Viviani: "A porte chiuse il ciclismo non esiste"
Cosimo Cito , di COSIMO CITOIntervista allo sprinter azzurro medaglia d'oro alle Olimpiadi di Rio sulla stagione stravolta: “Mi alleno sui rulli, si può anche impazzire"
Nella singolare stasi di questi giorni Elia Viviani e il ciclismo stanno sperimentando una loro nuova dimensione tecnologica e hanno trovato alcune vaghe certezze. Il velocista della Cofidis, campione europeo su strada e oro olimpico a Rio nell'omnium su pista sta scoprendo la potenziale evoluzione "smart" del suo sport. E intanto nella realtà tradizionale, quella fatta di asfalto e vento, la bicicletta ha di nuovo un'ipotesi di calendario, col Tour tra agosto e settembre, il Giro a ottobre e le Classiche divise tra estate e autunno. La Sanremo il 9 agosto, la Roubaix una settimana dopo, fanno già sensazione: come sarà il Poggio, arroventato dal sole? E la Foresta di Arenberg, il giorno dopo Ferragosto? Tra stasi, paura e futuro, Viviani esordisce oggi nel Giro d'Italia Virtual. Dal salotto di casa, a Udine, girando sui rulli farà pedalare il suo avatar sul percorso di una tappa del Giro 2020, quella con arrivo a Tortoreto. Forse quest…
Nella singolare stasi di questi giorni Elia Viviani e il ciclismo stanno sperimentando una loro nuova dimensione tecnologica e hanno trovato alcune vaghe certezze. Il velocista della Cofidis, campione europeo su strada e oro olimpico a Rio nell'omnium su pista sta scoprendo la potenziale evoluzione "smart" del suo sport. E intanto nella realtà tradizionale, quella fatta di asfalto e vento, la bicicletta ha di nuovo un'ipotesi di calendario, col Tour tra agosto e settembre, il Giro a ottobre e le Classiche divise tra estate e autunno. La Sanremo il 9 agosto, la Roubaix una settimana dopo, fanno già sensazione: come sarà il Poggio, arroventato dal sole? E la Foresta di Arenberg, il giorno dopo Ferragosto? Tra stasi, paura e futuro, Viviani esordisce oggi nel Giro d'Italia Virtual. Dal salotto di casa, a Udine, girando sui rulli farà pedalare il suo avatar sul percorso di una tappa del Giro 2020, quella con arrivo a Tortoreto. Forse questo è il futuro ciclismo, di certo è il presente per gran parte del gruppo, in questa lunghissima quarantena.
Non dev'essere facile, Viviani, per voi ciclisti, abituati all'aria in faccia, pedalare davanti a uno schermo.
"Si può anche impazzire, ma non possiamo fare diversamente. I rulli sono una grande invenzione, ma anche una maledizione. Io personalmente non li ho mai amati. Ma devo farmene una ragione. Ho smesso ora di allenarmi, tre ore".
"Dove" si è allenato?
"Ero sul percorso virtuale dei Giochi di Londra 2012, ho pedalato sulla salita di Box Hill. Con l'app che usiamo, il rullo si indurisce in salita e ci restituisce una sorta di verità in fatto di fatica e allenamento".
Forse il ciclismo ha davvero scoperto il futuro, grazie al virus?
"Mi auguro di no, così non è il massimo della vita. E poi è comunque uno sforzo diverso. Un professionista può piazzarsi molto lontano da amatori abituati a correre solo così. La fatica è la stessa, ma la gestualità è completamente diversa".
In ogni caso, è l'unico allenamento possibile in questo momento.
"Sì, almeno fino al 4 maggio. Dobbiamo attendere le decisioni delle autorità. Lo facciamo volentieri, perché vogliamo dare l'esempio. Restare a casa è l'unica cosa da fare. Quando sarà il momento usciremo, e magari come professionisti potremo chiedere un permesso speciale".
Da quanto tempo non mette il naso fuori di casa?
"Da metà marzo, con poche eccezioni, come fare la spesa o cose così. Se non altro con Elena (ndr Elena Cecchini, la fidanzata, ciclista professionista) stiamo sperimentando la vita quotidiana, non eravamo mai stati un mese di seguito assieme in casa. È quel che di bello mi rimarrà, di questi mesi terribili".
La Milano-Sanremo ad agosto che effetto le fa?
"Strano, anche perché rischia di essere la prima corsa vera e sarà difficile essere subito pronti nella gara più lunga della stagione, quasi 300 km. Proverò ad arrivare al massimo, la Sanremo è il grande obiettivo della mia carriera, la correrei anche due volte l'anno".
Il Giro a ottobre?
"Dipenderà dal meteo. Negli ultimi anni l'inizio dell'autunno è sempre stato bello, quindi sì, mi piace. Prima c'è il Tour. La Cofidis è francese e ci tiene moltissimo".
Prima dell'interruzione aveva corso Mondiali su pista e Parigi-Nizza, con l'angoscia del virus che dilagava. Com'è stato?
"L'UAE Tour a fine febbraio è stato una sorta di focolaio, alcuni corridori sono restati lì per un mese in quarantena, dopo aver contratto il contagio. Ho scambiato molti messaggi con Fernando Gaviria, che è stato anche in ospedale e da poco è riuscito a tornare a casa. Mi ha raccontato cose molto angoscianti. Alla Parigi-Nizza eravamo a porte chiuse, in un'atmosfera surreale. Il ciclismo a porte chiuse non ha senso. Ma spero che quando riprenderemo, tutto venga fatto senza rischi. Un gruppo di corridori è un assembramento, a guardar bene".
Il virus e l'inattività rischiano di lasciare alcuni corridori, specialmente quelli in scadenza di contratto, senza posto in gruppo per il 2021.
"Non è una situazione facile. La nostra squadra è solida, e io ho già un contratto per il 2021. Ma è ovvio che i corridori in scadenza e senza certezze per l'anno prossimo avranno poco tempo per mettersi in mostra. Basterà un infortunio. I mesi di gara sono strettissimi, sarà dura per loro, per tutti".
Da campione olimpico dell'omnium su pista in carica cosa ha pensato del rinvio di Tokyo 2020 all'anno prossimo?
"Tutto sommato è stata una liberazione. E poi potrei passare alla storia come il primo bi-campione olimpico con 5 anni di distanza tra un oro e l'altro. C'è un contro però: quest'anno ho mostrato pochissimo la mia maglia di campione europeo".
È anche uno dei candidati a fare da portabandiera azzurro alla cerimonia inaugurale. Sarebbe il primo ciclista italiano di sempre in quel ruolo: le piace l'idea?
"Un sogno, semplicemente. Sarebbe indimenticabile".
Non dev'essere facile, Viviani, per voi ciclisti, abituati all'aria in faccia, pedalare davanti a uno schermo.
"Si può anche impazzire, ma non possiamo fare diversamente. I rulli sono una grande invenzione, ma anche una maledizione. Io personalmente non li ho mai amati. Ma devo farmene una ragione. Ho smesso ora di allenarmi, tre ore".
"Dove" si è allenato?
"Ero sul percorso virtuale dei Giochi di Londra 2012, ho pedalato sulla salita di Box Hill. Con l'app che usiamo, il rullo si indurisce in salita e ci restituisce una sorta di verità in fatto di fatica e allenamento".
Forse il ciclismo ha davvero scoperto il futuro, grazie al virus?
"Mi auguro di no, così non è il massimo della vita. E poi è comunque uno sforzo diverso. Un professionista può piazzarsi molto lontano da amatori abituati a correre solo così. La fatica è la stessa, ma la gestualità è completamente diversa".
In ogni caso, è l'unico allenamento possibile in questo momento.
"Sì, almeno fino al 4 maggio. Dobbiamo attendere le decisioni delle autorità. Lo facciamo volentieri, perché vogliamo dare l'esempio. Restare a casa è l'unica cosa da fare. Quando sarà il momento usciremo, e magari come professionisti potremo chiedere un permesso speciale".
Da quanto tempo non mette il naso fuori di casa?
"Da metà marzo, con poche eccezioni, come fare la spesa o cose così. Se non altro con Elena (ndr Elena Cecchini, la fidanzata, ciclista professionista) stiamo sperimentando la vita quotidiana, non eravamo mai stati un mese di seguito assieme in casa. È quel che di bello mi rimarrà, di questi mesi terribili".
La Milano-Sanremo ad agosto che effetto le fa?
"Strano, anche perché rischia di essere la prima corsa vera e sarà difficile essere subito pronti nella gara più lunga della stagione, quasi 300 km. Proverò ad arrivare al massimo, la Sanremo è il grande obiettivo della mia carriera, la correrei anche due volte l'anno".
Il Giro a ottobre?
"Dipenderà dal meteo. Negli ultimi anni l'inizio dell'autunno è sempre stato bello, quindi sì, mi piace. Prima c'è il Tour. La Cofidis è francese e ci tiene moltissimo".
Prima dell'interruzione aveva corso Mondiali su pista e Parigi-Nizza, con l'angoscia del virus che dilagava. Com'è stato?
"L'UAE Tour a fine febbraio è stato una sorta di focolaio, alcuni corridori sono restati lì per un mese in quarantena, dopo aver contratto il contagio. Ho scambiato molti messaggi con Fernando Gaviria, che è stato anche in ospedale e da poco è riuscito a tornare a casa. Mi ha raccontato cose molto angoscianti. Alla Parigi-Nizza eravamo a porte chiuse, in un'atmosfera surreale. Il ciclismo a porte chiuse non ha senso. Ma spero che quando riprenderemo, tutto venga fatto senza rischi. Un gruppo di corridori è un assembramento, a guardar bene".
Il virus e l'inattività rischiano di lasciare alcuni corridori, specialmente quelli in scadenza di contratto, senza posto in gruppo per il 2021.
"Non è una situazione facile. La nostra squadra è solida, e io ho già un contratto per il 2021. Ma è ovvio che i corridori in scadenza e senza certezze per l'anno prossimo avranno poco tempo per mettersi in mostra. Basterà un infortunio. I mesi di gara sono strettissimi, sarà dura per loro, per tutti".
Da campione olimpico dell'omnium su pista in carica cosa ha pensato del rinvio di Tokyo 2020 all'anno prossimo?
"Tutto sommato è stata una liberazione. E poi potrei passare alla storia come il primo bi-campione olimpico con 5 anni di distanza tra un oro e l'altro. C'è un contro però: quest'anno ho mostrato pochissimo la mia maglia di campione europeo".
È anche uno dei candidati a fare da portabandiera azzurro alla cerimonia inaugurale. Sarebbe il primo ciclista italiano di sempre in quel ruolo: le piace l'idea?
"Un sogno, semplicemente. Sarebbe indimenticabile".