✕
(ansa)

Licenziato: Il fallimento che mancava a Balotelli

Via da Brescia per giusta causa. Tra assenze e certificati, duello con Cellino in tribunale
2 minuti di lettura
Forse Mario Balotelli ha preso troppo sul serio lo smart working, e di sicuro la didattica a distanza lo ha fregato: molta distanza e niente didattica. Assente alle riunioni del Brescia su Zoom, assente al campo d'allenamento, assente nalla chat di squadra su WhatsApp e infine licenziato in tronco. Serve del talento per farsi cacciare così, a campionato bloccato, dall'ultima in classifica che in teoria è pure la squadra della tua città. Ma ne serve di più per non accorgersi che il tuo presidente è Massimo Cellino, 32 esoneri di allenatori in carriera, compreso il licenziamento di Ballardini per giusta causa che giusta non era, visto che il tecnico vinse il ricorso. Anche Balotelli ricorrerà: potrà avere dei soldi, non più il posto e chissà se un'altra squadra in Italia, l'ennesima ultima occasione che per lui è sempre la penultima.
Dopo avere marcato visita su Instagram, con una foto disteso sul lett…
Forse Mario Balotelli ha preso troppo sul serio lo smart working, e di sicuro la didattica a distanza lo ha fregato: molta distanza e niente didattica. Assente alle riunioni del Brescia su Zoom, assente al campo d'allenamento, assente nalla chat di squadra su WhatsApp e infine licenziato in tronco. Serve del talento per farsi cacciare così, a campionato bloccato, dall'ultima in classifica che in teoria è pure la squadra della tua città. Ma ne serve di più per non accorgersi che il tuo presidente è Massimo Cellino, 32 esoneri di allenatori in carriera, compreso il licenziamento di Ballardini per giusta causa che giusta non era, visto che il tecnico vinse il ricorso. Anche Balotelli ricorrerà: potrà avere dei soldi, non più il posto e chissà se un'altra squadra in Italia, l'ennesima ultima occasione che per lui è sempre la penultima.
Dopo avere marcato visita su Instagram, con una foto disteso sul letto di dolore, e avere spedito al Brescia il certificato medico (gastroenterite, 6 giorni di mutua), Balotelli non si è fatto vedere al campo ma ha aperto la porta al postino, che ieri mattina gli ha recapitato una lettera firmata dall'avvocato Mattia Grassani: il benservito da parte del datore di lavoro, nel caso di Balotelli non moltissimo.
Nessuno ha creduto al mal di pancia del bambino che non vuole andare a scuola e trucca il termometro col caffelatte. Si completa così la collezione di uno smisurato talento per le fesserie tra colpi sparati con la scacciacani e freccette tirate ai ragazzi del vivaio, incendio con petardi in bagno e gita a Scampia come se fosse uno zoo, magliette gettate a terra e scommesse per tuffi con lo scooter a Mergellina. "Why always me?". La risposta potrebbe darsela da solo.
Gli mancano due mesi per compiere trent'anni e gli mancano trent'anni per essere un campione. Bambino abbandonato e solo, solo e bambino è rimasto. La teoria infinita delle sue squadre anche grandi (Inter, Manchester City, Milan, Liverpool, nazionale italiana le più importanti) è una collana di occasioni perdute, e mai nessuno che lo abbia rimpianto dopo l'addio. Mario Balotelli resta l'autore dell'ultimo gol azzurro a un mondiale, nell'eternità di sei anni fa in Brasile, resta quella doppietta memorabile e senza futuro contro la Germania nel 2012 con il gesto da forzuto, resta il suo viso sulle copertine di Time e Sport Illustrated: tutti coloro che hanno confuso l'icona pop con un campione mai nato.
Sperare e sperperare sono verbi che per Balotelli si usano solo all'infinito, ma anche l'infinito finisce. Forse il suo scaltro procuratore Raiola riuscirà a fargli guadagnare un altro po' di soldi in Brasile, Raiola che di Balotelli è stato la vera fortuna per il portafoglio, forse non per la carriera, ma per quella non sarebbe bastato San Francesco. Si è sempre insistito sullo spreco di talento, sopravvalutandolo: perché Balotelli di formidabile aveva solo il tiro, oltre alla capacità di non farsi amare dai compagni.
Eppure Brescia sembrava il nido perfetto per l'ultimo ritorno, quel sapore di casa che al bambino triste è sempre mancato. Ma il broncio non è sparito neppure sul pianerottolo, mamma Silvia ha cucinato invano per lui o forse troppo: si parla di un sovrappeso di otto chili. I test d'ingresso non li ha superati, gli allenamenti facoltativi individuali li ha saltati, la ginnastica da camera nei giorni terribili del Covid, per di più nella trincea di Brescia, non l'ha mai fatta. E così il mangia allenatori Cellino per una volta ha deciso di variare il menù, e si è mangiato un centravanti, invero un po' sfasato: appena cinque gol in diciannove presenze, poco più di niente. E allora, perché sempre lui? Forse perché è lui.