Sarri e la rivoluzione mancata: fiato ai solisti per vincere ancora
di GABRIELE ROMAGNOLIIngaggiato per portare la musica del bel gioco, il tecnico ha adattato i suoi principi ai singoli. Vince il primo scudetto a 61 anni, un record. E merita di restare anche se non vincerà la Champions
Alla prima esecuzione della Nona sinfonia il suo autore, Ludwig van Beethoven, benché sordo, volle essere sul palco, accanto al direttore d’orchestra. Percepì attraverso il plancito le vibrazioni e il ritmo generale. Ma alla fine toccò al contralto, la ventenne Caroline Unger, farlo voltare perché si rendesse conto della reazione in sala. Cappelli in aria, fazzoletti agitati, mani alzate per comunicare visibilmente la reazione. Ora se, dopo il nono scudetto juventino, qualcuno inducesse Maurizio Sarri a girarsi verso il pubblico e la critica, vedrebbe qualche battimani di cortesia e un cartello con su scritto: “Bene. Non bravo. Bis?”.
Non è certo una questione di genitali, invocati, schiacciati o grattati, che contrastano, non tanto con lo “stile Juve”, ma con lo stile in sé. Semmai di genesi, di origine di un matrimonio che non s’aveva da fare, ma s’è fatto. E ha ricordato quello tra Jacquelin…
Non è certo una questione di genitali, invocati, schiacciati o grattati, che contrastano, non tanto con lo “stile Juve”, ma con lo stile in sé. Semmai di genesi, di origine di un matrimonio che non s’aveva da fare, ma s’è fatto. E ha ricordato quello tra Jacquelin…
Alla prima esecuzione della Nona sinfonia il suo autore, Ludwig van Beethoven, benché sordo, volle essere sul palco, accanto al direttore d’orchestra. Percepì attraverso il plancito le vibrazioni e il ritmo generale. Ma alla fine toccò al contralto, la ventenne Caroline Unger, farlo voltare perché si rendesse conto della reazione in sala. Cappelli in aria, fazzoletti agitati, mani alzate per comunicare visibilmente la reazione. Ora se, dopo il nono scudetto juventino, qualcuno inducesse Maurizio Sarri a girarsi verso il pubblico e la critica, vedrebbe qualche battimani di cortesia e un cartello con su scritto: “Bene. Non bravo. Bis?”.
Non è certo una questione di genitali, invocati, schiacciati o grattati, che contrastano, non tanto con lo “stile Juve”, ma con lo stile in sé. Semmai di genesi, di origine di un matrimonio che non s’aveva da fare, ma s’è fatto. E ha ricordato quello tra Jacqueline Kennedy e Aristotele Onassis. Per interesse, per volontà di potenza, per spregio del proprio passato, perché sì, purché non si dica: per amore.
Dopo l’ottava vittoria, si voleva qualcosa di più, il brivido dell’inedito, la musica del gran gioco. La si è ascoltata? Qualche accenno, di solito in ouverture, poi gli orchestrali si sono distratti, poco convinti. Come se riconoscessero il teatro e l’esito, considerando la partitura un dettaglio. Come cercassero lo smoking, anche gettato a terra, per riconoscere il direttore. Adesso però poniamoci qualche domanda retorica. Se la Juventus di Sarri — a 61 anni, l’allenatore più vecchio a vincere uno scudetto — avesse fatto come l’Atalanta di Gasperini: record di gol, avversari annichiliti con sei o sette reti, l’attacco come uno sciame sismico, poi fosse arrivata seconda o terza, che cosa accadrebbe ora? Se Gasperini fosse l’allenatore della Juventus potrebbe utilizzare Dybala (non osiamo neppure dire Cristiano Ronaldo) come fa con Muriel? Se Sarri avesse mostrato più insistenza, non avrebbe incontrato più resistenza?
Alla fine è stata una stagione ingiudicabile, troppo strana per essere vera, né da Pallone d’oro né da pomodori all’arrivo. Quanto alla Juve e Sarri, una danza gattopardesca: il grande cambiamento perché nulla cambiasse. Non gli hanno dato gli uomini che avrebbe voluto e lui non si è reinventato nessuno. Voleva mettere Cristiano Ronaldo al centro per fargli segnare 30 gol e quello li ha segnati senza spostarsi dalla fascia. Voleva far toccare 150 palloni a Pjanic e al cinquantesimo gli ha preferito Bentancur. Non ha rivitalizzato Higuain, non ha maturato Bernardeschi, non ha colto il frutto di Douglas Costa. Non ha creato nessuno, ma non ha distrutto niente. Questo alla Juventus basta per la vittoria.
Sarri, più che guidarla, l’ha accompagnata, come l’autista a spasso con Miss Daisy. Nel film, la sintonia tra i due scatta dopo molti minuti, che equivalgono ad anni. E lui ancora sostiene: «Dice che le cose stanno cambiando, ma non sono cambiate mica tanto!». Forse lo scopo era proprio quello. Sarri si tiene le sue scaramanzie, le polo blu, le note stonate in un teatro con troppi spifferi e loggionisti insopportabili. La Juve si tiene un trofeo in più. Chi doveva batterla ha fatto poco: il Napoli di Ancelotti si è fermato subito, l’Inter di Conte a metà, la Lazio di Inzaghi nel finale. L’anno scorso di questi tempi tra i tifosi del Chelsea impazzava l’hashtag #sarriout, poi vinse l’Europa League. Va da sé che se conquistasse la Champions gli farebbero un monumento in piazza San Carlo. Ma se fallisse avrebbe diritto a riprovarci, come i suoi predecessori, magari con i suoi peluche preferiti a centrocampo e un riferimento in mezzo all’attacco. Quanto alla Decima, Beethoven non riuscì a completarla. Ma chi ha in testa una musica per conquistare la scena?
Non è certo una questione di genitali, invocati, schiacciati o grattati, che contrastano, non tanto con lo “stile Juve”, ma con lo stile in sé. Semmai di genesi, di origine di un matrimonio che non s’aveva da fare, ma s’è fatto. E ha ricordato quello tra Jacqueline Kennedy e Aristotele Onassis. Per interesse, per volontà di potenza, per spregio del proprio passato, perché sì, purché non si dica: per amore.
Dopo l’ottava vittoria, si voleva qualcosa di più, il brivido dell’inedito, la musica del gran gioco. La si è ascoltata? Qualche accenno, di solito in ouverture, poi gli orchestrali si sono distratti, poco convinti. Come se riconoscessero il teatro e l’esito, considerando la partitura un dettaglio. Come cercassero lo smoking, anche gettato a terra, per riconoscere il direttore. Adesso però poniamoci qualche domanda retorica. Se la Juventus di Sarri — a 61 anni, l’allenatore più vecchio a vincere uno scudetto — avesse fatto come l’Atalanta di Gasperini: record di gol, avversari annichiliti con sei o sette reti, l’attacco come uno sciame sismico, poi fosse arrivata seconda o terza, che cosa accadrebbe ora? Se Gasperini fosse l’allenatore della Juventus potrebbe utilizzare Dybala (non osiamo neppure dire Cristiano Ronaldo) come fa con Muriel? Se Sarri avesse mostrato più insistenza, non avrebbe incontrato più resistenza?
Alla fine è stata una stagione ingiudicabile, troppo strana per essere vera, né da Pallone d’oro né da pomodori all’arrivo. Quanto alla Juve e Sarri, una danza gattopardesca: il grande cambiamento perché nulla cambiasse. Non gli hanno dato gli uomini che avrebbe voluto e lui non si è reinventato nessuno. Voleva mettere Cristiano Ronaldo al centro per fargli segnare 30 gol e quello li ha segnati senza spostarsi dalla fascia. Voleva far toccare 150 palloni a Pjanic e al cinquantesimo gli ha preferito Bentancur. Non ha rivitalizzato Higuain, non ha maturato Bernardeschi, non ha colto il frutto di Douglas Costa. Non ha creato nessuno, ma non ha distrutto niente. Questo alla Juventus basta per la vittoria.
Sarri, più che guidarla, l’ha accompagnata, come l’autista a spasso con Miss Daisy. Nel film, la sintonia tra i due scatta dopo molti minuti, che equivalgono ad anni. E lui ancora sostiene: «Dice che le cose stanno cambiando, ma non sono cambiate mica tanto!». Forse lo scopo era proprio quello. Sarri si tiene le sue scaramanzie, le polo blu, le note stonate in un teatro con troppi spifferi e loggionisti insopportabili. La Juve si tiene un trofeo in più. Chi doveva batterla ha fatto poco: il Napoli di Ancelotti si è fermato subito, l’Inter di Conte a metà, la Lazio di Inzaghi nel finale. L’anno scorso di questi tempi tra i tifosi del Chelsea impazzava l’hashtag #sarriout, poi vinse l’Europa League. Va da sé che se conquistasse la Champions gli farebbero un monumento in piazza San Carlo. Ma se fallisse avrebbe diritto a riprovarci, come i suoi predecessori, magari con i suoi peluche preferiti a centrocampo e un riferimento in mezzo all’attacco. Quanto alla Decima, Beethoven non riuscì a completarla. Ma chi ha in testa una musica per conquistare la scena?