo adorava, al cimitero di Casarsa del Friuli, accanto alla tomba di Pier Paolo Pasolini: "Il più vivo tra i miei compaesani", spiegò a Gianni. Un'altra volta, durante un'azione si mise in piedi sulla palla e scrutò l'orizzonte in cerca di compagni. Quei compagni che, un altro giorno ancora, si mise a dribblare fingendo poi di segnare nella propria porta, solo che uno spettatore morì d'infarto. "Se un cardiopatico viene a veder giocare me, lo considero un suicidio". Ma non era un cinico. Acquistò un cappotto di cachemire da 70 mila lire (in euro, aggiungete almeno uno zero) e poi lo regalò a uno zingaro: "Ne ha più bisogno di me".
Fece anche l'istruttore dei ragazzi, dai quali voleva essere chiamato Ezio e non mister. "La squadra migliore da allenare è una squadra di orfani": è una frase della quale in molti hanno rivendicato la paternità, ma pare fosse proprio di Vendrame, lui che di orfani s'intendeva, purtroppo. Amava la chitarra, Alda Merini, il vino clintòn e Dino Campana. "Quanto pesa il dolore/sulle piccole spalle di un'anima", scrisse. E quelle spalle magre erano le sue.
Ezio Vendrame era una mezz'ala matta, e anche per via della barba scura e dei lunghi riccioli venne battezzato senza troppa fantasia "il George Best italiano". Capace di lanci d'esterno da cinquanta metri, era rapido e molto tecnico e a un certo punto Boniperti se ne invaghì. Chiamò Gianni Agnelli e gli disse: "Avvocato, ho trovato il Mario Kempes italiano". Poi non se ne fece nulla, però Ezio non tramontò per questo. Si tramanda una memorabile vittoria del suo Vicenza a San Siro contro l'Inter, quando Vendrame fece ammattire Facchetti. Un'altra volta baciò sulla bocca un terzino inglese un po' troppo insistente nella marcatura. Oppure, chiese scusa a Rivera per un tunnel.
Ezio era stato un bambino cresciuto dalla sofferenza. Friulano di Casarsa della Delizia, che bellissimo nome, fu messo in orfanotrofio a sette anni anche se il papà e la mamma li aveva ancora. Un trauma spaventoso. "Ci portavano a spasso con un guinzaglio". Il talento di giocatore si manifestò presto, nelle giovanili dell'Udinese, dove per arrotondare la paga vendeva pentole porta a porta. Troppo irregolare per non essere emarginato. Negli anni della serie A, ripeteva ai compagni: "Sveglia, non possiamo vivere solo di calcio!" Ma era un folle. Una volta tornò da una trasferta in Inghilterra con la valigetta piena di vibratori. "Sentivo solo odore di femmine, dappertutto". Come atleta si consumò presto, come uomo costruì proprio su quella consunzione ogni cosa. Cominciò a scrivere poesie. Una volta diede appuntamento per un'intervista a Gianni Mura, che ovviamente lo adorava, al cimitero di Casarsa del Friuli, accanto alla tomba di Pier Paolo Pasolini: "Il più vivo tra i miei compaesani", spiegò a Gianni. Un'altra volta, durante un'azione si mise in piedi sulla palla e scrutò l'orizzonte in cerca di compagni. Quei compagni che, un altro giorno ancora, si mise a dribblare fingendo poi di segnare nella propria porta, solo che uno spettatore morì d'infarto. "Se un cardiopatico viene a veder giocare me, lo considero un suicidio". Ma non era un cinico. Acquistò un cappotto di cachemire da 70 mila lire (in euro, aggiungete almeno uno zero) e poi lo regalò a uno zingaro: "Ne ha più bisogno di me".
Fece anche l'istruttore dei ragazzi, dai quali voleva essere chiamato Ezio e non mister. "La squadra migliore da allenare è una squadra di orfani": è una frase della quale in molti hanno rivendicato la paternità, ma pare fosse proprio di Vendrame, lui che di orfani s'intendeva, purtroppo. Amava la chitarra, Alda Merini, il vino clintòn e Dino Campana. "Quanto pesa il dolore/sulle piccole spalle di un'anima", scrisse. E quelle spalle magre erano le sue.