L’Italia si innamorò di quel ciuffo. E delle sue movenze, dell’eleganza del gesto. Erano i Formidabili Anni 70, come avrebbe poi scritto Mario Capanna. Dopo la crisi petrolifera c’era voglia di boom, sociale e sportivo. Così fu un giovane con la racchetta a ispirare nuove generazioni, «a regalare emozioni» dice lui fiero, vincendo Roma, Parigi e la Coppa Davis nel ’76. Quel giovane oggi compie 70 anni.
Tanti Auguri, Adriano Panatta. È felice, consapevole di quello che ha realizzato nella sua vita?
«Beh, sono felice di aver spinto il movimento, di averlo aperto a tutti. Ai miei tempi il tennis era come un giardino insormontabile, un mondo molto chiuso. La classe media e la classe operaia mai pensavano di potervi accedere e far giocare a tennis i propri figli».
Come ha fatto a non farsi travolgere dal delirio di onnipotenza?
«Io sentirmi onnipotente? Ma no, semplicemente non ho mai pensato di essere chissà…
Tanti Auguri, Adriano Panatta. È felice, consapevole di quello che ha realizzato nella sua vita?
«Beh, sono felice di aver spinto il movimento, di averlo aperto a tutti. Ai miei tempi il tennis era come un giardino insormontabile, un mondo molto chiuso. La classe media e la classe operaia mai pensavano di potervi accedere e far giocare a tennis i propri figli».
Come ha fatto a non farsi travolgere dal delirio di onnipotenza?
«Io sentirmi onnipotente? Ma no, semplicemente non ho mai pensato di essere chissà…
L’Italia si innamorò di quel ciuffo. E delle sue movenze, dell’eleganza del gesto. Erano i Formidabili Anni 70, come avrebbe poi scritto Mario Capanna. Dopo la crisi petrolifera c’era voglia di boom, sociale e sportivo. Così fu un giovane con la racchetta a ispirare nuove generazioni, «a regalare emozioni» dice lui fiero, vincendo Roma, Parigi e la Coppa Davis nel ’76. Quel giovane oggi compie 70 anni.
Tanti Auguri, Adriano Panatta. È felice, consapevole di quello che ha realizzato nella sua vita?
«Beh, sono felice di aver spinto il movimento, di averlo aperto a tutti. Ai miei tempi il tennis era come un giardino insormontabile, un mondo molto chiuso. La classe media e la classe operaia mai pensavano di potervi accedere e far giocare a tennis i propri figli».
Come ha fatto a non farsi travolgere dal delirio di onnipotenza?
«Io sentirmi onnipotente? Ma no, semplicemente non ho mai pensato di essere chissà chi. È bastato solo usare il cervello, sono sempre rimasto me stesso: quello che pensavo vent’anni fa lo penso anche adesso. Capisco che oggi basta vincere due partite e l’ultimo str**o va in televisione a pontificare. Ma non è mai stato il mio caso».
Merito dell’educazione. O del carattere?
«Sarà per l’educazione ricevuta dai miei genitori, ma anche per il mio modo di fare: non mi sono fatto travolgere, ho sempre parlato con tutti, con grande umiltà. Ripeto, non ho mai pensato di essere chissà chi perché tiravo delle palline all’incrocio delle righe».
Suo papà, Ascenzio, cosa le direbbe oggi?
«Penso sarebbe orgoglioso di me, di quello che ho fatto. Oggi che la gente si ricorda ancora di me. Se penso a come veniva al Foro Italico a vedermi: sempre in maniera molto tranquilla, mai a vantarsi del figlio campione: lui si sedeva nella tribuna giocatori e, con grande discrezione, assisteva ai miei match».
Quindi il suo humour lo ha ereditato da lui.
«Certamente. Ma con me non è che parlasse molto, tra noi c’era un gioco di sguardi e gliene bastava uno per farsi capire, per lanciarmi un messaggio».
È così che il piccolo Adriano è cresciuto?
«Sì, mio padre non ha mai alzato la voce con me. Mai. Neppure un litigio forte: era un uomo molto buono. Ma in fondo io, per anni figlio unico, ero uno tranquillo. Un bimbo che giocava da solo».
E oggi Ascenzio cosa direbbe di questo tennis moderno?
«Sorriderebbe, vedendolo. Sì, credo proprio che avrebbe un sorriso un po’ ironico. Lo guarderebbe esattamente come lo guardo io. Così».
Anche a lei non piace?
«Non è questo. In fondo il tennis è cambiato per forza di cose: è, come definirlo, esasperato? Pieno di divismo. Guardate i giocatori, si muovono come stessero facendo chissà cosa».
Invece le sue tante vite come sono state?
«Vite? No, una sola e intensa. Una vita con tanti interessi, tanta voglia di curiosare e imparare a fare nuove cose. Perché non me n’è mai fregato niente di essere un campione, e non c’è niente di più faticoso di vivere la vita dell’ex campione. Per questo mi sono messo a fare altre cose: qualche volta ci sono riuscito, altre no».
Come il suo tennis.
«Esatto, lo esprimevo anche nel tennis. Ma perché c’è un motivo di fondo: io mi annoio facilmente, quindi ho bisogno di cose nuove, non sono un metodico. Ma capisco che ognuno ha il proprio carattere: io ho sempre voglia di mettermi in gioco, errori inclusi, come capita a tutti. È normale, no?».
Il ciuffo ribelle le è rimasto.
«Ribelle? Non so se è corretto. Ripeto, non ho mai finto di essere qualcun altro. Sono sempre stato così, per cui se per gli altri sono stato un ribelle va bene, ma io non sono mai cambiato e sono rimasto coerente a me stesso».
Cosa ha lasciato al tennis? Quale eredità, o messaggio?
«Spero in un bel ricordo, che la gente si sia divertita nel vedermi. Che si sia anche un po’ incazzata quando ho giocato sotto tono. Spero di aver lasciato un’emozione, perché penso che lo sport sia una forma di spettacolo e quindi quando esco vorrei andarmene con un’emozione. Come a teatro».
Panatta vuol dire ‘Veronica’ e il tennis ‘Pof Pof’, un suono da film.
«Il nome alla volée lo diede Rino Tommasi. All’inizio non capivo, mi dissero che era per il gesto del torero. E beh, è vero: il ‘pof pof’ impersona e definisce perfettamente chi sono».
E delle donne vogliamo parlare?
«No, perché sono sacre. Il motore della vita, quindi guai a sfiorarle e sporcarle solo parlandone».
Però Borg e la Bertè...
«Ancora? Ma basta! Si erano già conosciuti da soli, non sono stato io a presentarli! Borg aveva 16 anni, basta con questa storia».
Va bene: senta, ma tra il tennis e gli italiani che rapporto c’è?
«Il tennis è perfetto per noi, che abbiamo estro e fantasia. Fattori che purtroppo oggi contano meno…».
Ci fossero ancora le racchette di legno, chissà...
«Sarebbe stato un altro gioco, completamente diverso. Ma probabilmente se i Federer, i Nadal e i Djokovic avessero iniziato anche loro con il legno penso che sarebbero riusciti a trovare le soluzioni: ormai la palla si colpisce in maniera diversa».
La sua soddisfazione più grande, il Roland Garros?
«L’essere nonno: ho figli e nipoti bellissimi, questa è la mia soddisfazione più grande».
E cosa significa essere nonno?
«Vuol dire accettare il corso della vita e l’invecchiamento e godersi i nipoti, viziarli. Confesso che mi dispiace non aver potuto vivere l’età dei miei figli, quando erano piccoli: non li ho visti crescere ogni giorno, questo è mancato anche a loro. Ne sono dispiaciuto».
Ai nipotini cosa racconta?
«Un bel niente, non sanno nulla di me: sono ancora troppo piccoli, e non sono il tipo che ama raccontarsi: non mi vantavo neppure con i miei figli. Ci gioco, con i miei nipoti, ma niente calcio: uno è anche juventino…».
È il giorno dei desideri: l’ultimo sfizio che vorrà togliersi?
«Vivere gli ultimi anni della mia vita in serenità, umiltà, tranquillità e coerenza. In linea con quella che è stata la mia vita. Tutto qua».
Tanti Auguri, Adriano Panatta. È felice, consapevole di quello che ha realizzato nella sua vita?
«Beh, sono felice di aver spinto il movimento, di averlo aperto a tutti. Ai miei tempi il tennis era come un giardino insormontabile, un mondo molto chiuso. La classe media e la classe operaia mai pensavano di potervi accedere e far giocare a tennis i propri figli».
Come ha fatto a non farsi travolgere dal delirio di onnipotenza?
«Io sentirmi onnipotente? Ma no, semplicemente non ho mai pensato di essere chissà chi. È bastato solo usare il cervello, sono sempre rimasto me stesso: quello che pensavo vent’anni fa lo penso anche adesso. Capisco che oggi basta vincere due partite e l’ultimo str**o va in televisione a pontificare. Ma non è mai stato il mio caso».
Merito dell’educazione. O del carattere?
«Sarà per l’educazione ricevuta dai miei genitori, ma anche per il mio modo di fare: non mi sono fatto travolgere, ho sempre parlato con tutti, con grande umiltà. Ripeto, non ho mai pensato di essere chissà chi perché tiravo delle palline all’incrocio delle righe».
Suo papà, Ascenzio, cosa le direbbe oggi?
«Penso sarebbe orgoglioso di me, di quello che ho fatto. Oggi che la gente si ricorda ancora di me. Se penso a come veniva al Foro Italico a vedermi: sempre in maniera molto tranquilla, mai a vantarsi del figlio campione: lui si sedeva nella tribuna giocatori e, con grande discrezione, assisteva ai miei match».
Quindi il suo humour lo ha ereditato da lui.
«Certamente. Ma con me non è che parlasse molto, tra noi c’era un gioco di sguardi e gliene bastava uno per farsi capire, per lanciarmi un messaggio».
È così che il piccolo Adriano è cresciuto?
«Sì, mio padre non ha mai alzato la voce con me. Mai. Neppure un litigio forte: era un uomo molto buono. Ma in fondo io, per anni figlio unico, ero uno tranquillo. Un bimbo che giocava da solo».
E oggi Ascenzio cosa direbbe di questo tennis moderno?
«Sorriderebbe, vedendolo. Sì, credo proprio che avrebbe un sorriso un po’ ironico. Lo guarderebbe esattamente come lo guardo io. Così».
Anche a lei non piace?
«Non è questo. In fondo il tennis è cambiato per forza di cose: è, come definirlo, esasperato? Pieno di divismo. Guardate i giocatori, si muovono come stessero facendo chissà cosa».
Invece le sue tante vite come sono state?
«Vite? No, una sola e intensa. Una vita con tanti interessi, tanta voglia di curiosare e imparare a fare nuove cose. Perché non me n’è mai fregato niente di essere un campione, e non c’è niente di più faticoso di vivere la vita dell’ex campione. Per questo mi sono messo a fare altre cose: qualche volta ci sono riuscito, altre no».
Come il suo tennis.
«Esatto, lo esprimevo anche nel tennis. Ma perché c’è un motivo di fondo: io mi annoio facilmente, quindi ho bisogno di cose nuove, non sono un metodico. Ma capisco che ognuno ha il proprio carattere: io ho sempre voglia di mettermi in gioco, errori inclusi, come capita a tutti. È normale, no?».
Il ciuffo ribelle le è rimasto.
«Ribelle? Non so se è corretto. Ripeto, non ho mai finto di essere qualcun altro. Sono sempre stato così, per cui se per gli altri sono stato un ribelle va bene, ma io non sono mai cambiato e sono rimasto coerente a me stesso».
Cosa ha lasciato al tennis? Quale eredità, o messaggio?
«Spero in un bel ricordo, che la gente si sia divertita nel vedermi. Che si sia anche un po’ incazzata quando ho giocato sotto tono. Spero di aver lasciato un’emozione, perché penso che lo sport sia una forma di spettacolo e quindi quando esco vorrei andarmene con un’emozione. Come a teatro».
Panatta vuol dire ‘Veronica’ e il tennis ‘Pof Pof’, un suono da film.
«Il nome alla volée lo diede Rino Tommasi. All’inizio non capivo, mi dissero che era per il gesto del torero. E beh, è vero: il ‘pof pof’ impersona e definisce perfettamente chi sono».
E delle donne vogliamo parlare?
«No, perché sono sacre. Il motore della vita, quindi guai a sfiorarle e sporcarle solo parlandone».
Però Borg e la Bertè...
«Ancora? Ma basta! Si erano già conosciuti da soli, non sono stato io a presentarli! Borg aveva 16 anni, basta con questa storia».
Va bene: senta, ma tra il tennis e gli italiani che rapporto c’è?
«Il tennis è perfetto per noi, che abbiamo estro e fantasia. Fattori che purtroppo oggi contano meno…».
Ci fossero ancora le racchette di legno, chissà...
«Sarebbe stato un altro gioco, completamente diverso. Ma probabilmente se i Federer, i Nadal e i Djokovic avessero iniziato anche loro con il legno penso che sarebbero riusciti a trovare le soluzioni: ormai la palla si colpisce in maniera diversa».
La sua soddisfazione più grande, il Roland Garros?
«L’essere nonno: ho figli e nipoti bellissimi, questa è la mia soddisfazione più grande».
E cosa significa essere nonno?
«Vuol dire accettare il corso della vita e l’invecchiamento e godersi i nipoti, viziarli. Confesso che mi dispiace non aver potuto vivere l’età dei miei figli, quando erano piccoli: non li ho visti crescere ogni giorno, questo è mancato anche a loro. Ne sono dispiaciuto».
Ai nipotini cosa racconta?
«Un bel niente, non sanno nulla di me: sono ancora troppo piccoli, e non sono il tipo che ama raccontarsi: non mi vantavo neppure con i miei figli. Ci gioco, con i miei nipoti, ma niente calcio: uno è anche juventino…».
È il giorno dei desideri: l’ultimo sfizio che vorrà togliersi?
«Vivere gli ultimi anni della mia vita in serenità, umiltà, tranquillità e coerenza. In linea con quella che è stata la mia vita. Tutto qua».