Ottavio, gelida manina nello scudetto sul vulcano
Gianni Mura , di Gianni MuraBianchi racconta alla figlia Camilla in un libro i segreti dei suoi successi alla guida del Napoli
Esce giovedì “Sopra il vulcano”, il libro che Ottavio Bianchi, ex tecnico del Napoli, ha scritto con la figlia Camilla (Baldini+Castoldi). Ne pubblichiamo la prefazione di Gianni Mura, il grande giornalista di Repubblica scomparso il 21 marzo.
Questa prefazione potrebbe cominciare in due modi. Uno è la parafrasi: «Tutto quello che avreste voluto sapere su Ottavio Bianchi (ma non avete mai osato chiedere)». Anche perché, aggiungo, difficilmente vi avrebbe risposto. E comunque Woody Allen col calcio non ha nulla da spartire. L’altro modo è un gioco: facciamo finta che voi sappiate qualcosa di Ottavio Bianchi, almeno per sommi capi, altrimenti non avreste questo libro tra le mani. Ebbene, sarete sorpresi dal numero di volte in cui penserete: ma guarda un po’, questa non la sapevo. A me, che pure credevo di conoscere Bianchi piuttosto bene, è capitato una ventina di volte. Ne indico tre, che sono fondamentali per capi…
Questa prefazione potrebbe cominciare in due modi. Uno è la parafrasi: «Tutto quello che avreste voluto sapere su Ottavio Bianchi (ma non avete mai osato chiedere)». Anche perché, aggiungo, difficilmente vi avrebbe risposto. E comunque Woody Allen col calcio non ha nulla da spartire. L’altro modo è un gioco: facciamo finta che voi sappiate qualcosa di Ottavio Bianchi, almeno per sommi capi, altrimenti non avreste questo libro tra le mani. Ebbene, sarete sorpresi dal numero di volte in cui penserete: ma guarda un po’, questa non la sapevo. A me, che pure credevo di conoscere Bianchi piuttosto bene, è capitato una ventina di volte. Ne indico tre, che sono fondamentali per capi…
Esce giovedì “Sopra il vulcano”, il libro che Ottavio Bianchi, ex tecnico del Napoli, ha scritto con la figlia Camilla (Baldini+Castoldi). Ne pubblichiamo la prefazione di Gianni Mura, il grande giornalista di Repubblica scomparso il 21 marzo.
Questa prefazione potrebbe cominciare in due modi. Uno è la parafrasi: «Tutto quello che avreste voluto sapere su Ottavio Bianchi (ma non avete mai osato chiedere)». Anche perché, aggiungo, difficilmente vi avrebbe risposto. E comunque Woody Allen col calcio non ha nulla da spartire. L’altro modo è un gioco: facciamo finta che voi sappiate qualcosa di Ottavio Bianchi, almeno per sommi capi, altrimenti non avreste questo libro tra le mani. Ebbene, sarete sorpresi dal numero di volte in cui penserete: ma guarda un po’, questa non la sapevo. A me, che pure credevo di conoscere Bianchi piuttosto bene, è capitato una ventina di volte. Ne indico tre, che sono fondamentali per capire l’uomo, il calciatore, l’allenatore.
1) La prima volta che Bianchi mette piede in un ristorante è da giovane calciatore, in compagnia di Neschy, allenatore delle giovanili del Brescia. A casa sua si cenava con pane e latte. Immagino una famiglia non ricca, eufemismo, ma di grandissima dignità.
2) Al giovane e promettente calciatore Bianchi sfasciano un ginocchio. Allora si smetteva per molto meno. Lui non s’arrende. Mesi e mesi di gesso e di rieducazione dell’arto, un’assicella di legno stretta tra i denti per non urlare dal dolore.
3) A seguire, il lungo gelo col Brescia. Non firma il contratto, si sente trattato da ragazzo di bottega: l’offerta è una cifra ridicola rispetto a quel che sa di valere e all’inferno che ha appena attraversato. Lo firma dopo mesi. Dopo che il sindaco l’ha criticato in piazza e il parroco dal pulpito. È considerato un disertore, un traditore della patria pallonara. Lo firma perché capisce che, con il clima che s’è creato, con le pressioni che continuano a salire, suo padre e suo fratello rischiano il posto di lavoro. A questo punto sarà chiara una cosa: dopo quello che ha passato, quando Bianchi va ad allenare il Napoli (e Maradona) non ha paura di niente e di nessuno. Nemmeno di Ferlaino, il presidente, che quando Bianchi era calciatore l’aveva spedito altrove molto volentieri: un sindacalista di meno.
Ha un peso, nella vicenda, l’opera di mediazione di Italo Allodi sui due fronti: convince Ferlaino a riprendersi il sindacalista, convince Bianchi a tornare con Ferlaino. Molto s’è detto e scritto sui rapporti privilegiati di Allodi con gli arbitri, omettendo che di calcio e di quel che gli ruota intorno capiva veramente e che è stato lui a ideare e lanciare il Supercorso di Coverciano, che ha contribuito a sprovincializzare il nostro calcio. Ed è a Coverciano che nasce il rapporto di stima tra Allodi e Bianchi, che s’è fatto la sua brava gavetta nelle serie inferiori e allenava il Como quando salta fuori la proposta di Napoli. Altro ambiente, altra temperatura, altri mezzi economici, eppure per tre quarti di campionato quel Como in classifica era stato davanti al Napoli di Maradona.
A Napoli Bianchi va accompagnato da un dubbio: perché dovrebbe riuscire lui dove altri che considera maestri (Chiappella, Pesaola) non erano andati oltre un bel piazzamento? Certo, c’è Maradona, ma in passato il Napoli aveva avuto campioni come Altafini, Sivori, Juliano, Zoff, e lo scudetto era rimasto un sogno. Col dubbio, una certezza maturata quando a Napoli giocava: per combinare qualcosa di veramente buono occorreva essere refrattari al calore ambientale, scordarsi i tempi in cui bastava battere una grande squadra del nord per fare festa, una settimana di vacanza mentale e anche fisica per i calciatori. Invece: martellare sulla cultura del lavoro, isolarsi, ridurre al minimo i rapporti con la stampa, azzerare quelli con i club di tifosi.
Essere freddi. Di più: gelidi. Opporre questo gelo al calore del vulcano. Restare freddi, quasi distanti, anche nel momento del trionfo. Restare apparentemente freddi anche di fronte a un comunicato, letto da Garella a nome di tutta la squadra, in cui si affermava che non c’era mai stato rapporto tra allenatore e giocatori. Episodio unico nel nostro calcio, forse anche fuori dai nostri confini. Di gravità estrema. Eppure, dopo questo ammutinamento in piena regola, Bianchi e il Napoli vanno a vincere la Coppa Uefa. Apparentemente freddi, ho scritto, perché qualche cicatrice a Bianchi dev’essere rimasta, ma non l’ha raccontata nemmeno a sua figlia. Molte altre cose, sì. E tante grazie, direte, è sua figlia. «Adesso manca solo che tuo fratello faccia l’arbitro», fu più o meno il commento all’inglese del padre quando Camilla gli comunicò la strada che s’era scelta.
Giornalisti e arbitri erano (forse ancora sono, ma occhio ai social network) in cima alle diffidenze di allenatori e calciatori. Non giornalista sportiva, Camilla: arte, spettacolo, scuola, università, in un quotidiano di provincia bisogna saper pigiare su parecchi tasti. Questa biografia non è un’agiografia, Camilla è stata più giornalista che figlia nello scriverla, e questo mi è piaciuto, anche se l’essere figlia le ha spianato la strada per lunghi colloqui e ricordi che a qualunque altro giornalista sarebbero stati negati. C’è rispetto, questo sì.
Ma anche dettagli su aspetti meno noti: il cambiar casa, il lavoro della madre nel togliere le tende pesanti, nell’eliminare i mobili superflui, la famiglia che torna a Bergamo per consentire a Bianchi la massima libertà sul lavoro. Sono stato in casa Bianchi, a Bergamo alta. Niente, né un pallone né una maglia né una targa né una foto, dice che ci abita un uomo che ha passato mezzo secolo nel calcio. Anche questo è rigore: la nettissima separazione tra casa e lavoro. L’ho visto giocare, anche nel Brescia. Era un centrocampista-incursore, da sette-otto gol a campionato. Poteva essere un 10, gli infortuni l’hanno dirottato su 4 e 6, i numeri dei mediani. E qui mi fermo. Il calcio attuale, basato più sui numeri che sulla tecnica individuale, a lui che ha avuto come primo maestro un esponente della scuola danubiana non piace molto. E nemmeno a me, che come istruttore avevo avuto don Pino, un pretone che giocava senza sollevare la tonaca e quindi era impossibile fargli un tunnel.
Questa prefazione potrebbe cominciare in due modi. Uno è la parafrasi: «Tutto quello che avreste voluto sapere su Ottavio Bianchi (ma non avete mai osato chiedere)». Anche perché, aggiungo, difficilmente vi avrebbe risposto. E comunque Woody Allen col calcio non ha nulla da spartire. L’altro modo è un gioco: facciamo finta che voi sappiate qualcosa di Ottavio Bianchi, almeno per sommi capi, altrimenti non avreste questo libro tra le mani. Ebbene, sarete sorpresi dal numero di volte in cui penserete: ma guarda un po’, questa non la sapevo. A me, che pure credevo di conoscere Bianchi piuttosto bene, è capitato una ventina di volte. Ne indico tre, che sono fondamentali per capire l’uomo, il calciatore, l’allenatore.
1) La prima volta che Bianchi mette piede in un ristorante è da giovane calciatore, in compagnia di Neschy, allenatore delle giovanili del Brescia. A casa sua si cenava con pane e latte. Immagino una famiglia non ricca, eufemismo, ma di grandissima dignità.
2) Al giovane e promettente calciatore Bianchi sfasciano un ginocchio. Allora si smetteva per molto meno. Lui non s’arrende. Mesi e mesi di gesso e di rieducazione dell’arto, un’assicella di legno stretta tra i denti per non urlare dal dolore.
3) A seguire, il lungo gelo col Brescia. Non firma il contratto, si sente trattato da ragazzo di bottega: l’offerta è una cifra ridicola rispetto a quel che sa di valere e all’inferno che ha appena attraversato. Lo firma dopo mesi. Dopo che il sindaco l’ha criticato in piazza e il parroco dal pulpito. È considerato un disertore, un traditore della patria pallonara. Lo firma perché capisce che, con il clima che s’è creato, con le pressioni che continuano a salire, suo padre e suo fratello rischiano il posto di lavoro. A questo punto sarà chiara una cosa: dopo quello che ha passato, quando Bianchi va ad allenare il Napoli (e Maradona) non ha paura di niente e di nessuno. Nemmeno di Ferlaino, il presidente, che quando Bianchi era calciatore l’aveva spedito altrove molto volentieri: un sindacalista di meno.
Ha un peso, nella vicenda, l’opera di mediazione di Italo Allodi sui due fronti: convince Ferlaino a riprendersi il sindacalista, convince Bianchi a tornare con Ferlaino. Molto s’è detto e scritto sui rapporti privilegiati di Allodi con gli arbitri, omettendo che di calcio e di quel che gli ruota intorno capiva veramente e che è stato lui a ideare e lanciare il Supercorso di Coverciano, che ha contribuito a sprovincializzare il nostro calcio. Ed è a Coverciano che nasce il rapporto di stima tra Allodi e Bianchi, che s’è fatto la sua brava gavetta nelle serie inferiori e allenava il Como quando salta fuori la proposta di Napoli. Altro ambiente, altra temperatura, altri mezzi economici, eppure per tre quarti di campionato quel Como in classifica era stato davanti al Napoli di Maradona.
A Napoli Bianchi va accompagnato da un dubbio: perché dovrebbe riuscire lui dove altri che considera maestri (Chiappella, Pesaola) non erano andati oltre un bel piazzamento? Certo, c’è Maradona, ma in passato il Napoli aveva avuto campioni come Altafini, Sivori, Juliano, Zoff, e lo scudetto era rimasto un sogno. Col dubbio, una certezza maturata quando a Napoli giocava: per combinare qualcosa di veramente buono occorreva essere refrattari al calore ambientale, scordarsi i tempi in cui bastava battere una grande squadra del nord per fare festa, una settimana di vacanza mentale e anche fisica per i calciatori. Invece: martellare sulla cultura del lavoro, isolarsi, ridurre al minimo i rapporti con la stampa, azzerare quelli con i club di tifosi.
Essere freddi. Di più: gelidi. Opporre questo gelo al calore del vulcano. Restare freddi, quasi distanti, anche nel momento del trionfo. Restare apparentemente freddi anche di fronte a un comunicato, letto da Garella a nome di tutta la squadra, in cui si affermava che non c’era mai stato rapporto tra allenatore e giocatori. Episodio unico nel nostro calcio, forse anche fuori dai nostri confini. Di gravità estrema. Eppure, dopo questo ammutinamento in piena regola, Bianchi e il Napoli vanno a vincere la Coppa Uefa. Apparentemente freddi, ho scritto, perché qualche cicatrice a Bianchi dev’essere rimasta, ma non l’ha raccontata nemmeno a sua figlia. Molte altre cose, sì. E tante grazie, direte, è sua figlia. «Adesso manca solo che tuo fratello faccia l’arbitro», fu più o meno il commento all’inglese del padre quando Camilla gli comunicò la strada che s’era scelta.
Giornalisti e arbitri erano (forse ancora sono, ma occhio ai social network) in cima alle diffidenze di allenatori e calciatori. Non giornalista sportiva, Camilla: arte, spettacolo, scuola, università, in un quotidiano di provincia bisogna saper pigiare su parecchi tasti. Questa biografia non è un’agiografia, Camilla è stata più giornalista che figlia nello scriverla, e questo mi è piaciuto, anche se l’essere figlia le ha spianato la strada per lunghi colloqui e ricordi che a qualunque altro giornalista sarebbero stati negati. C’è rispetto, questo sì.
Ma anche dettagli su aspetti meno noti: il cambiar casa, il lavoro della madre nel togliere le tende pesanti, nell’eliminare i mobili superflui, la famiglia che torna a Bergamo per consentire a Bianchi la massima libertà sul lavoro. Sono stato in casa Bianchi, a Bergamo alta. Niente, né un pallone né una maglia né una targa né una foto, dice che ci abita un uomo che ha passato mezzo secolo nel calcio. Anche questo è rigore: la nettissima separazione tra casa e lavoro. L’ho visto giocare, anche nel Brescia. Era un centrocampista-incursore, da sette-otto gol a campionato. Poteva essere un 10, gli infortuni l’hanno dirottato su 4 e 6, i numeri dei mediani. E qui mi fermo. Il calcio attuale, basato più sui numeri che sulla tecnica individuale, a lui che ha avuto come primo maestro un esponente della scuola danubiana non piace molto. E nemmeno a me, che come istruttore avevo avuto don Pino, un pretone che giocava senza sollevare la tonaca e quindi era impossibile fargli un tunnel.