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Mennea e quella corsa senza tempo

Quarant'anni fa l'oro olimpico nei 200 metri a Mosca. L'Italia aspettava quel momento e restò in apnea accompagnando il trionfo di Pietro
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Sulla Piazza Rossa dell'atletica, in quello stadio Lenin che nel 1980, con vigore architettonico ed orgoglio ideologico, ostentava ancora tutta la propria maestosa e misteriosa diversità, lo starter stava per dare il via alla finale dei 200 metri uomini. L'attesa si misurava in un silenzio quasi funebre che sembrò, per un attimo, disturbare persino gli atleti che aspettavano dietro i blocchi il consueto "on your marks!", l'altrettanto consueto "set!" e infine lo sparo. Era il tardo pomeriggio del 28 luglio del 1980. Mezza Italia sapeva cosa fare: accendere la tv e aspettare, proprio come quegli otto ragazzi che stavano per giocarsi l'oro sulla curva a ponente. La differenza stava in ottava corsia. Un gigante storto, immenso dentro e normale fuori, solo leggermente ingobbito, un uomo complicato, emblema di un meridione dolce e insieme arrabbiato, risolto e insieme rancoroso, un ragazzo di 28 anni con un carattere particolare che lo port…
Sulla Piazza Rossa dell'atletica, in quello stadio Lenin che nel 1980, con vigore architettonico ed orgoglio ideologico, ostentava ancora tutta la propria maestosa e misteriosa diversità, lo starter stava per dare il via alla finale dei 200 metri uomini. L'attesa si misurava in un silenzio quasi funebre che sembrò, per un attimo, disturbare persino gli atleti che aspettavano dietro i blocchi il consueto "on your marks!", l'altrettanto consueto "set!" e infine lo sparo. Era il tardo pomeriggio del 28 luglio del 1980. Mezza Italia sapeva cosa fare: accendere la tv e aspettare, proprio come quegli otto ragazzi che stavano per giocarsi l'oro sulla curva a ponente. La differenza stava in ottava corsia. Un gigante storto, immenso dentro e normale fuori, solo leggermente ingobbito, un uomo complicato, emblema di un meridione dolce e insieme arrabbiato, risolto e insieme rancoroso, un ragazzo di 28 anni con un carattere particolare che lo portava a gioire sempre meno di quel che meritasse e con una mostruosa capacità di assorbire le informazioni ricevute, come fosse un computer umano, dai suoi allenamenti, era pronto alla sfida più importante della sua esistenza.

Le circostanze giocavano con lui: l'assenza degli americani (che però non sarebbero stati di primissima scelta) poteva fungere da detonatore. Mennea arrivava alla sua terza olimpiade da primatista del mondo. Lo temevano tutti, inclusi coloro che avrebbero dovuto beneficiare, ancor meglio e forse ancor più di lui, del boicottaggio: il giamaicano Quarrie, il cubano Leonard, magari il polacco Voronin. Il giorno prima, in batteria e nei quarti Mennea sbaglia a dosare le forze e si preoccupa un po': "Avrò consumato troppo?". Vittori, il suo leggendario e burbero coach, neppure gli risponde: "Fatti tuoi!". Il loro rapporto ricordava molto da vicino quello che intercorreva fra Mogol e Battisti: uniti per lo scopo, spesso estranei però. A volte taglienti.  Nella semifinale, due ore prima della finale, convinto di non doversi spremere (anche se pochi erano capaci come lui di sopportare la "potenza lattacida", ossia prove massimali o sub-massimali a breve distanza), non dà il massimo: trova comunque il modo di presentarsi all'appuntamento conclusivo con il terzo tempo di qualificazione. Sesta o terza corsia? Macché. Lo piazzano in ottava. Che, fatta eccezione per la prima, di corsia, è forse la situazione meno gradevole. Chi corre in ottava non ha riferimenti, deve sperare di trovare subito il ritmo e non sbagliare una sola fase della gara (nei 200 metri le fasi sono quattro: accelerazione, assetto in curva, un'altra sgasata in uscita di curva e poi il "lanciato" nel rettilineo finale, augurandosi di averne ancora e di non indurirsi). Oddio: anche gli altri non debbono sbagliare. Ma in ottava si è, come dire, meno protetti. Almeno in partenza. E' vero la curva in ottava corsia è più morbida, ma è anche più lunga. E noi sappiamo che Pietro la curva la soffriva.

L'Italia intanto sta lì. Freme. Non era mai successo, nell'era della riproducibilità dell'evento dal vivo, che vi fosse tanta gente attaccata alla televisione per una gara di atletica. E non era mai successo che un velocista azzurro, Berruti a parte, partisse col favore dei pronostici. Mennea ispirava. Mennea era un modello. Mennea era, in uno stesso momento, il marziano e l'uomo qualunque. E in entrambe le vesti, con una capriola di cui soltanto lui era capace, poteva insegnare qualcosa ai giovani, spiegar loro quanto fosse bella l'atletica, ma anche quanto faticosa: una madre tenera che può in ogni momento trasformarsi in una matrigna spietata, o addirittura in una strega. Mennea inventò in quegli anni uno sport "popolare", da sconosciuto o quasi che era. Portò all'atletica un pubblico sino a quel momento inimmaginabile creando un "Cinema Paradiso" nella commovente semplicità della piazzetta di un mondo a cavallo tra il cronometraggio manuale ed elettrico, quindi un mondo tecnologicamente ancora in formazione. Solo Mennea, con le sue gesta, poteva indicare alle future generazioni la giusta strada per cominciare a fidarsi delle proprie sensazioni. E a lottare per conquistarsi un posto (magari non necessariamente in finale).

E quella sera Mennea aveva soltanto un dubbio: avrò le energie per chiudere questa partita? A peggiorare la situazione ci si mise un ingegnere minerario gallese. Un marcantonio di nome Alan e di cognome Wells. Wells aveva la settima corsia, quindi avrebbe potuto, e così fece, giocarsi la carta del "décalage" correndo in pratica sulla corsa di Mennea, che gli partiva davanti. Non male come opportunità tattica. Ma comunque bisognava dare tutto. Wells aveva vinto al fotofinish i 100, Mennea era uscito in semifinale. Paolo Rosi era l'Omero destinato a cantare con i suoi versi l'epopea che sarebbe durata poco più di venti secondi. C'era ugualmente tempo per un intero poema. Lo stadio è stracolmo. Ma come dicevamo trattiene il respiro all'unisono, rilasciando appena un singhiozzo collettivo. Rosi, preda dell'emozione come tutti dice: "Buono l'avvio". Per niente. Mennea resta sugli appoggi e Wells gli scappa via come un ghepardo. All'uscita di curva Mennea è quarto. Wells due metri avanti. Sembra onestamente finita. Solo che Mennea è Mennea. E negli ultimi sessanta metri mette in scena qualcosa di apparentemente inspiegabile: riprende tutti. A vedere un 200, così come un 400, così come ogni gara in cui l'acido lattico entra nei muscoli e comincia a dettare legge, verrebbe sempre da pensare che va a vincere il più veloce. La verità è che vince chi perde meno velocità degli altri. In quei sessanta metri finali e magici (e infiniti per gli avversari) Mennea mette a frutto i sacrifici di un'intera parabola umana, ma con una perfezione praticamente disumana: 20"19 e soprattutto oro olimpico. Mennea vinse nonostante sulle spalle avesse la "zavorra" di un paese finalmente innamorato dell'atletica. Sono stati lui Fiasconaro e Sara Simeoni a perfezionare quel mistero che Giuseppe Gentile aveva appena iniziato a svelare a Città del Messico nel '68. Ma che zavorra meravigliosa, la gente che tifa, anche da lontano. Quel giorno, a Mosca, si capì che aveva avuto un senso durante gli anni Settanta, fermarsi il pomeriggio a casa ad aspettare un meeting: "Oggi non esco, c'è Mennea in tv". Chi l'avrebbe mai detto.