Federica riaccende lo sport
Alessandra Retico , di Alessandra ReticoPellegrini, primo tuffo fuori dalla quarantena: "Come una bambina, mi manca il fiato"
Il costume più bello, colorato come questo giorno da ricordare: 4 maggio 2020. Dopo 42 giorni di deserto, alle 9.30 di un mattino splendente, il corpo di Federica Pellegrini si ricongiunge col suo elemento naturale.
Un tuffo dove l’acqua non è mai stata così blu. Nella sua piscina, cento metri da casa, ci arriva dopo un viaggio mai stato così lungo, e così duro. Un digiuno così lungo dal cloro non le era mai successo da quando neonata fu messa a mollo da mamma Cinzia. «Dopo sei settimane, like a baby» scherza questa bambina di quasi 32 anni mentre giunge le mani in alto, sale sul blocco di partenza, piega le gambe prima dello splash.
La memoria dell’acqua, quella non cambia. Ma la ricostruzione dell’amore, specie se è brutalmente interrotto, è sempre un lavoro aspro. Solo il virus, l’avversario invisibile e impensabile per lei come per tutti, è riuscito a separarla dal suo ombelico umi…
Un tuffo dove l’acqua non è mai stata così blu. Nella sua piscina, cento metri da casa, ci arriva dopo un viaggio mai stato così lungo, e così duro. Un digiuno così lungo dal cloro non le era mai successo da quando neonata fu messa a mollo da mamma Cinzia. «Dopo sei settimane, like a baby» scherza questa bambina di quasi 32 anni mentre giunge le mani in alto, sale sul blocco di partenza, piega le gambe prima dello splash.
La memoria dell’acqua, quella non cambia. Ma la ricostruzione dell’amore, specie se è brutalmente interrotto, è sempre un lavoro aspro. Solo il virus, l’avversario invisibile e impensabile per lei come per tutti, è riuscito a separarla dal suo ombelico umi…
Il costume più bello, colorato come questo giorno da ricordare: 4 maggio 2020. Dopo 42 giorni di deserto, alle 9.30 di un mattino splendente, il corpo di Federica Pellegrini si ricongiunge col suo elemento naturale.
Un tuffo dove l’acqua non è mai stata così blu. Nella sua piscina, cento metri da casa, ci arriva dopo un viaggio mai stato così lungo, e così duro. Un digiuno così lungo dal cloro non le era mai successo da quando neonata fu messa a mollo da mamma Cinzia. «Dopo sei settimane, like a baby» scherza questa bambina di quasi 32 anni mentre giunge le mani in alto, sale sul blocco di partenza, piega le gambe prima dello splash.
La memoria dell’acqua, quella non cambia. Ma la ricostruzione dell’amore, specie se è brutalmente interrotto, è sempre un lavoro aspro. Solo il virus, l’avversario invisibile e impensabile per lei come per tutti, è riuscito a separarla dal suo ombelico umido: rimandate di un anno i Giochi di Tokyo, sarebbe stata la sua quinta e ultima Olimpiade. E neanche un po’ di quotidianità: rubinetti chiusi. Niente nuoto, niente allenamento, niente routine. Niente acqua, quella che ha scolpito per una vita i suoi muscoli, la sua mente.
E allora sì che ha fame e sete, la pelle arsa, come dopo una traversata nel deserto. Per questo quando arriva a viale Colonnello Galliano 2 a Verona, il centro federale intitolato ad Alberto Castagnetti, il tecnico scomparso nel 2009 e che l’ha resa la campionessa che è, sembra che lieviti in un’altra dimensione. Gli occhi che ridono sopra la mascherina chirurgica. Una bambina al suo primo giorno di scuola. L’ansia e la felicità di quei momenti in cui hai la netta sensazione di fare il tuo trionfale ingresso in un’altra dimensione. Nella vita adulta: eppure Fede è una donna fatta, eppure questa strada l’ha percorsa migliaia di volte, eppure questo rettangolo azzurro è casa sua. Anzi, il suo grembo.
Ci è cresciuta dentro, ci nuota da prima di parlare, ci ha pescato felicità e lacrime. Più felicità che lacrime. Arriva a piedi con Matteo Giunta, l’allenatore che la segue dal 2012. Tuta blu, scarpe da ginnastica e in spalla lo zaino preparato con cura la notte prima di questo strano esame: sono state ore agitate, in Veneto, col governatore Luca Zaia che ha riaperto i lucchetti dello sport nella sua regione per le prove generali di un ritorno alla normalità, o a una sua parvenza. Le visite mediche e la temperatura presa all’ingresso in piscina, quella interna da 25 metri e 5 corsie, sanificata tra sabato e domenica scorsi in attesa di scoprire anche quella da 50 metri a 10 corsie, all’aperto, il direttore tecnico Alberto Nuvolari ci sta già lavorando.
Temperatura dell’acqua fresca, poco oltre i 25 gradi, come piace a Federica. Un paio di colleghi, distanziati, e lo staff tutto con le mascherine. Federica si sveste sulle gradinate, niente doccia, gli spogliatoi sono chiusi e vietati. Questo desiderato, un po’ temuto, tuffo nel passato è anche qualcosa in più: con lei riparte simbolicamente tutto lo sport italiano.
Le braccia che si muovono lente in vasca, caute, come quando si torna nella stretta dell’amato dopo troppo tempo. La felicità perduta, la paura di non riconoscersi, di non essere riconosciuti. Dopo un’ora in vasca, rieccola: «Devo dire che c’è solo da riprendere un po’ di fiato e un po’ di sensibilità. Però dai, pensavo peggio. Sono contenta perché in queste settimane ho lavorato molto a corpo libero e sono riuscita a mantenere forza sulle spalle. Questo mi aiuterà a riprendere, prima, la mia bracciata».
Fede è così: prima di godersela, analizza. «La prima cosa che mi ha detto? Ha fatto una valutazione tecnica» racconta Giunta. «È nel suo stile, la sua capacità di motivarsi e anche di non essere mai soddisfatta».
La forma della sua acqua non cambia. E anche dei suoi ricordi: nel 2006 ebbe un problema complicato alla spalla, poi risolto senza operarsi. E ieri la prima cosa che ha sentito, Federica, è quella lontana paura. Sedimentata nel corpo. «Oggi è stato un bagnetto, per me la cosa importante era farle riprendere contatto con la nostra normalità. Faremo una seduta al giorno per ritrovare un po’ di serenità e confidenza col nuoto. Punto all’aspetto mentale e psicologico, più che di allenamento, visto che non abbiamo obiettivi immediati, il lavoro verso le Olimpiadi lo ricominceremo a settembre. Ero preoccupato che questo stop, doveroso per la salute di tutti, si prolungasse ancora per settimane. A Verona di atleti di interesse nazionale siamo 4 o 5, allenarci a porte chiuse e con le giuste distanze non è problematico e in più gli scienziati sono d’accordo sul fatto che il cloro uccida il virus.
Oggi, comunque, il ritorno in vasca è stato un parto sofferto dopo sei settimane non dico di prigionia, ma di privazione sì». Fede che si allenava a secco, cucinava, stirava, e si chiedeva: ce la farò un altro anno? «Questo sport è quello che ama di più. E si è capito da come ha ripreso oggi, più emozionata del solito: il virus ha fatto apprezzare a tutti le cose che contano nella vita. Fede arriverà a Tokyo ancora più consapevole e leggera, sapendo che comunque ne sarà valsa la pena. E si vedeva stamattina, dai suoi occhi che ridevano». Like a baby.
Un tuffo dove l’acqua non è mai stata così blu. Nella sua piscina, cento metri da casa, ci arriva dopo un viaggio mai stato così lungo, e così duro. Un digiuno così lungo dal cloro non le era mai successo da quando neonata fu messa a mollo da mamma Cinzia. «Dopo sei settimane, like a baby» scherza questa bambina di quasi 32 anni mentre giunge le mani in alto, sale sul blocco di partenza, piega le gambe prima dello splash.
La memoria dell’acqua, quella non cambia. Ma la ricostruzione dell’amore, specie se è brutalmente interrotto, è sempre un lavoro aspro. Solo il virus, l’avversario invisibile e impensabile per lei come per tutti, è riuscito a separarla dal suo ombelico umido: rimandate di un anno i Giochi di Tokyo, sarebbe stata la sua quinta e ultima Olimpiade. E neanche un po’ di quotidianità: rubinetti chiusi. Niente nuoto, niente allenamento, niente routine. Niente acqua, quella che ha scolpito per una vita i suoi muscoli, la sua mente.
E allora sì che ha fame e sete, la pelle arsa, come dopo una traversata nel deserto. Per questo quando arriva a viale Colonnello Galliano 2 a Verona, il centro federale intitolato ad Alberto Castagnetti, il tecnico scomparso nel 2009 e che l’ha resa la campionessa che è, sembra che lieviti in un’altra dimensione. Gli occhi che ridono sopra la mascherina chirurgica. Una bambina al suo primo giorno di scuola. L’ansia e la felicità di quei momenti in cui hai la netta sensazione di fare il tuo trionfale ingresso in un’altra dimensione. Nella vita adulta: eppure Fede è una donna fatta, eppure questa strada l’ha percorsa migliaia di volte, eppure questo rettangolo azzurro è casa sua. Anzi, il suo grembo.
Ci è cresciuta dentro, ci nuota da prima di parlare, ci ha pescato felicità e lacrime. Più felicità che lacrime. Arriva a piedi con Matteo Giunta, l’allenatore che la segue dal 2012. Tuta blu, scarpe da ginnastica e in spalla lo zaino preparato con cura la notte prima di questo strano esame: sono state ore agitate, in Veneto, col governatore Luca Zaia che ha riaperto i lucchetti dello sport nella sua regione per le prove generali di un ritorno alla normalità, o a una sua parvenza. Le visite mediche e la temperatura presa all’ingresso in piscina, quella interna da 25 metri e 5 corsie, sanificata tra sabato e domenica scorsi in attesa di scoprire anche quella da 50 metri a 10 corsie, all’aperto, il direttore tecnico Alberto Nuvolari ci sta già lavorando.
Temperatura dell’acqua fresca, poco oltre i 25 gradi, come piace a Federica. Un paio di colleghi, distanziati, e lo staff tutto con le mascherine. Federica si sveste sulle gradinate, niente doccia, gli spogliatoi sono chiusi e vietati. Questo desiderato, un po’ temuto, tuffo nel passato è anche qualcosa in più: con lei riparte simbolicamente tutto lo sport italiano.
Le braccia che si muovono lente in vasca, caute, come quando si torna nella stretta dell’amato dopo troppo tempo. La felicità perduta, la paura di non riconoscersi, di non essere riconosciuti. Dopo un’ora in vasca, rieccola: «Devo dire che c’è solo da riprendere un po’ di fiato e un po’ di sensibilità. Però dai, pensavo peggio. Sono contenta perché in queste settimane ho lavorato molto a corpo libero e sono riuscita a mantenere forza sulle spalle. Questo mi aiuterà a riprendere, prima, la mia bracciata».
Fede è così: prima di godersela, analizza. «La prima cosa che mi ha detto? Ha fatto una valutazione tecnica» racconta Giunta. «È nel suo stile, la sua capacità di motivarsi e anche di non essere mai soddisfatta».
La forma della sua acqua non cambia. E anche dei suoi ricordi: nel 2006 ebbe un problema complicato alla spalla, poi risolto senza operarsi. E ieri la prima cosa che ha sentito, Federica, è quella lontana paura. Sedimentata nel corpo. «Oggi è stato un bagnetto, per me la cosa importante era farle riprendere contatto con la nostra normalità. Faremo una seduta al giorno per ritrovare un po’ di serenità e confidenza col nuoto. Punto all’aspetto mentale e psicologico, più che di allenamento, visto che non abbiamo obiettivi immediati, il lavoro verso le Olimpiadi lo ricominceremo a settembre. Ero preoccupato che questo stop, doveroso per la salute di tutti, si prolungasse ancora per settimane. A Verona di atleti di interesse nazionale siamo 4 o 5, allenarci a porte chiuse e con le giuste distanze non è problematico e in più gli scienziati sono d’accordo sul fatto che il cloro uccida il virus.
Oggi, comunque, il ritorno in vasca è stato un parto sofferto dopo sei settimane non dico di prigionia, ma di privazione sì». Fede che si allenava a secco, cucinava, stirava, e si chiedeva: ce la farò un altro anno? «Questo sport è quello che ama di più. E si è capito da come ha ripreso oggi, più emozionata del solito: il virus ha fatto apprezzare a tutti le cose che contano nella vita. Fede arriverà a Tokyo ancora più consapevole e leggera, sapendo che comunque ne sarà valsa la pena. E si vedeva stamattina, dai suoi occhi che ridevano». Like a baby.